Giovani fragili e lo statalismo della scuola non è una cura
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I dati della ricerca dell'Osservatorio permanente sul disagio giovanile fotografano una situazione grave del disagio giovanile in Italia. E il modello statalista attuale soffoca le più efficaci reti educative presenti nella società civile.
Vivono in un’epoca caratterizzata da una libertà senza precedenti: mobilità, accesso illimitato alle informazioni, infinite possibilità̀ di espressione culturale. Eppure, questa “apertura” estrema si sta trasformando, per molti ragazzi italiani tra i 13 e i 24 anni, in un fattore di pressione e spaesamento, in un vero e proprio “blocco”. Sono questi, molto sinteticamente, gli esiti della ricerca svolta dall’Osservatorio permanente sul disagio giovanile della Fondazione Unhate, riportati dal Quotidiano online Affari Italiani.
Il problema del disagio giovanile e della povertà educativa sta interrogando profondamente la società attuale, per la drammaticità delle sue implicazioni, e ormai ogni giorno è possibile attingere ai risultati di nuovi studi che tentano di comprenderne le cause e di offrire possibili soluzioni.
La ricerca della Fondazione Unhate, intitolata "FRAGILE mappae mundi di una nuova generazione", guidata dal professor Magatti (sociologo ed economista, professore ordinario di Sociologia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) e presentata in questi giorni anche al Ministro Valditara, ha messo in evidenza come la grande quantità di dati e opportunità offerte dal sistema attuale può diventare una fonte di disagio se mancano adeguate reti educative, fino a generare veri e propri disturbi del comportamento: Il 69% dei giovani accusa disturbi alimentari, depressione e bullismo come problemi strutturali; il 64% denuncia malesseri legati ad attacchi di panico e abuso di alcol; il 63% conferma il ritiro e l’isolamento sociale come una realtà diffusa tra i propri coetanei. Indagini analoghe hanno lanciato un vero e proprio allarme quantificando in circa 200mila adolescenti i casi di ritiro sociale.
Lo studio ha operato una classificazione dei giovani italiani in base alla loro capacità di aprirsi al mondo e di operare attivamente in esso, catalogandoli in quattro profili distinti: i “Moderati in transizione” (34%), che vivono in una sorta di equilibrio precario e necessitano di un accompagnamento continuo per evitare di scivolare in situazioni di vera e propria crisi. Gli “Irrequieti in bilico”(25%), vittime dell’ansia da prestazione, che alternano fasi di iper-attivismo al serio rischio di crollare a causa del sovraccarico. Gli “Sfiduciati sotto pressione” (24%), sono i ragazzi “in blocco” che percepiscono la realtà come un luogo minaccioso e si sentono inadeguati, tendendo a isolarsi. E infine i “Fiduciosi propositivi” (17%), l’unica categoria in grado di gestire senza troppe ansie la complessità̀ odierna. Insomma, ci troviamo di fronte a generazioni di potenziali emarginati e asociali.
Di particolare interesse e spunto di riflessione è il fatto che in questa mappa del disagio la scuola pare giocare un ruolo cruciale, dato che spesso i ragazzi la vivono esclusivamente come una fonte di pressione e valutazione, facendo emergere l’esigenza di un modello differente. E anche se occorre la lealtà intellettuale per ammettere che il problema non nasce nella scuola, dato che essa non è altro che la cassa di risonanza di devastanti schemi di pensiero e prototipi di vita che hanno la loro origine altrove, un modello diverso sarebbe davvero necessario.
La scuola come è strutturata oggi, infatti, non può fare altro che accentuare il malessere giovanile. Qual è il “tipo umano” prevalente oggi nelle nostre scuole? Giovani generalmente privi di solidi ideali e senza una proposta di vita convincente; sballottati tra docenti con impostazioni culturali differenti, spesso grondanti di relativismo e scetticismo (espressione di quelle scuole di pensiero, ben presentate in un interessante libro di don Marco Begato appena pubblicato, che hanno formato il tessuto della attuale scuola di Stato); vittime della frantumazione educativa che si esprime nei molteplici percorsi di “educazione a…” che il mainstream riversa senza sosta sulla scuola e quindi sulla testa di docenti e alunni; infarciti di scientismo acritico e materialismo pratico; ridotti a utili ingranaggi del sistema economico-produttivo. Che sguardo positivo sulla vita possiamo attenderci dai giovani che escono da questo tritacarne?
Se si volesse realizzare un modello di scuola differente, si dovrebbe andare in direzione di una effettiva parità scolastica e di una piena libertà di scelta educativa per le famiglie. Occorrono scuole che, libere dagli schemi e dai diktat del modello statale, sappiano proporre agli studenti orizzonti unitari di significato in grado di rendere affascinante lo studio e la ricerca; adulti che testimonino valori solidi e attenzione alla persona in tutte le sue dimensioni; luoghi di studio e apprendimento affrancati da tutte le parole d’ordine che il potere di turno scarica sulle scuole. Quello stesso potere, che a partire dall’Unità d’Italia ha avocato a sé il diritto/dovere di educare e istruire, accusando proprio la scuola cattolica di essere “un’Istituzione per disadattati” (come spiega bene Begato nel già citato libro), rischia oggi di concorrere pesantemente a produrre intere generazioni di disadattati.
Occorre, dunque, superare proprio il modello statalista attuale, per dare ossigeno alle più efficaci reti educative presenti nella società civile. Sarebbe ancora poco, per invertire la rotta depressiva che le nuove generazioni stanno percorrendo, perché ci troviamo di fronte a una situazione drammatica di grande complessità, ma pur sempre un passo necessario e ineludibile, se vogliamo che i nostri giovani ritrovino speranza nella vita.

