Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santa Germana Cousin a cura di Ermes Dovico
70 ANNI DOPO LA GUERRA

Viaggio nella Corea del Nord, un tuffo nel passato totalitario

Ascolta la versione audio dell'articolo

Settant'anni fa, oggi, il 27 luglio 1953 veniva firmato l'armistizio a Panmunjom, che pose fine alla Guerra di Corea. Da allora la Corea del Nord è rimasta congelata. Visitarla è come fare un viaggio nel tempo. 

Esteri 27_07_2023
Monumento a Pyongyang

Il 27 luglio 1953 l’armistizio di Panmunjom: vige tutt’ora e non si è mai più riusciti a integrarlo con un trattato di pace. Quello delle due Coree, in fondo è un grande esperimento sociale, dividere in due un paese omogeneo per lingua, storia e cultura; in una metà realizzare il comunismo e poi raffrontare. Te lo dicono già i cinesi quando stai per varcare la frontiera: «Visitare la Repubblica popolare democratica di Corea è come entrare nella Cina di Mao Tze Tung».

Nel 2016 ho avuto il privilegio di compiere un viaggio fiabesco nella RpdC. Scrissi alcune cose, con le dovute cautele (raggio locale del giornalino e nome de plume). Non che temessi per me, ma per coloro coi quali avevo interloquito (vedi articolo di S. Magni 17 giugno scorso). Ora, un po’ di tempo è passato, ho scorso le molte foto e filmati “rubati” e tutto sovviene alla mente …

La vetrina. Visite guidate, ti fanno vedere la capitale, la loro vetrina, coi grattaceli come una city degli affari; e poche escursioni in località meritevoli secondo i loro criteri, quindi gite celebrative e barbose, tronfie e kitsch, e ti dicono quante volte ci è venuto in visita il “Presidente eterno” e bla bla ...

Le solenni, sconfinate piazze, le imponenti statue bronzee di Kim Il Sung e Kim Jong Il, i monumenti fatti di falci, martelli e pugni chiusi alti come palazzi; la torre-faro dell’Idea Juche (una assurda filosofia inventata da Kim Il Sung stesso). Ci erano vietati i pantaloni corti o i sandali (negli interni persino obbligo di soprascarpe), bisognava acquistare e deporre un mazzo di fiori, davanti alle statue dovevamo fare un ampio inchino, e guai ad additare con l’indice, è irrispettoso.

Molti degli avveniristici palazzi sono vuoti: per esempio il mozzafiato Ryugyong Hotel quella piramide affusolata azzurra, la guida governativa ci diceva non essere ancora terminato; non è vero, la guida italiana poi ti spiega, non riuscendo a sostenere i costi di gestione per pochissimi fruitori, è destinato a rimanere disabitato. Per lo stesso motivo è chiuso anche il faraonico Hyangsan Hotel sui monti Myohyang. Servono solo per dire «pure noi ci abbiamo i grattacieli». Ma non è farina del loro sacco: il Ryugyong, per esempio, l’hanno interamente fatto e consegnato chiavi in mano gli egiziani.

Attenzione, stiamo sempre parlando della capitale, che è luogo riservato ai ceti privilegiati, con standard che poi non riescono a sostenere nelle altre città. Per risiedervi bisogna avere un certo status, condotta e garanzia di fedeltà; i poveri sono sistematicamente allontanati.

Fabbisogno energetico, persino la capitale è in ginocchio. La sera di Pyongyang è buia, i lampioni radi. Tutto questo sebbene l’elettrificazione sia l’argomento onnipresente e ossessivo: lo stemma ufficiale dello Stato raffigura centrale idroelettrica e traliccio dell’alta tensione e la Rivoluzione Tecnica è un capitolo della Costituzione. La gag è stata quando per far partire un video che avrebbe illustrato i traguardi raggiunti nella elettrificazione, hanno dovuto accendere un generatore a gasolio (ovviamente d’importazione).

L’acqua corrente è pressoché inesistente. Fatta eccezione per pochi alberghi per funzionari e personale estero, in tutto il Paese l’acqua non passa dai rubinetti: accanto al lavabo c’è un fusto (talvolta anche decoroso, segno di non provvisorietà) su cui galleggia un secchiello, da usarsi per mani e wc.

È proibito fotografare un lunghissimo elenco: cantieri edili e in genere la gente che lavora, qualsiasi edificio coperto da impalcature o in via di restauro, i disabili o persone molto anziane e poi tutto il paesaggio extraurbano, viepiù le campagne. E, fatti salvi i contesti solenni, è vietato riprendere i militari; ma come si fa? In RpdC quasi tutti portano un’uniforme! Allora si cercava di filmare o fotografare di nascosto. Proibiti approcci con le persone del posto: c’è sempre lì pronto un soldato che in malo modo le allontana.

La seconda Corea del Nord, tutta un’altra Corea, e non è ancora la peggiore: è quella che non vorrebbero farti vedere ma non possono evitarlo, volendoti portare in certi luoghi di cui si vantano … Appena usciti in pullman vietato fare fotografie.

Tutto il lavoro agricolo è ancora compiuto a mano: per centinaia di chilometri non si è visto un solo vero mezzo di lavorazione del terreno o di raccolta. I cereali si mietono con le falci e poi si fanno i covoni. Tutto è portato a braccia: con le gerle portano altissimi carichi; i sacchi con carretti a mano, chi può sospinge anche grossi volumi mettendoli sulla bicicletta; o, quando va bene, carri trainati da bovini. Sempre magri. Anche la gente è magra. Recenti articoli sulla Nuova Bussola ci parlano della fame (…) come del resto hanno esposto il 9 e 10 maggio scorsi gli ambasciatori della Corea del Sud e del Giappone auditi dalla Commissione Esteri della Camera dei deputati. Ma la fame, la carestia non ti è dato di vederla in modo diretto nel tour …

Nei campi sventolano serie di bandiere rosse. Ogni gruppo di contadini è presenziato da un soldato: piccoli esempi quotidiani dell’assunto di N. Werth, «uno Stato contro il proprio popolo». Il controllo è indispensabile per contenere un po’ i furti (anche se tutti sanno che si mettono d’accordo, contadini e soldati …). Per trasporti di lunghe distanze, sulle strade principali trovi qualche autocarro, spesso militare. Ma sono rarità: RpdC è pedoni e bici.

Le ferrovie sono fatiscenti, i carri merci rammendati con vegetali intrecciati; una pista pedonale-ciclabile che fiancheggia i binari è la cosa più adoperata. Poi non si fanno mancare niente, hanno pure l’autostrada: quattro corsie con aiuola, come le nostre! Ma è vuota, percorsa da qualche bicicletta e da pedoni.

Ad un certo punto un pretenzioso edificio a ponte, come gli Autogrill Pavesi: si mangia? No, è completamente disabitato, frequentato solo nelle toilette; quando occorre attraversare la carreggiata semplicemente si passa sull’asfalto.

Altoparlanti pubblici somministrano la musica, alternata a slogan (i pensieri dei Cari Leader); diffusa in tutto il Paese, nelle campagne ancor più pervasiva, a partire dalla sveglia, alle cinque (pure la domenica). Proprio come facevano nella Cambogia di Pol Pot.

Militarizzazione dell’intera società, tutto è pervaso dalla presenza dell’Esercito. La metà degli uomini (e delle donne poco meno) vestono in uniforme. Almeno un terzo della popolazione sono soldati. Aggiungi gli scolari in divisa col fazzoletto rosso, poi coloro che usano la giubba perché anche di vestiti c’è penuria, insomma è un paese in uniforme. Ho visto un programma alla tv, l’orchestra era di soldatesse e la cantante solista, anch’essa in divisa, termina il pezzo con il saluto militare. Ci hanno fatto assistere a un saggio di danza: anche i bambini, canzoncine dalla cadenza marziale, saluto militare. Alberghi e negozi essendo statali, spesso hanno davanti la garitta col soldato. Ai soldati e soldatesse si fanno fare tutti i lavori, edilizi, agricoli, stradali, fino ai più dequalificati: vedi ragazzine con una barella che portano massi. È l’industria della manodopera gratuita, le stesse scene viste in Eritrea.

C’è poi una terza Nord Corea, questa sì, impenetrabile agli occidentali. Sono le regioni degli “ostili”, i discendenti di coloro che si opposero all’affermazione del comunismo, dove la fame uccide (condanne per antropofagia denunciate sui giornali del regime, a fine di deterrenza); e sono i kwan-li-so, “campi di rieducazione attraverso il lavoro” (il gulag, si veda qui e qui), che ci sono ancora tutti: Yodok, Kaechon, Hwasong, Bukchang, Hoeryong, Chonjin …; di più, è stata dimostrata, attraverso rilevamenti satellitari, una crescita di essi in quantità e in estensione.