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La data dell'Apocalisse - di Luisella Scrosati

generalmente si propende a datare l'ultimo libro del Nuovo Testamento tra l'81 e il 96 d.C., ma l'attento studio di John Robinson, anticipa la stesura del libro dell'Apocalisse tra il 68 e il 70.

I Cavalieri dell'Apocalisse

Sulla scorta di una testimonianza di Sant’Ireneo (cf. Adversus Haereses, 30.3), si propende in generale a datare il libro dell’Apocalisse verso la fine del regno di Domiziano, che regnò dall’81 al 96 d.C. In verità, Ireneo afferma in modo piuttosto scarno che l’Apocalisse fu vista non molto tempo addietro – il suo libro è del 180 circa - «quasi nella nostra stessa generazione, alla fine del regno di Domiziano». Da parte sua, Eusebio di Cesarea afferma che «l’apostolo ed evangelista Giovanni, che era ancora in vita, fu condannato all’esilio nell’isola di Patmos» al tempo della persecuzione di Domiziano (Historia Ecclesiastica, III, 18. 1). Nel suo Panarion (cf. 51. 12), Epifanio colloca invece l’esilio e la visione di Giovanni sotto “Claudio Cesare”, non precisando però se si tratti di Tiberio Claudio o di Nerone Claudio, in ogni caso più di vent’anni prima di quanto riferito da Ireneo ed Eusebio.

John A. T. Robinson (di cui abbiamo già parlato qui e qui) è convinto che il libro dell’Apocalisse rimanderebbe ad un contesto molto vicino a quello della prima lettera di Pietro, che egli, insieme ad altri autori, colloca nel 65 d.C. Sia l’epistola che l’Apocalisse fanno riferimento a “Babilonia” ed alla persecuzione, con la differenza essenziale che la prima si riferisce ad una persecuzione in fase iniziale, mentre la seconda ha ben presente che l’ostilità verso i cristiani ha già raggiunto la sua fase più crudele, tanto da porre Giovanni in aperta ostilità con il potere politico della” bestia”.

In effetti, l’ultimo libro del Nuovo Testamento richiama a più riprese il grido rivolto a Dio di vendicare il sangue dei giusti, denuncia un sistema politico ed ideologico totalitario ed oppressivo, e conforta i cristiani sul fatto che presto Dio interverrà a porre fine alla persecuzione e far crollare il potere iniquo. Ad essere piuttosto evidente, nella lettura del capitolo 13, è che Giovanni non si riferisca ad una persecuzione “occasionale”, ma ad un sistema che bandisce dalla vita pubblica i cristiani e li perseguita in modo sistematico. Un sistema che pretende per sé l’adorazione dovuta solo a Dio.

Rifacendosi alla testimonianza di Tertulliano (Apologeticum 5, 4, cit. in Historia Ecclesiastica III, 20. 7), secondo Robinson la persecuzione di Domiziano non ebbe questi tratti, come invece quella di Nerone; in particolare, con il tanto discusso Institutum Neronianum tutti i cristiani vennero accusati di seguire una superstitio illicita. Questa accusa, precisa Marta Sordi, era già ampiamente diffusa nell’Impero, ma con poche o nulle conseguenze giuridiche; l’Institutum non dev’essere pertanto considerato come una nuova legge, ma come una svolta per cui l’accusa «cominciò ad essere accolta dai tribunali: terminus post quem è [...] il 62 d. C., quando la volontà imperiale di non perseguire i Cristiani era ancora ben nota in Giudea sia ad Ananos che ad Agrippa e ad Albino; terminus ante quem è, a mio avviso, il luglio del 64, quando l’incriminazione per incendio presuppone [...] una precedente individuazione dei cristiani come una categoria di persone, seguaci di una superstizione nuova e malvagia» (I Cristiani e l’Impero Romano, 39).

Torniamo a Robinson. Egli ritiene che il contesto adeguato in cui è stata scritta l’Apocalisse sia proprio quello successivo allo scoppio della persecuzione neroniana, di cui Giovanni sarebbe stato testimone oculare. In particolare, il famoso numero della bestia che rappresenta un nome d’uomo (cf. Ap 13, 18) costituirebbe un importantissimo riferimento temporale. Infatti, «nel quadro della gematria l’interpretazione più fondata, e condivisa dalla maggioranza degli studiosi, riferisce la cifra 666 a Nerone» (U. Vanni, Apocalisse di Giovanni, II, 488), in quanto la somme dell’equivalente numerico delle lettere ebraiche che rendono Nerone Cesare, ossia NRWN QSR, darebbe proprio il numero presente nell’Apocalisse. Per questo, Robinson è convinto che «ciò che egli vede nella sua visione non accadde nel tempo di Domiziano più che in quello di Nerone: egli [Giovanni] sta proiettando verso la fine – l’era nel Nerone redivivus – l’inevitabile sbocco di una tirannia totalitaria» (Redating the New Testament, 238), che egli aveva sperimentato di persona mentre si trovava a Roma. Una persecuzione che aveva martirizzato Pietro e Paolo, probabile riferimento storico immediato dei due testimoni del capitolo 11. Dunque, è come se il nome a cui si riferisce quel numero indicasse la “data” immediatamente dopo la quale è stato scritto l’ultimo libro della Bibbia, quello della persecuzione di Nerone.

Più precisamente, secondo Robinson, Nerone sarebbe morto da poco. I versetti decisivi per questa affermazione sarebbero tra quelli più difficili del testo, ossia 17, 9-11: «Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna; e sono anche sette re. I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l'altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco. Quanto alla bestia che era e non è più, è ad un tempo l'ottavo re e uno dei sette, ma va in perdizione».

Guardando alla successione dei primi cinque re, secondo Robinson, che segue letteralmente Edmundson (di cui abbiamo parlato qui), non si devono considerare tutti gli Imperatori, ma solo quelli “caduti”, cioè morti di morte violenta. Escludendo pertanto Augusto e Tiberio, i cinque sarebbero Claudio, Nerone e gli altre tre imperatori dell’annus horribilis della storia romana (69 d. C.), cioè Galba, Otone e Vitellio (Nerone e Otone si erano suicidati, mentre gli altri tre vennero uccisi). Il sesto, quello che “resta”, è Domiziano. Infatti, nel dicembre del 69 venne proclamato imperatore Vespasiano, ma egli si trovava ad Alessandria d’Egitto, e restò pertanto alcuni mesi lontano da Roma, dove, a rappresentare la dinastia flavia, c’era il figlio secondogenito, Domiziano, appunto, in quanto il maggiore, Tito, era impegnato nella Guerra giudaica. Quello “non ancora venuto”, il settimo, è Vespasiano. L’ottavo re, che è «uno dei sette, ma va in perdizione», farebbe infine un riferimento al Nero redivivus della fine dei tempi; tempi nei quali un nuovo Nerone sarebbe sorto per riedificare un sistema idolatrico e totalitario, radicalmente anticristiano, in aperta persecuzione contro coloro che non avrebbero accettato il “marchio”.

Ulteriore dettaglio: i dieci re del versetto 12 e la descrizione desolante del versetto 16 - «le dieci corna che hai viste e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco» -, si riferirebbero ai governatori delle provincie romane che “per un’ora soltanto” governarono con la bestia e si accanirono sulla prostituta, Roma. Il 69 fu infatti un anno in cui Roma dovette assistere ad una guerra civile, di tutti contro tutti, eventi devastanti, che fecero scorrere sangue per le sue strade, seminarono paura, distruzione e fame.

Questa spiegazione permetterebbe anche di capire che gli scrittori antichi non abbiano sbagliato del tutto attribuendo a Domiziano la decisione di mandare in esilio l’apostolo Giovanni: «Egli fu esiliato da Domiziano e ristabilito da Nerva, come dice la tradizione, ma nel 70-71!» (Redating, 250). Infatti, come si è visto, fu Domiziano a fare le veci di Vespasiano a Roma, fino al rientro di quest’ultimo, nella primavera del 70 e fu proprio lui a decretare l’esilio di Giovanni a Patmos. Mentre Marco Cocceio Nerva, che fu imperatore dal 96 al 98, era stato nominato console dall’amico Vespasiano nel 71. Dunque Domiziano e Nerva sono veramente i “protagonisti” dell’esilio e riabilitazione di Giovanni, ma non negli anni del loro impero, bensì all’inizio del regno di Vespasiano. In tal modo, conclude, Robinson, il libro dell’Apocalisse può essere ragionevolmente datato negli anni dalla fine del 68 al 70.

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