• ORA DI DOTTRINA / 34 - IL SUPPLEMENTO

Quel "verbo" che colloca il quarto Vangelo

Diverse correnti interpretative del quarto Vangelo, escludono che il verbo presente usato nel racconto della piscina di Betsaida sia un indicatore di una data di composizione dello scritto anteriore all’anno 70 d.C. Ciò viene escluso per diverse ragioni: alcuni lo considerano un presente storico, altri non gli attribuiscono "troppo peso", secondo altri ancora è un presente di consuetudine. Eppure quel verbo presente continua a resistere ai tentativi di “squalificarlo", ecco perché...

«V'è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici» (Gv 5, 2-3). Il verbo essere al presente (ἔστιν) che inizia il secondo versetto del capitolo quinto del Vangelo di Giovanni non è stato preso in seria considerazione dai grandi studiosi del quarto Vangelo come indicatore di una data di composizione dello scritto anteriore all’anno 70 d. C.; anno in cui – lo ricordiamo – Gerusalemme venne rasa al suolo dall’esercito romano, comandato da Tito.

Gli autori che escludono una datazione così precoce si ritrovano concordi attorno alla dichiarazione del noto biblista tedesco, Rudolf Schnackenburg (1914-2002), nella sua opera in quattro volumi sul medesimo Vangelo: «E’ quasi impossibile concludere a partire dall’uso del presente ἔστιν che la struttura fosse ancora esistente all’epoca in cui il racconto fu scritto»; parzialmente condivisa è anche, come vedremo, la ragione da lui fornita, ossia il fatto che «potrebbe trattarsi di un presente storico».

Nemmeno da parte di quanti sostengono invece una datazione del quarto Vangelo anteriore all’anno 70, il dettaglio sembra aver suscitato particolare interesse; esso viene per lo più ignorato o non vi viene attribuita comunque molta importanza. Un autore estremamente significativo a riguardo, John Arthur Thomas Robinson (vedi qui, qui e qui), nel suo Redating the New Testament, prende sì in considerazione la particolare scelta dell’evangelista di utilizzare il tempo presente di Gv 5, 2, ma aggiunge che «su di esso non dev’essere messo troppo peso» (p. 278).

Certamente, questo argomento non dev’essere considerato come l’unico e decisivo per sostenere una datazione “precoce” del Vangelo di Giovanni. Tuttavia esso ha il suo perché. Sebbene tra gli studiosi dei Vangeli vi siano stati molti modi di giustificare questo presente, un interessante articolo scientifico di Daniel B. Wallace, pubblicato su Biblica (vol. 71, n. 2 [1990], 177-205), John 5, 2 and the Date of the Fourth Gospel, li prende in considerazione ad uno ad uno, mostrando come essi siano tutt’altro che convincenti.

Alcuni autori sostengono, a dire il vero senza troppo impegno critico, che Giovanni potesse non essere a conoscenza della distruzione di Gerusalemme. Ma era praticamente impossibile che un qualsiasi ebreo dell’epoca non fosse informato di un evento così epocale. Basta dare una rapida occhiata ai testi dell’Antico Testamento e della tradizione giudaica per capire quanto Gerusalemme, e il Tempio in particolare, fosse al centro della religione ebraica. Giovanni si dimostra oltre tutto così particolarmente attento e legato alla Giudea e alla città di Gerusalemme, più degli altri evangelisti. La perfetta topografia della città, l’estrema precisione della conoscenza dei riti e delle feste giudaiche, l’enfasi che, rispetto ai Sinottici, viene posta meno sulla presenza di Gesù in Galilea e con più decisione su Gerusalemme, manifestano che Giovanni era un uomo profondamente legato alla città più importante del Giudaismo. In qualunque parte dell’Impero egli si trovasse nell’anno 70, è chiaro che nel giro di poco tempo la notizia della disfatta gli sarebbe giunta.

Un’altra ipotesi è che l’uso del presente in Gv 5, 2 non andrebbe considerato con un valore temporale, ma consuetudinario. Azioni appunto consuete, ripetute, abituali possono essere espresse con il presente, in quanto in un certo senso avrebbero un valore atemporale. L’utilizzo del presente con questa valenza si troverebbe, per esempio, nella lettera agli Ebrei, allorché vengono descritti i riti giudaici, sebbene questi fossero cessati prima della stesura della lettera. A parte il fatto che la datazione della lettera agli Ebrei dopo il 70 non è così pacifica (vedi qui), il parallelo non calza. Perché nel testo di Giovanni abbiamo l’uso di un presente per indicare una collocazione, non un’azione consueta. E poi non può sfuggire che, nel caso di Giovanni, se si eccettuano i dialoghi riportati, si tratta dell’unico verbo al presente in un mare di tempi passati.

Accanto al presente di consuetudine, si fa strada il presente storico. Si tratta di un uso “improprio” del presente, utilizzato per esprimere narrazioni passate con l’effetto di un racconto più vivo. Il presente storico non è affatto raro nei Vangeli; nel volume Horae synopticae. Contribution to the study of the synoptic problem, J. C. Hawkins ne identifica ben 216 nei Vangeli e negli Atti. Dunque il v. 5, 2 non sarebbe un’eccezione. E tuttavia Wallace fa notare che, non solo il versetto in questione non è presente nella lista, ma non collima con l’ultima delle tre caratteristiche che accomunano tutti gli altri verbi: la terza persona, il modo indicativo e l’assenza del verbo essere. Il presente storico, non solo nei Vangeli, viene in effetti utilizzato con i soli verbi di movimento e di azione.

Un ultimo interessante gruppo di critici ritiene che la piscina di Bethesda o Betsaida (del cui ritrovamento archeologico abbiamo parlato qui) sarebbe rimasta intatta, sopravvissuta alla distruzione. Il grande Professore protestante di Nuovo Testamento all’Università di Gottinga, Joachim Jeremias (1900-1979), ha avanzato come prove storiche del fatto che la piscina sarebbe  sopravvissuta alla furia dei Romani, alcuni testi cristiani antichi. Nell’anonimo Itinerarium Burdigalense (CSEL 39), scritto nel 333, l’autore riferisce delle piscine gemelle «quinque porticos habentes». Il verbo è chiaramente un participio presente. Anche l’Anonimo pellegrino di Piacenza del VI secolo, nel suo Itinerarium, 27, scrive della piscina «quae habet quinque porticos». Ancora il verbo avere al presente.

Wallace, dopo aver dato alcune plausibili spiegazioni di questi verbi al presente, fa però notare che vi sono altri autori cristiani antichi, i quali invece utilizzano il verbo al passato; uno di essi è persino anteriore alla testimonianza del Pellegrino di Bordeaux. Si tratta dell’Onomasticon, scritto da Eusebio di Cesarea prima dell’anno 324 – e tradotto mezzo secolo dopo da Girolamo -, che riporta appunto in ordine alfabetico tutti i luoghi geografici contenuti nella Bibbia, con una breve spiegazione. Riferendosi alla piscina di Betsaida, Eusebio afferma che «un tempo» (τὁ παλαιόν) essa aveva cinque portici. La traduzione latina di Girolamo custodisce il tempo passato: «quinque quondam porticus habuit». Anche altri autori cristiani, posti temporalmente tra i due “pellegrini” menzionati da Jeremias, ossia Cirillo di Gerusalemme, Teodoro di Mopsuestia e lo Pseudo Atanasio, parlano dei portici della piscina con un verbo al passato. La maggioranza degli autori cristiani sembrano dunque ritenere che la piscina era stata distrutta, insieme al resto della città. Come d’altra parte conferma una fonte storica oculare, ossia Giuseppe Flavio (37-100 ca), nella sua Guerra Giudaica. Nel primo capitolo del settimo libro, egli conferma che il Tempio e l’intera città di Gerusalemme furono interamente rasi al suolo per ordine dell’Imperatore, eccettuate tre grandi torri volute da Erode e dedicate rispettivamente al fratello Fasael, all’amico Ippico e alla moglie Mariamne l’Asmonea, e una parte delle mura occidentali. La piscina di Bethesda non rientra nell’elenco degli edifici risparmiati. La totale distruzione della città è stata ripetutamente confermata anche dagli studi moderni di archeologia. La medesima archeologia ha altresì mostrato che le colonne ritrovate in situ, e che avevano fatto supporre a Jeremias che esse fossero state lasciate in piedi, sono in realtà colonne di epoca bizantina.

Quel verbo presente continua dunque a resistere ai tentativi di “squalificarlo” dall’essere segno della redazione del quarto Vangelo prima dell’anno 70.

 

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