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CONTINENTE NERO

Algeria, Angola, Guinea, Camerun, le difficili realtà che il papa visiterà

Il primo viaggio pastorale in Africa di Papa Leone XIV toccherà quattro tappe in paesi a dir poco difficili: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Paesi sotto dittatura, o democrature, con conflitti terribili alle spalle o tuttora in corso.

Esteri 27_02_2026
Leone XIV (AP)

Il Vaticano ha annunciato che Papa Leone XIV effettuerà il suo primo viaggio pastorale in Africa il prossimo aprile. Visiterà l’Algeria dal 13 al 15 aprile, il Camerun dal 15 al 18, l’Angola dal 18 al 21 e la Guinea Equatoriale dal 21 al 23. Il Pontefice – ha spiegato la Santa Sede – è stato invitato dai capi di stato e dalle autorità religiose dei quattro paesi.

Saranno giorni impegnativi. Il Papa infatti visiterà dei paesi in serie difficoltà e incontrerà alcuni leader africani tra i più “discutibili”, per usare un eufemismo. In Algeria Abdelmadjid Tebboune è al suo secondo mandato presidenziale. Era stato eletto nel 2019 promettendo riforme e lotta alla corruzione e agli sprechi, alimentando speranze di cambiamento dopo i 20 anni di governo autoritario di Abdelaziz Bouteflika. Nel 2024 è stato rieletto con l’84,3% dei voti, ma solo il 46% degli aventi diritto sono andati alle urne stando ai dati ufficiali, e forse meno ancora. La sua presidenza ha rafforzato il già notevole potere dell’esercito, motivandone la necessità con l’esistenza di minacce al paese, reali o presunte, interne ed esterne. Serve indubbiamente al presidente Tebboune per reprimere il dissenso in continuità con chi lo ha preceduto. Indipendente dalla Francia dal 1962, l’Algeria, i cui abitanti sono quasi tutti musulmani, è forse il paese che più ha patito il jihad, la santa guerra islamica. Negli anni 90 del XX secolo in nome di Allah i fondamentalisti islamici del FIS, Fronte Islamico di Salvezza, e poi del GIA, Gruppo Islamico Armato, hanno ucciso decine di migliaia di persone. Delle 150.000 vittime civili, tante erano famiglie e villaggi interi sterminati perché “pregavano male”. I jihadisti rincorrevano e uccidevano per strada le bambine e le ragazzine, quelle che andavano a scuola e che riconoscevano dalla divisa, fermavano i bambini, si facevano dire come pregavano i loro genitori e, se non erano soddisfatti dalle risposte, li accompagnavano a casa e sgozzavano tutta la famiglia. Il periodo più cruento, dal 1992 al 2002, viene ricordato come “Decennio nero”.

Anche l’Angola indipendente ha una storia tragica a stento superata. Era una colonia portoghese ed è diventata indipendente nel 1975. Ma, come gli altri Stati africani e con conseguenze peggiori, la guerra di liberazione è stata anche una guerra tribale per il controllo delle istituzioni. Lo scontro era iniziato nel 1970 e, con alcune pause, è continuato anche dopo l’indipendenza, fino al 2002: una feroce guerra civile, devastante. Jose Eduardo dos Santos, uno dei leader dell’Mpla, il movimento armato vittorioso, ha guidato il paese dal 1979 al 2017. Ha approfittato della ricchezza del paese, secondo produttore di petrolio dell’Africa sub sahariana, per diventare il più ricco capo di Stato africano. Sua figlia, Isabel, messa a capo della compagnia petrolifera nazionale Sonangol, è stata per anni la donna africana più ricca, con un patrimonio miliardario. Nel 2017 le elezioni presidenziali sono state vinte da João Lourenço che un anno dopo è stato anche eletto presidente dell’Mpla. Guida il paese da allora. Neanche con lui la crescita economica garantita dal petrolio si è tradotta in sviluppo. Un dato basta a dimostrarlo: il tasso di disoccupazione tra i giovani di età compresa tra 15 e 24 anni è del 54%. Inoltre soltanto tre milioni di giovani in età lavorativa su 18 svolgono un lavoro regolare. Il presidente Lourenco aveva promesso di mettere fine alla corruzione eretta a sistema dal suo predecessore, di diversificare l’economia e di creare posti di lavoro. Otto anni dopo si può dire che abbia fallito… o non ci abbia provato, almeno non con sufficiente determinazione. «Non possiamo chiudere gli occhi sulla realtà del nostro paese – ammoniva il presidente della Conferenza episcopale dell’Angola e di Sao Tomé e Principe, monsignor Manuel Imbamba, aprendo il 17 settembre i lavori della seconda Assemblea plenaria annuale – la nostra povertà non è soltanto materiale. È soprattutto sociale, politica, civile, culturale e spirituale. La mancanza di fiducia nelle istituzioni e il sentimento di disperazione hanno pervaso la vita degli angolani, soprattutto dei giovani».

Ma i due incontri più spinosi saranno con i presidenti della Guinea Equatoriale e del Camerun. Anche la Guinea Equatoriale ha grandi giacimenti di petrolio. Ha meno di due milioni di abitanti che potrebbero essere tra i più ricchi del pianeta se non fosse che dal 1979 la famiglia Nguema tratta il paese come sua proprietà privata. Il presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è il capo di Stato africano in carica da più tempo: ha preso il potere con un colpo di Stato nel 1979 e tuttora lo detiene, a tutto beneficio della sua famiglia e del suo entourage. È stato eletto per sei volte, l’ultima nel 2022, con risultati però contestatissimi. Le istituzioni politiche guineane in realtà sono meri simulacri di democrazia. Secondo i dati ufficiali, il tasso di povertà è del 23,5%. Tuttavia stime indipendenti indicano che più del 70% della popolazione vive al di sotto della linea di povertà e che il 40% è in condizioni di povertà estrema.

In Camerun Paul Biya, 92 anni, è presidente grazie a un colpo di stato dal 1982. Si è ricandidato e ha vinto il suo ottavo mandato presidenziale lo scorso ottobre. Il principale avversario, Tchiroma Bakary, ha contestato il voto e con lui decine di migliaia di persone scese a protestare nelle vie della capitale Yaoundé. La polizia ha sparato sui manifestanti uccidendone decine. Ai suoi elettori Biya promette: “il meglio deve ancora arrivare”. Ma, oltre a gravissimi problemi economici, due fattori di instabilità aumentano le preoccupazioni per il futuro del Camerun: la rivolta delle regioni nord e sud occidentali anglofone (in Camerun governo, istituzioni e la maggioranza della popolazione parlano francese), in armi dal 2017; e, nell’estremo nord, le incursioni, gli attacchi dei jihadisti provenienti dalla vicina Nigeria. Bakary, temendo a ragione per la sua vita, è fuggito nel Gambia. «Un paese non può esistere al servizio di un solo uomo» aveva detto annunciando la propria candidatura. Ma per ora evidentemente il Camerun può.