Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Casimiro a cura di Ermes Dovico
la storia / 1

Roma e la San Pio X, le tappe di un accordo sempre rifiutato

Ascolta la versione audio dell'articolo

Intese quasi raggiunte e repentini dietrofront a scandire la rottura trentennale tra la Fraternità fondata da mons. Lefebvre e la Santa Sede. Una vicenda da ripercorrere per meglio comprendere il "fenomeno lefebvriano" e la problematicità delle sue posizioni. 
- Dossier: il caso FSSPX

Ecclesia 04_03_2026

L’annuncio delle consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X ha scatenato nuovamente il tifo sul web. Sulla Bussola sono già apparsi diversi articoli che cercano di spiegare perché, con tali consacrazioni, la Fraternità compirà un atto scismatico, giudizio che la Santa Sede diede nel 1988 e che ha già preannunciato anche riguardo alle prossime consacrazioni. Forse il lettore potrà farsi un’idea più adeguata del “fenomeno lefebvriano” ripercorrendo alcune tappe della storia delle relazioni della Fraternità e la Santa sede, prendendo coscienza della linea dell’attuale governo della FSSPX, e venendo a conoscenza di alcune posizioni altamente problematiche della stessa, la quale, se dovesse essere accolta “così com’è”, provocherebbero ulteriore confusione e divisione nella Chiesa. Tre temi, tre articoli.

Partiamo dagli anni prossimi alla prima rottura, quella del 1988. mons. Lefebvre, esasperato dallo scandalo dell’incontro interreligioso di Assisi (1986), e deluso dalla risposta fredda e scarna della Santa Sede ai suoi dubia relativi alla libertà religiosa (1987), decise di annunciare pubblicamente l’intenzione di consacrare dei vescovi, nell’omelia del 29 giugno 1987: «Di fronte a questa oscurità di Roma, di fronte a questo rifiuto di ritornare alla Verità e alla Tradizione, ci sembra che il buon Dio chieda che la Chiesa continui. Per questo, è probabile che io debba, prima di rendere conto della mia vita al buon Dio, fare delle ordinazioni episcopali».

Il cardinale Ratzinger rispose all’annuncio, invitando mons. Lefebvre ad un incontro alla Congregazione per la Dottrina della Fede, durante il quale propose per la Fraternità una struttura giuridica che tutelasse la loro giusta autonomia, l’utilizzo del Messale del 1962, vescovi ausiliari, e il mantenimento dei propri seminari. Si accordarono anche per una prossima nomina di un cardinale visitatore, che si rivelerà poi essere il card. Éduard Gagnon. Il cardinale si mostrò molto aperto e disponibile, e positiva fu la sua impressione sulla formazione sacerdotale offerta ai seminaristi. La visita apostolica era da poco terminata (8 dicembre 1987), quando mons. Lefebvre, il 4 febbraio 1988, dichiarò a sorpresa a Le Figaro che aveva comunque intenzione di ordinare tre vescovi, con o senza l’approvazione di Giovanni Paolo II.

Era evidente che mons. Lefebvre non si fidava di “Roma”, una sfiducia che aveva anche le sue ragioni, visto il duro trattamento che egli aveva subito negli anni a partire dalla soppressione giuridica della FSSPX. È altrettanto vero che Lefebvre non fu affatto “morbido” nelle sue esternazioni. Nella famosa Dichiarazione del 21 novembre 1974, Lefebvre tracciava un solco invalicabile nei confronti della riforma liturgica: «Questa riforma, essendo uscita dal liberalismo e dal modernismo, è tutta e interamente avvelenata; essa nasce dall'eresia e finisce nell'eresia, anche se non tutti i suoi atti sono formalmente ereticali. È dunque impossibile per ogni cattolico cosciente e fedele adottare questa riforma e sottomettersi ad essa in qualsiasi maniera».

Nonostante la doccia fredda dell’intervista a Le Figaro, la Santa Sede decise di continuare le negoziazioni; si giunse al famoso Protocollo del 4 maggio 1988: la FSSPX poteva essere eretta come Società di vita apostolica, beneficiando di una commissione creata ad hoc per i suoi rapporti con la Sede Apostolica e gli altri vescovi; avrebbe potuto anche avere un vescovo, scelto tra i propri membri; i punti problematici del Concilio potevano infine essere discussi con la Sede apostolica. Il 5 maggio, il Protocollo venne firmato da ambedue le parti in causa. Ma il giorno dopo, mons. Lefebvre fece recapitare al cardinale Ratzinger la propria ritrattazione, esigendo che il vescovo promesso venisse ordinato entro il 30 giugno dello stesso anno. Il vescovo francese chiedeva in questo modo un segno della sincerità delle intenzioni della Santa Sede nei confronti della FSSPX.

Il 24 maggio, durante un nuovo incontro con il card. Ratzinger, mons. Lefebvre alzava ulteriormente il tiro: non uno, ma tre vescovi, e risposta della Santa Sede entro una settimana. Il 30 maggio, Ratzinger informava che il Papa era disposto ad accelerare la normale procedura per la nomina dei vescovi, così da permettere l’ordinazione di un vescovo entro il 15 agosto. Ancora una volta, Lefebvre scelse di non rispondere direttamente a Ratzinger, ma di mettere la Santa Sede di fronte ad una decisione già presa: fece organizzare una conferenza stampa per il 15 giugno, annunciando che avrebbe consacrato quattro vescovi due settimane dopo, il 30 giugno. Due giorni dopo, il Prefetto della Congregazione dei vescovi, il cardinale Gantin, inviò un Monitum a mons. Lefebvre per informarlo delle conseguenze del suo atto, e lo stesso giorno, la Santa Sede chiedeva a tutti i membri della FSSPX di riconsiderare la propria posizione, assicurando che sarebbero state prese delle misure per garantire alla Fraternità il mantenimento della propria identità, nella comunione con la Chiesa.

Lefebvre decise di proseguire per la propria strada, consacrando quattro vescovi, il 30 giugno 1988; Giovanni Paolo II rispose con il motu proprio Ecclesia Dei adflicta (2 luglio), nel quale dichiarava che «tale disobbedienza» portava «con sé un rifiuto pratico del Primato romano» e costituiva pertanto «un atto scismatico». Quindici sacerdoti e seminaristi, tra cui l’assistente del Superiore generale della Fraternità, l’abbé Josef Bisig, che tempo prima aveva consegnato a Lefebvre uno studio sull’impossibilità di procedere a delle consacrazioni episcopali contro la volontà del Papa (scaricabile qui), lasciarono la Fraternità per rientrare nella comunione della Chiesa ed ottenere l’erezione della Fraternità Sacerdotale San Pietro, come società clericale di vita apostolica. Vennero poi erette anche la Fraternità San Vincenzo Ferrier, fondata dall’abbé de Blignières, l’Opus Mariæ (poi Canonici Regolari della Madre di Dio), fondata da padre Wladimir de Saint-Jean, e l’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote, fondato da mons. Gilles Wach e dall’abbé Philippe Mora. Anche il monastero benedettino di Le Barroux, fondato da dom Gérard Calvet, ottenne una regolarizzazione.

Nel 1991, tre dei vescovi consacrati da Lefebvre, scomunicati dalla Santa Sede, mons. Tissier de Mallerais, assistito da mons. de Galarreta e da mons. Williamson, consacravano vescovo, di nuovo senza il mandatum del Papa, Licinio Rangel per l’Unione sacerdotale San Giovanni Maria Vianney di Campos (Brasile). Nel 2001, in seguito a dei colloqui con il cardinale Castrillon Hoyos, l’Unione venne eretta dalla Santa Sede come Amministrazione apostolica, dipendente direttamente da Roma, con l’assicurazione di successione episcopale.

I rapporti con la Fraternità si riaprirono con il pontificato di Benedetto XVI, che appena quattro mesi dopo la sua elezione, accolse mons. Fellay, allora Superiore generale, in udienza. Durante l’incontro, Fellay chiedeva al nuovo Papa dei segni forti di apertura sincera nei confronti della FSSPX: togliere le scomuniche, una piena libertà del Rito romano antico e una struttura canonica per accogliere i fedeli della Tradizione. La storia successiva dimostrerà che Benedetto XVI accorderà tutte e tre le richieste: il 7 luglio 2007 promulgherà il motu proprio Summorum Pontificum; il 21 gennaio 2009 emetterà il decreto di remissione delle scomuniche, e aprì dei colloqui dottrinali con la Fraternità, per giungere ad un accordo che potesse dare alla stessa una struttura canonica per ristabilire la sua piena comunione con la Chiesa, chiarendo che, fino a quel momento, i vescovi non esercitavano un ministero lecito. Tutto quello che la FSSPX aveva richiesto, Benedetto XVI lo aveva concesso, affrontando non poche resistente.

I colloqui dottrinali iniziarono il 27 ottobre 2009 e si conclusero l’11 aprile 2011. Il 14 settembre 2011, il card. Levada sottopose a mons. Fellay un Preambolo dottrinale (rimasto ufficialmente riservato) e la proposta di una prelatura personale internazionale. Il 7 ottobre, nel priorato di Albano Laziale, Fellay riunì i maggiori responsabili della Fraternità per presentare le proposte della Congregazione per la Dottrina della Fede, i quali respinsero a maggioranza il Preambolo. Essi chiesero di sottoscrivere non il Preambolo, ma la Professione di fede del Concilio di Trento, con una eventuale aggiunta di questo tenore: “tutti i testi del Concilio Vaticano II vanno accolti secondo il giuramento antimodernista”.

Il 16 marzo 2012, la Santa Sede domandava alla FSSPX di sottoscrivere il Preambolo entro un mese. Nel frattempo, il 7 aprile 2012, gli altri tre vescovi della FSSPX inviavano a mons. Fellay una lettera nella quale essi mettevano in guardia il Superiore generale dall’accettare qualsiasi accordo pratico. Di questa lettera parleremo nel prossimo articolo; l’abbiamo menzionata per far comprendere al lettore come la percezione di essere vicini ad un accordo fece montare l’opposizione interna della FSSPX, che da lì a qualche anno prenderà le redini della stessa.

Tra la FSSPX e la Santa Sede ci furono una serie di scambi per modificare il Preambolo, tra cui l’invio di una Dichiarazione dottrinale da parte di mons. Fellay, cui la Santa Sede rispose richiedendo una ulteriore modifica. Il 30 giugno, intervenne direttamente Benedetto XVI, indirizzando una lettera a Fellay, nella quale poneva i tre punti imprescindibili per poter accogliere la Fraternità nella piena comunione: 1. l’accettazione del Magistero come interprete autentico della Tradizione; 2. il Vaticano II come parte di questa Tradizione, fatta la salva la possibilità di discutere la formulazione di punti particolari dei suoi documenti; 3. la validità e liceità del Novus Ordo.

Le opposizioni interne ad un accordo ebbero il loro peso; Fellay si ritrovò a dover fare marcia indietro per evitare strappi dolorosi; che comunque ci furono, con l’allontanamento di mons. Williamson e di diversi sacerdoti che lo seguirono e andarono a formare la “resistenza”. Il Capitolo generale, il 14 luglio, indirizzò a Roma una comunicazione nella quale si chiariva che una eventuale regolarizzazione canonica della FSSPX doveva essere approvata da un capitolo straordinario. Mons. Fellay decise allora per il triplice fischio finale: il 28 agosto, incontrò mons. Di Noia, all’epoca vice-presidente dell’Ecclesia Dei, per comunicargli il ritiro della Dichiarazione dottrinale che egli stesso aveva inviato alla Santa Sede.

1. Continua



l'analisi / 2

Vescovi senza gerarchia, la Chiesa fai-da-te della San Pio X

26_02_2026 Luisella Scrosati

Per non dirsi scismatica la San Pio X reinventa la definizione di scisma e aggira il nodo della questione: non c'è episcopato legittimo fuori dalla comunione gerarchica. Vantandosi di restare in equilibrio tra “chiesa conciliare” e sedevacantismo, si è in realtà infilata in un vicolo cieco.
- L'analisi / 1: Potere d'ordine e di giurisdizionedi Luisella Scrosati
- Dossier: il caso FSSPX

colloqui

Roma-Écône, stoppare le ordinazioni per proseguire il dialogo

13_02_2026 Luisella Scrosati

Dall'incontro con il cardinale Fernández il superiore generale della Fraternità San Pio X torna a casa con la proposta di un confronto teologico e la richiesta di non ordinare nuovi vescovi senza mandato papale. È il primo passo da fare (o meglio da non fare) al bivio tra lo scisma e il graduale ristabilimento della piena comunione. 
- Dossier: il caso FSSPX

equivoci

Schneider chiede al Papa l'intesa che i lefebvriani rifiutano

25_02_2026 Luisella Scrosati

Un ponte verso la Fraternità San Pio X che però non vuole attraversarlo. La supplica del presule a Leone XIV perché approvi le annunciate ordinazioni episcopali sembra ignorare che è la Fraternità a non voler essere regolarizzata e ad aver declinato qualsiasi proposta in nome di uno stato di eccezione che è divenuto la regola.
- Dossier: Il caso FSSPX

L’analisi / 1

Potere d’ordine e di giurisdizione, il malinteso dei lefebvriani

23_02_2026 Luisella Scrosati

Nell’allegato al comunicato con cui rifiuta le proposte della Santa Sede, la Fraternità San Pio X cerca di dimostrare l’inconsistenza dell’accusa di scisma. Ma la FSSPX parte da un’errata lettura della Lumen Gentium. E non basta ricevere un’ordinazione valida per essere un vescovo cattolico: è necessario essere nella comunione gerarchica.

- Dossier: il caso FSSPX

la replica

Müller rispedisce al mittente il j'accuse dei lefebvriani

21_02_2026 Luisella Scrosati

La Fraternità San Pio X attribuisce al prefetto emerito della Dottrina della Fede il fallimento dei precedenti colloqui. Accusa respinta dal cardinale che risponde a tono e mette in chiaro che nessuno "stato di necessità" autorizza a infrangere il bene supremo dell'unità della Chiesa.
- Dossier: il caso FSSPX

COMUNICATO

Doppio rifiuto, i lefebvriani respingono le proposte di Roma

20_02_2026 Luisella Scrosati

Nessun dietrofront dalla Fraternità San Pio X dopo la richiesta della Santa Sede di sospendere le ordinazioni episcopali e riprendere il dialogo teologico. Don Pagliarani critica Müller per il fallimento dei passati colloqui e cerca di ingraziarsi Fernández facendo leva sul «todos, todos, todos». 
- Dossier: il caso FSSPX