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rescritto

La guerra alla Messa antica svela il bluff della sinodalità

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Dalla Santa Sede arriva un nuovo sottile colpo al rito tradizionale depotenziando ulteriormente i vescovi (liberi di negare ma non di concedere). Nella Chiesa del sinodo permanente solo di fronte alla tradizione liturgica si rialzano i muri che altrove si dice di voler abbattere.

Editoriali 22_02_2023

Mentre si parla e si straparla ovunque di sinodalità, lasciando che ciascuno scelga il cammino che preferisce, se “alla francese” o “alla tedesca” o “in salsa amazzonica”, la Santa Sede su un punto non transige: quella Messa non s’ha da fare. “Quella” Messa, vale a dire la forma della liturgia celebrata per secoli fino al 1970, quando d’improvviso – dopo qualche anno di sperimentazioni selvagge – un nuovo rito fu composto e imposto a tavolino e il precedente destinato a estinguersi. Tuttavia quel rito non si estinse, e ora provano a risolvere con la... misericordia (tra gli altri significati, la misericordia era anche il nome del pugnale con cui si soleva dare il colpo di grazia all'avversario ferito).

La nuova stilettata al rito romano tradizionale ha assunto la forma di un rescritto reso noto ieri e datato 20 febbraio, che praticamente sottrae al vescovo diocesano proprio quel ruolo di «moderatore, promotore e custode» della liturgia pur affermato all’articolo 2 e sin dalle prime parole del motu proprio Traditionis custodes («Custodi della tradizione» è infatti riferito ai vescovi). Ruolo che ora viene improvvisamente meno riguardo a due aspetti che la Santa Sede da ieri ha avocato a sé. Il rescriptum ex audientia Sanctissimi stabilisce infatti che nell’udienza del 20 febbraio il Santo Padre ha riservato «in modo speciale alla Sede Apostolica» la concessione dell’uso di chiese parrocchiali o l’istituzione di nuove parrocchie personali e l’autorizzazione a celebrare secondo il Missale Romanum del 1962 per i presbiteri ordinati dopo Traditionis Custodes. Il Papa conferma la linea ulteriormente “chiusurista” già espressa (e applicata) dal cardinale Arthur Roche con i Responsa del 18 dicembre 2021, che infatti sono esplicitamente citati e approvati nel rescriptum.

All’indomani del motuproprio alcuni vescovi avevano derogato al divieto di celebrare in rito antico nelle chiese parrocchiali – altri edifici di culto come cappelle, oratori, eccetera sono diffusi in Italia, ma non in tutti i Paesi – mentre la possibilità di autorizzare i nuovi sacerdoti a far uso del messale precedente le riforme era stabilita dallo stesso Traditionis Custodes come prerogativa del vescovo (art. 4), assegnando alla Santa Sede un ruolo di consultazione, non di decisione ultima – in tal senso si può parlare di una modifica ancora più restrittiva al motu proprio del luglio 2021. Ma Roche aveva parlato e agito diversamente e l’appoggio del Papa è ora esplicito. Non si salvano neanche le decisioni già prese, poiché il rescriptum stabilisce che «qualora un Vescovo diocesano avesse concesso dispense nelle due fattispecie sopra menzionate è obbligato ad informare il Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti che valuterà i singoli casi». In quale direzione valuterà sembra abbastanza chiaro, visti i precedenti, per esempio a Savannah, in Georgia, dove l’anno scorso il vescovo, benché favorevole, ha dovuto "consultare" il dicastero che gli ha imposto una “data di scadenza” per le celebrazioni.

Almeno ora è scritto nero su bianco: vescovi liberi, sì, ma solo di negare, con buona pace della sinodalità.  Quelli troppo benevoli faranno i conti con Roche, la cui ostilità verso il rito antico è ben nota sin dai tempi del Summorum Pontificum di Benedetto XVI, come ricordava recentemente il blog Messainlatino. Resta un mistero il perché l’allora pontefice nel 2012 lo avesse chiamato a Roma proprio a occuparsi di liturgia (fatto curioso, che dimostra quanto fossero più libere le voci in dissenso proprio nel pontificato del cosiddetto “pastore tedesco”). Apprezziamo (si fa per dire) quantomeno la furbizia: rispetto alla vociferata “costituzione apostolica” (che potrebbe comunque arrivare) o a qualsiasi documento più eclatante, questo breve rescritto arriva felpato, quasi in sottotono, ma colpisce più a fondo, lasciando in mano al cardinal Roche i possibili spiragli rimasti a fedeli e sacerdoti legati alla liturgia tradizionale. Avete bisogno di preti? E io non li autorizzo. La più vicina chiesa non parrocchiale è a 50 km? E io nego la deroga. Puntano all’estinzione, come del resto già dichiarato esplicitamente, dall’art. 6 del motuproprio alle reiterate dichiarazioni del pontefice e del cardinale.

La ricca molteplicità del poliedro è sconfitta dall’uniformità della sfera (per usare uno dei mantra più ricorrenti nel linguaggio papale) in barba alla sinodalità più proclamata che praticata e persino alla «realtà superiore all’idea» (altro mantra risalente a Evangelii gaudium, n. 233). Dal 2021 viene reiterata l’idea – fissa e anche antistorica – che l’unica forma della lex orandi sia quella post-conciliare (l’unica e sola, neanche la prevalente, la principale o la “forma ordinaria”, ma l’unica). E c’è una realtà che in nome di quell’idea è volutamente calpestata e ignorata, ovvero i reali e concreti fedeli, con le loro storie personali, di ricerca e conversione, che in molti casi proprio quel rito ha contribuito a riavvicinare alla Chiesa. Sono spesso giovani, per i quali la liturgia tradizionale non è nostalgia, semmai una gioiosa scoperta.

Beninteso, a giorni alterni il poliedro si riattiva. Per esempio, il 2 febbraio quando il Santo Padre ha elogiato il rito zairese con i gesuiti di Congo e Sud Sudan («Il rito congolese mi piace, perché è un’opera d’arte, un capolavoro liturgico e poetico»). Rito che ha più volte apprezzato, e anche presieduto in San Pietro nel luglio 2022, e addirittura definito «una via promettente anche per l’eventuale elaborazione di un rito amazzonico». Rito congolese? Rito amazzonico? E come la mettiamo con l’insistenza sull’unica forma della lex orandi? Converrà guardare verso Oriente, dove i riti sono ancora più variegati, eppure il Papa a Cipro disse: «Non ci sono e non ci siano muri nella Chiesa cattolica, per favore! È una casa comune, è il luogo delle relazioni, è la convivenza delle diversità: quel rito, quell’altro rito…». Ma quel che si dice a Oriente viene smentito a Occidente, tornando a innalzare quei muri solo di fronte ai fedeli che dalla liturgia tradizionale romana traggono nutrimento spirituale. Di fronte a questi viene ammainata persino la bandiera del «Chi sono io per giudicare?»: il cardinal prefetto li ha giudicati eccome, definendoli «più protestanti che cattolici» e il Santo Padre ha appositamente coniato uno dei suoi neologismi: «indietristi», da abbinare ai più consueti: «rigidi», «pelagiani», e via apostrofando.

Non sappiamo se il rito antico effettivamente sparirà come auspicano le attuali gerarchie, in un curioso parallelismo con la “caccia alle streghe” dell’amministrazione Biden (e proprio i “cattolici tradizionali” erano nel mirino del documento trapelato e poi ritrattato dall’FBI). Di sicuro un risultato è raggiunto: quello di suscitare perplessità anche in cattolici “ordinari” che magari non frequentano quel rito. Cresce infatti il numero di quanti non riescono a spiegarsi un tale accanimento da parte della Santa Sede verso ciò che «per le generazioni anteriori era sacro e grande» e «non può essere... proibito o addirittura giudicato dannoso». Così scriveva Benedetto XVI nell’ormai remoto 2007, quando la “pace liturgica” veniva intessuta, non infranta – con buona pace del “popolo” che ora ne resta ferito.