Per i lefebvriani ogni Messa è dubbia tranne la loro
Ascolta la versione audio dell'articolo
Il "distanziamento sacramentale" è ormai dottrina della San Pio X che reputa i nuovi riti invalidi o quantomeno dubbi. Alla larga anche dal rito antico celebrato da altri. Ai suoi fedeli la Fraternità chiede di non accettare sacramenti dagli sconosciuti, fosse pure il Papa.
1. Le tappe di un accordo sempre rifiutato, di Luisella Scrosati
2. Quando anche Fellay temeva lo scisma, di Luisella Scrosati
- Dossier: il caso FSSPX
Nella lettera a lungo citata del 14 aprile 2012 l’allora Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X avvertiva e metteva in guardia gli altri tre vescovi ordinati da mons. Marcel Lefebvre dal «fare degli errori del Concilio delle super eresie», ben consapevole che una valutazione fuori misura di questi errori avrebbe portato la FSSPX ad isolarsi e prendere la via dello scisma.
Alcune di queste sopravvalutazioni degli errori del Concilio giravano già massicciamente, ma “sottobanco”, anche durante il duplice mandato di mons. Fellay, senza, a dire il vero, che nessuno si sia mai stracciate le vesti per porvi rimedio. Ma con l’elezione del nuovo Consiglio generale, queste posizioni sono venute alla luce, diventando il ”magistero” ufficiale della Fraternità. Appena qualche mese prima del cambio della guardia, con il superiorato di mons. Fellay che aveva le ore contate, don François-Marie Chautard, rettore dell’Institut Saint Pie X, l’Università della FSSPX, pubblicava su Le Chardonnet (aprile 2018), bollettino dell’importante chiesa parigina della stessa Fraternità, un articolo che metteva in dubbio persino la validità dei sacramenti della “Chiesa conciliare”: «Purtroppo la questione non si limita al valore magisteriale degli insegnamenti conciliari, ma si estende a quello della validità e della legittimità del potere di santificazione»; e non solo: «tanto sul piano dell’oggetto quanto su quello del soggetto, gli atti abituali del potere di giurisdizione conciliare sono dubbi». In sostanza, la Chiesa universale vivrebbe da sessant’anni nell’incertezza della validità degli atti di giurisdizione e di santificazione.
Una svista su un bollettino minore? Non sembra proprio. L’11 gennaio 2024, don Jean-Marie Gleize, da trent’anni professore al Seminario di Ecône, teologo scelto dalla FSSPX per i colloqui con la Santa Sede del 2009-2011, pubblicava un articolo sul Courrier de Rome, nel quale reinterpretava a modo suo la necessità dell’intenzione del ministro per la validità di un sacramento. Se il ministro non ha la stessa fede della Chiesa – sostiene l’abbé –, ma utilizza il rito della Chiesa, egli di fatto vuole fare ciò che fa la Chiesa. Ma – attenzione – questo vale solo quando il rito utilizzato è “tradizionale”; perché se, per esempio, un vescovo nell’ordinare dei sacerdoti «usa un nuovo rito, e questo (così com’è concretamente celebrato e non solamente in conformità alla Editio typica) è dubbiosamente quello della Chiesa, allora è dubbio che questo vescovo voglia fare quello che fa la Chiesa, ma questo dubbio proviene dal rito concretamente celebrato, e non dal fatto che il vescovo sia modernista». Poco dopo, viene colpito direttamente il rito della Messa riformato; siccome i cardinali Bacci e Ottaviani avevano scritto «che il Novus Ordo è dubbiosamente ciò che fa la Chiesa», allora «le nuove Messe non sono dubbie perché i sacerdoti che le celebrano non credono più alla transustanziazione: esse sono dubbie perché è il rito ad essere dubbio».
In pratica, di fronte ad ogni sacramento celebrato secondo il nuovo rito – esclusi il battesimo, il matrimonio e la confessione –, ci si trova nel dubbio circa la sua validità, «perché è il rito ad essere dubbio», e dunque il ministro che si conforma a quel rito non tradizionale non avrebbe più oggettivamente l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa. Lo stesso mons. Lefebvre, ci spiega Gleize, dubitava «della validità delle nuove Messe», «in primo luogo perché il Novus Ordo, l’esemplare di queste Messe, è dubbio: una formula incerta comanda l’adempimento incerto delle cose da realizzare», inficiando in sostanza l’intenzione oggettiva del ministro. Ed insiste su questo punto: «Parlando dei vescovi conciliari, egli [Lefebvre] ha dichiarato che i sacramenti “sono tutti dubbi” e la ragione che ne ha dato è che “non si sa esattamente quali sono le loro intenzioni”. Precisamente, le loro intenzioni sono dubbie nell’esatta misura in cui i nuovi riti riformati da Paolo VI sono dubbi».
Cari cattolici che frequentate il Novus Ordo, voi pensate che il vostro caro che ha appena ricevuto l’Unzione degli Infermi ne abbia ricevute anche le grazie corrispondenti, ma è dubbio che sia così; che siate stati veramente cresimati, ma non è detto che sia così; che abbiate offerto una Messa in suffragio dell’anima di vostro nonno o abbiate ricevuto il Signore Gesù nella santa Eucaristia, ma è dubbio che sia così. La Chiesa universale vi conferma sulla validità di questi sacramenti, ma la Fraternità vi dice il contrario. Tutta la vita sacramentale della Chiesa diventa così incerta, le anime non sanno più se stanno ricevendo la grazia di Dio oppure no. Conseguenza? Se volete salvare le vostre anime, andate dalla Fraternità.
Nel sito del Distretto francese della FSSPX troviamo questi concetti sotto la forma semplice di un Petit catéchisme de la nouvelle messe, scritto da don Daniele di Sorco, FSSPX: la nuova Messa è dubbia sia sotto il profilo dell’intenzione oggettiva del ministro, «perché, essendo fondamentalmente ambigua [...], non esprime sufficientemente ciò che la Chiesa intende fare», sia dal punto di vista della sua intenzione soggettiva: «Se si considera la deformazione che la dottrina sulla messa ha subito nel catechismo e nell’insegnamento degli attuali seminari, si può concludere che questa intenzione non è sempre presente». Pertanto, «il pericolo che la nuova Messa sia invalida è molto grande»; siamo così più certi della validità di un battesimo amministrato, in caso di necessità, da un buddista o da un ateo, piuttosto che da una Messa celebrata da un sacerdote cattolico. La conclusione non solo si impone da sé, ma è presente esplicitamente nel “piccolo catechismo”.
Anche la legittimità del Novus Ordo è messa in discussione, in quanto esso non esprime «in modo sufficiente la fede cattolica sul mistero dell’Eucaristia, ma implica una professione di fede sostanzialmente ambigua». Pertanto la nuova Messa non è lecita. Come affermare quanto detto se la fede ci insegna che ogni legge liturgica generale promulgata dal papa è infallibile? Semplice: per la Fraternità, essa non è una legge, perché ogni legge cattiva, che va contro il bene comune, ha solo il nome di legge. E quale parallelo suggerisce la Fraternità per spiegare il concetto? Quello della legge che autorizza l’aborto: legge cattiva questa, legge cattiva quella.
La nuova Messa dunque non è mai legittima e la sua validità è dubbia; si può dunque capire una delle vere ragioni per cui la FSSPX ha sempre rifiutato di firmare ogni accordo con la Santa Sede, che richiedeva ovviamente di riconoscere validità e legittimità del Novus Ordo, pur senza mai richiedere alla Fraternità di celebrarlo. E si possono anche comprendere le conseguenze pratiche di questa impostazione: «non è mai permesso assistere attivamente [ossia unendosi alle preghiere e ai gesti liturgici, e comunicarsi, n.d.a.] alla nuova Messa, perché non è mai permesso di aderire interiormente a qualcosa di illecito»; è invece concessa talvolta un’assistenza passiva, ossia una presenza puramente fisica, nel caso, per esempio, di funerali o matrimoni, «a condizione di evitare ogni tipo di scandalo, ossia di non fare nulla che possa far pensare ad un’assistenza attiva».
Non è dunque mai permesso partecipare attivamente alla “nuova Messa”, nemmeno per assolvere il precetto domenicale, nel caso non si riesca a partecipare ad una Messa della FSSPX, e nemmeno «se viene celebrata senza abusi, perché la sua ambiguità a livello della fede, non dipende dagli abusi, ma dallo stesso rito ufficiale». Non è neppure possibile semplicemente ricevere la Santa Comunione, «e neppure comunicare con delle ostie consacrate nella nuova Messa». Ragione per cui, quando ai sacerdoti della FSSPX viene dato il permesso di celebrare nelle chiese cattoliche, essi non utilizzano mai le ostie consacrate riposte nel tabernacolo, ma solo quelle da loro consacrate al momento.
Se il lettore pensasse che allora almeno l’opzione di partecipare alla Messa in rito antico, anche se non celebrata dalla FSSPX, potrebbe essere percorribile, dobbiamo deluderlo. Nella rivista del Distretto italiano, La Tradizione Cattolica (n. 110, anno 2019), si legge che «quando il motu proprio [Summorum Pontificum] è esplicitamente applicato, si avrà a che fare con una celebrazione in cui i gesti della Messa tridentina sono oggettivamente svuotati di ogni significato». «Ogni celebrazione ufficialmente presentata secondo i termini del motu proprio sarà, a nostro avviso, altrettanto inaccettabile della nuova messa, e per le stesse ragioni», perché «la frequentazione abituale o peggio esclusiva delle messe concesse secondo la lettera o lo spirito del motu proprio, è essa stessa una professione pubblica ed esteriore di una certa concezione della Chiesa, della dottrina, del Concilio, della Messa stessa: una concezione chiaramente sospetta di eresia».
Non diversa è la posizione del Distretto francese (Fideliter, n. 252, 2019): «alla domanda: “Tra due domeniche in cui si va a Messa alla Fraternità, si può andare a Messa in un altro contesto, non tradizionale [ossia della FSSPX e dei “preti amici”], semplicemente allo scopo di non mancare al precetto domenicale?”, la risposta è certamente “no”. Oggi, purtroppo, sempre più cattolici rispondono “sì”, andandoci spesso e senza problemi». La Fraternità stessa vieta ai propri sacerdoti di assistere in abito corale alle Messe in rito antico celebrate, per esempio, dagli istituti ex-Ecclesia Dei, ma possono assistervi solo in nigris. Si tratta a tutti gli effetti di proibire la communicatio in sacris con dei sacerdoti cattolici, esattamente come la Chiesa cattolica proibisce ordinariamente la stessa con membri di chiese non in piena comunione con la Chiesa cattolica. Questo significa che la Fraternità tratta i sacerdoti cattolici, indipendentemente dal rito celebrato, come sacerdoti di chiese scismatiche, manifestando (anche) in questo modo di essere essa stessa scismatica, ossia di non voler comunicare sacramentalmente con quanti sono in comunione con il Papa. E neppure con il Papa stesso.
È questo che la Fraternità intende, quando chiede alla Santa Sede di essere accettata “così com’è”, quando domanda di concedere l’autorizzazione per le prossime consacrazioni episcopali, perché possa continuare il suo apostolato “per la salvezza delle anime”. Quanti continuano a dire che la Fraternità non è scismatica, dovrebbe almeno ricordarsi di questi fatti; quanti auspicano che il Papa approvi la Fraternità, senza chiedere nulla “in cambio”, dovrebbero rendersi conto del cortocircuito completo della propria richiesta: il Papa dovrebbe approvare vescovi e sacerdoti che rifiutano la communicatio in sacris con la Chiesa cattolica.
Quando anche Fellay guardava a Roma e temeva lo scisma
Per l'anima profonda della San Pio X nessun accordo con la Sede Apostolica era ed è possibile. Un atteggiamento scismatico denunciato nel 2012 dall'allora Superiore generale, ma ormai radicato anche ai vertici del mondo lefebvriano. La parola d'ordine è: proseguire i colloqui purché inconcludenti.
1. Le tappe di un accordo sempre rifiutato
- Dossier: il caso FSSPX
Roma e la San Pio X, le tappe di un accordo sempre rifiutato
Intese quasi raggiunte e repentini dietrofront a scandire la rottura trentennale tra la Fraternità fondata da mons. Lefebvre e la Santa Sede. Una vicenda da ripercorrere per meglio comprendere il "fenomeno lefebvriano" e la problematicità delle sue posizioni.
- Dossier: il caso FSSPX
Müller rispedisce al mittente il j'accuse dei lefebvriani
La Fraternità San Pio X attribuisce al prefetto emerito della Dottrina della Fede il fallimento dei precedenti colloqui. Accusa respinta dal cardinale che risponde a tono e mette in chiaro che nessuno "stato di necessità" autorizza a infrangere il bene supremo dell'unità della Chiesa.
- Dossier: il caso FSSPX
Lefebvriani, lo stato di necessità è una contraddizione
La decisione di consacrare vescovi senza mandato pontificio in nome di una necessità di fedeltà alla Tradizione, significa separare la Tradizione dalla Chiesa concreta nella quale la Tradizione vive, e si trasforma la fedeltà in criterio autoattribuito.

