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Dall’Osce all’Onu, la dittatura Lgbt attacca la libertà di religione

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Due nuovi rapporti, con prospettive diverse, testimoniano l’attacco alla libertà di religione. ACS sottolinea «i crescenti limiti alla libertà di pensiero, coscienza e religione» nei Paesi dell’Osce. Mentre l’esperto dell’Onu sul gender, Madrigal-Borloz, chiede agli Stati di limitare l’obiezione di coscienza e subordinare la tutela della fede ai diritti Lgbt.

- ONU, FABBRICA DI NUOVI DIRITTI, di Stefano Fontana

Libertà religiosa 24_06_2023
Victor Madrigal-Borloz (esperto Onu su gender)

In questi giorni sono usciti due rapporti che fotografano, seppur da una visione opposta, la situazione drammatica in cui versa oggi la libertà di religione nel mondo. Uno proviene dal così chiamato «esperto indipendente dell’Onu sull’orientamento sessuale e l’identità di genere», il costaricano Victor Madrigal-Borloz. L’altro - che parte da una prospettiva cristiana, ma prende in esame le violazioni verso tutte le religioni - è quello di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS). Iniziamo da quest’ultimo.

Il 22 giugno, ACS ha appunto pubblicato il suo rapporto biennale sul tema, in cui si evidenzia che in quasi un Paese su tre (61 nazioni su 196) la libertà religiosa è fortemente limitata. Le forme di persecuzione più gravi si registrano tra l’Africa e l’Asia, ma anche l’America Latina conta qualche Paese nella lista (il Nicaragua su tutti).

Allo stesso tempo, pure nelle nostre società occidentali, diventa sempre più difficile la situazione per chi cerca di vivere la propria fede, specie se cristiana, con coerenza. Nel presentare il rapporto, ACS denuncia infatti «i crescenti limiti alla libertà di pensiero, coscienza e religione nei Paesi che appartengono all’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa», ossia l’Osce. Un’organizzazione composta da 57 Paesi, tra cui quelli dell’Unione Europea, gli Stati Uniti, il Canada e una serie di Paesi che facevano parte dell’Unione Sovietica (dall’Europa orientale all’Asia centrale).

Aggiunge ACS: «Negli ultimi due anni, nei confronti di coloro che vogliono esprimere e vivere apertamente la propria fede, l’Occidente è passato da un clima di “persecuzione educata” a una diffusa “cultura dell’annullamento” e al “discorso forzato”, caratterizzato da forti pressioni sociali per indurre a conformarsi alle correnti ideologiche di tendenza». In breve, si tratta delle svariate pressioni dell’ideologia del politicamente corretto.

Il rapporto, nello specifico, elenca alcuni casi emblematici. Ad esempio, in tema di aborto, ricorda le centinaia di chiese vittime di attacchi a seguito della sentenza Dobbs; la diffusione, nel Regno Unito, delle “zone cuscinetto” intorno alle cliniche abortive, in cui è vietata perfino la preghiera in silenzio (vedi qui, qui, qui e qui); le due ostetriche dalla Svezia che hanno perso la loro causa davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) dopo che era stato loro rifiutato un impiego in ragione dell’obiezione di coscienza all’uccisione dei nascituri.

L’altro grande campo di attacco alla fede riguarda i cosiddetti diritti Lgbt. Il rapporto di ACS richiama la persecuzione giudiziaria ai danni della deputata finlandese Päivi Räsänen, processata con l’accusa di “incitamento all’odio” per aver parlato di matrimonio e sessualità basandosi sull’insegnamento della Bibbia. Tra i tanti altri casi, il documento fa cenno anche alla guerra scatenata dalle organizzazioni transessualiste (e da chi le appoggia) contro chi - insegnante, medico, ecc. - si rifiuta di usare pronomi che non rispecchiano il sesso biologico di una data persona.

Ma andiamo al già menzionato “esperto indipendente” delle Nazioni Unite, l’avvocato Victor Madrigal-Borloz. Il suo rapporto è interessante perché conferma, implicitamente, che l’attacco alla libertà di religione non proviene solo dai singoli Stati ma è portato avanti anche attraverso le maggiori istituzioni sovranazionali, Onu in testa.

Il documento di Madrigal-Borloz, presentato al Consiglio per i diritti umani, afferma in sostanza - pur con vari giri di parole - che la libertà di religione viene dopo i diritti Lgbt. Contesta «il concetto di un ordine “naturale” come principio guida dell’esistenza umana e sociale», che l’esperto dell’Onu non lega a un dato oggettivo ma ad «alcune narrazioni religiose dominanti», lamentando che così si limita «il pieno godimento dei diritti da parte delle persone Lgbt». Corollario di questa affermazione è l’idea che non esista una sola famiglia - quella naturale, fondata sul matrimonio tra uomo e donna - ma tante forme di “famiglie”. Infatti, il rapporto sostiene che «un approccio basato sui diritti umani sfida direttamente le concezioni di famiglia che escludono le persone Lgbt», ossia che non prevedono che una coppia dello stesso sesso possa formare una famiglia.

Per l’esperto, l’affermazione dei diritti Lgbt dovrebbe comportare anche un ripensamento di tutta la disciplina sull’obiezione di coscienza, cioè un’erosione delle libertà fondamentali già esistenti. A proposito delle esenzioni su base religiosa che gli Stati solitamente prevedono quando approvano leggi gay-friendly, per esempio in tema di matrimonio, l’esperto delle Nazioni Unite mostra tutta la sua disapprovazione. Questo perché una simile previsione può ostacolare «l’attuazione di piani e programmi intesi a promuovere l’educazione orientata alla diversità, l’educazione sessuale onnicomprensiva e l’uguaglianza di genere».

Questa chiamata a comprimere la libertà di religione vale tanto per le istituzioni religiose quanto per i professionisti laici, come chi si rifiuta, per la propria fede, di «preparare torte, ospitare ricevimenti o stampare inviti per cerimonie di coppie dello stesso sesso». Questo genere di rifiuti equivale, per Madrigal-Borloz, a discriminare «i consumatori Lgbt» e gli Stati non devono permetterlo. Del resto, le persecuzioni giudiziarie cui assistiamo da anni - una su tutte, quella del pasticciere Jack Phillips - ricordano che questa compressione di libertà è già fortissima.

L’esperto sul gender indica anche, piuttosto apertamente, la necessità di cambiare le religioni dall’interno. Perciò, invita al dialogo tra i leader Lgbt e quelli religiosi, chiaramente nel senso di un cambiamento di approccio al tema dell’omo-transessualità. Basti l’affermazione apodittica: «Tutti i credenti […] hanno un orientamento sessuale e un’identità di genere, e tutte le persone Lgbt hanno credenze». In realtà, tutti abbiamo un sesso - maschile o femminile - con precisi significati che sono da ascrivere alla sapienza del Creatore.

E per chi non si adegua al “dialogo” di cui sopra? Tra le varie raccomandazioni finali agli Stati, Madrigal-Borloz chiede di «prevenire e indagare» chi compie discriminazioni verso gli Lgbt e violenze giustificate da «narrazioni religiose», garantendo che i colpevoli paghino il conto con la giustizia, anche attraverso un risarcimento danni. Gli stessi Stati devono «incoraggiare le istituzioni religiose» a collaborare quando si tratta di punire loro rappresentanti “non inclusivi”. Cioè, per quanto abbiamo visto, l’esperto dell’Onu invita a non tollerare chi difende la legge morale naturale.

Le raccomandazioni di Madrigal-Borloz non hanno carattere vincolante per gli Stati membri, ma costituiscono comunque uno strumento di pressione che si aggiunge a tanti altri - sempre in ambito Onu - nello stesso solco ideologico. Così, pian piano, la dittatura dei “nuovi diritti” avanza.