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conflitto

Katz avvia l'operazione di terra, sfollato il Sud del Libano

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L'esercito israeliano avanza nel Paese dei Cedri per creare una zona tampone distruggendo ciò che resta dei villaggi, mentre l'Air Force continua a colpire i miliziani. Dai leader di alcuni Paesi, Italia inclusa, la condanna della decisione di Hezbollah di unirsi all'Iran mettendo però in guardia dalle conseguenze devastanti dell'iniziativa di Israele.
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Esteri 18_03_2026
(AP Photo/Ariel Schalit) Associate Press/ LaPresse

Nella mattinata di lunedì 16 marzo il ministro israeliano della Difesa Israel Katz ha annunciato ufficialmente l'inizio dell'operazione di terra nel sud del Libano. «Assieme al Premier Benjamin Netanyahu ho dato ordine a IDF», ha dichiarato, «di distruggere le infrastrutture dei terroristi nei villaggi libanesi del sud, per impedire il ritorno di Hezbollah, esattamente come è stato fatto con Hamas a Gaza, Rafah, Beit Hanun e in numerose altre località». Frattanto, l'Air Force dello Stato Ebraico continuerà a colpire «bersagli multipli di Hezbollah» e la Brigata 401 di IDF a combattere i miliziani del Partito di Dio sul confine tra i due Paesi.

Non è una novità che la 91a divisione “Galilea” di IDF sta avanzando nella regione del sud del Libano, ed ha già conquistato da giorni vaste aree senza incontrare resistenza; ora verrà raggiunta dalle “forze della 36a”. Le due divisioni effettueranno operazioni di terra volte ad allargare «la zona di difesa avanzata» distruggendo ciò che ancora resta in piedi dei villaggi dell'area; sarà così creata una «zona tampone supplementare per proteggere gli abitanti del nord di Israele» minacciati dai razzi di Hezbollah. Frattanto, la 146a divisione sarà dispiegata a scopo difensivo nel quadrante ovest del sud del Libano.

Dopo poche ore dalla dichiarazione di Katz i leader di alcuni Paesi – Italia, Germania, Francia, Regno Unito e Canada - hanno condannato in una nota congiunta la decisione di Hezbollah di unirsi all'Iran con attacchi a Israele che «devono cessare», e allo stesso tempo hanno dichiarato che un'offensiva di terra significativa da parte di IDF in Libano «avrebbe conseguenze umanitarie devastanti, porterebbe al protrarsi del conflitto e dev'essere scongiurata».

In realtà non è facile capire se gli ordini di Katz siano condivisi all'unanimità dal governo di Israele – sono note le divisioni in seno allo Stato Ebraico circa la conduzione della guerra –, se facciano parte di una strategia ponderata, e in che misura siano seguiti alla lettera da IDF, a causa della difficoltà di un fronte confuso e mutevole dove i miliziani di Hezbollah possono dispiegare quella che è senza dubbio la loro arma migliore: la guerriglia. È certo però che l'appetito per il Libano e il suo territorio ha accompagnato lo Stato Ebraico sin dalla sua fondazione. Già nel 1948, quando Israele vinse la guerra arabo-israeliana, il primo ministro Ben Gurion immaginava che il fiume Litani, raggiunto dalle truppe israeliane nell'ottobre di quell'anno, avrebbe costituito il confine nord del nuovo Stato; le pressioni internazionali costrinsero le sue truppe a ritirarsi fino a Ras Naqoura, lungo l'attuale Blue Line, che peraltro Israele non ha mai riconosciuto come confine effettivo. In seguito, lo Stato Ebraico ha invaso il sud del Libano – per poi ritirarsi – nel 1978 (operazione Litani); nel 1982 (operazione Pace in Galilea, ritiro nel 2000); nel luglio del 2006 (la cosiddetta “guerra dei trentatré giorni”) e nell'ottobre-novembre del 2024. Questa sorta di mambo letale, che ha causato ogni volta migliaia di vittime, evidenzia un desiderio di espansione territoriale presente ben prima della “minaccia esistenziale” rappresentata dal Partito di Dio, fondato, com'è noto, nel 1982.

Martedì 17 marzo bombardamenti ininterrotti hanno colpito buona parte del Paese – il sud, la zona di Saida, la periferia sud di Beirut, la valle della Bekaa. La Civil Defence (la Protezione Civile libanese) ha invitato gli abitanti di numerose località del sud ad abbandonare i villaggi, e il portavoce di IDF in lingua araba Avichay Adraee ha emesso un nuovo ordine di evacuazione ai residenti che si trovano a sud del fiume Zahrani, a 40 chilometri dal confine con Israele, poiché «la presenza di attività di Hezbollah nella zona costringe l'esercito israeliano a intensificare le sue operazioni militari». Contemporaneamente, forze di IDF sono penetrate brevemente nel villaggio di Kfarchouba dove hanno effettuato diverse perquisizioni nelle case, hanno arrestato un uomo – per poi rilasciarlo – e quindi si sono ritirate nelle postazioni che detengono sulle alture soprastanti la località. Dal canto suo, Hezbollah ha rivendicato di aver attaccato raggruppamenti di truppe israeliane in quattro località presso il confine, a Jdeidet Mays el Jabal, a sud di Maroun al Ras, a al Assi e sulle colline nei pressi di Khiam.

Secondo i dati del Ministero libanese della Salute pubblica, il 17 marzo i morti dopo due settimane dall'aggressione israeliana sono saliti a 912, a 2221 i feriti. Tra i morti della giornata figurano tre soldati dell'esercito libanese – che teoricamente non dovrebbero rientrare tra gli obiettivi di IDF, al pari di medici, paramedici, soccorritori, membri di ONG, donne e bambini, se vogliamo evitare di considerare i civili in genere – colpiti in due diversi attacchi nel sud del Paese. Gli sfollati interni ammontano a più di ottocentomila, di cui 133.414 sono ospiti nei centri di accoglienza predisposti dal Governo.



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