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L'anglicano liberale che anticipa la datazione del Nuovo Testamento

John Arthur Thomas Robinson, con il suo lavoro Redating the New Testament (1976), ha rimesso in discussione la datazione tardiva dei Vangeli e degli altri scritti neotestamentari. Se per gli Atti degli Apostoli la data non può andare oltre il 62, ancora precedenti devono essere i Vangeli. Anticipazione anche delle lettere di Giacomo e della Lettera agli Ebrei. 

Di certo non lo si poteva ritenere un conservatore; eppure uno dei più formidabili attacchi alla datazione tardiva degli scritti del Nuovo Testamento è arrivata da un vescovo anglicano di area liberale. Stiamo Parlando di John Arthur Thomas Robinson e della sua pubblicazione Redating the New Testament, che nel 1976 scosse le fragili certezze della datazione tardiva dei Vangeli e degli altri scritti neotestamentari.

L’idea di ripensare la datazione del Nuovo Testamento iniziò a balenargli nella mente anni prima, quando studiando un libro di storia romana, trovò un rimando ad un’opera di un certo George Edmundson, The Church in Rome in the First Century. Dopo un po’ di ricerca, gli riuscì di recuperare la monografia: si trattava di alcune conferenze di straordinaria erudizione, tenute ad Oxford nel 1913, ricchissime di notizie e riferimenti storici e di rinvii bibliografici. Robinson restò colpito dall’abbondanza di materiale storico e da numerosi considerazioni dell’autore, fino ad allora mai prese in considerazione.

All’epoca di Redating the New Testament, Jean Carmignac (vedi qui) era all’opera da tempo, ma la sua pubblicazione più scottante, La Naissance des évangiles synoptiques, avrebbe visto la luce solo otto anni più tardi; José O’Callaghan aveva invece da poco spinto ad un ripensamento (vedi qui) con l’attribuzione del frammento di papiro 7Q5 ad un brano del secondo Vangelo e del 7Q4 alla prima lettera a Timoteo. Ma di aprire una nuova datazione tutto il nuovo Testamento non era ancora venuto in mente a nessuno, soprattutto se questa proposta comporta la “chiusura” della messa per iscritto prima dell’anno 70 d.C.

Per comprendere la portata di questa pubblicazione, nella quale Robinson si confrontava con le fonti antiche e i numerosi esegeti e biblisti moderni e contemporanei, è necessario rendersi conto di quale sia la datazione “ufficiale” dei diversi scritti del Nuovo Testamento. Prendiamo la Lettera di Giacomo; la critica la ritiene pseudoepigrafica e la colloca tra il 70 e il 100 d.C. I Sinottici vengono tutti datati dopo il 70, con una precedenza di Marco su Matteo e Luca, datati verso l’80. La stesura ultima del Vangelo di Giovanni risalirebbe a qualche anno prima della fine del I secolo, così come le tre lettere e l’Apocalisse, la cui stesura andrebbe a coincidere con la fine del regno di Domiziano (ca 96 d.C.). Non sono rare altre proposte di datazione ancora più tardive.

Robinson sosteneva invece che non vi sia Vangelo, lettera o altro scritto del Nuovo Testamento posteriore all’anno 70; persino la Didaché o Dottrina dei Dodici Apostoli, generalmente datata tra la fine del I sec. e l’inizio del II, risulterebbe anteriore all’anno della distruzione del Tempio di Gerusalemme, che diventa, nell’ottica di Robinson una vera e propria dead line.

L’attenta analisi di Robinson si concentra sul confronto tra il contenuto dei diversi scritti ed il contesto politico e religioso. Prendiamo la lettera di Giacomo. Robinson constata che si tratta di una lettera che presuppone che gli unici interlocutori siano Giudei; non vi è alcuna traccia della presenza di cristiani provenienti dal paganesimo; i temi trattati risentono di un’epoca decisamente lontana sia da dispute dottrinale che dalle conseguenze della Guerra giudaica. Il problema principale della lettera è lo stesso con il quale si dovette confrontare il Signore, come testimoniato dai Vangeli: l’ipocrisia farisaica, un falso zelo nell’osservanza della legge, la maldicenza. Ma anche significativamente il dovere di difendere la dignità dei poveri e incalzare la chiusura di cuore dei ricchi, soprattutto dei proprietari terrieri di Palestina, figure che sparirono dopo la guerra del 66-70.
Nella lettera non c’è segno di eresie o scismi; la sottolineatura dell’importanza delle opere non risente della polemica di San Paolo sulla giustificazione mediante la fede, ma è invece un’esortazione ad evitare l’ipocrisia. Nessun accenno neppure all’importantissima controversia relativa alla necessità o meno di circoncidere quanti non provenivano dal giudaismo (cf. Atti 15). Per queste ragioni, Robinson ritiene che la lettera di Giacomo corrisponda ad un contesto anteriore all’anno 48, cioè l’anno in cui scoppiò la disputa sulla circoncisione.

Per la datazione dei sinottici, diventa importante la collocazione temporale degli Atti degli Apostoli. La datazione comunemente accettata (80-90 d.C.) non rende ragioni di alcuni “silenzi”; nell’opera lucana, infatti, in essa non c’è traccia della morte di Giacomo, pilastro della chiesa di Gerusalemme, né della persecuzione di Nerone e neppure dell’esito del processo a Paolo e della sua morte. In sostanza, gli Atti ignorano tutti i fatti successivi all’anno 62. A colpire in modo particolare è il finale (Atti 28, 30), che appare chiaramente un’interruzione, soprattutto alla luce dell’estrema attenzione da Luca dedicata alle vicende della vita di san Paolo. Per questa ragione, il terminus ante quem degli Atti degli Apostoli dev’essere considerato l’anno 62.

Questa data porta a retrocedere i Sinottici. Il Vangelo di Luca chiaramente deve temporalmente precedere gli Atti, ma la retrodatazione trova conferma anche nelle tematiche caratteristiche che ciascun evangelista presenta. Matteo, spiega Robinson, pone problemi che «riflettono un periodo in cui la necessità di una coesistenza spinge ad una chiarificazione di ciò che contraddistingue la linea cristiana» (ed. 2022, p. 103), con un’attenzione particolarissima «alla relazione dei Cristiani con il tempio, il sacerdozio e i sacrifici» (p. 104). Una situazione che non esiste più certamente a partire dallo scoppio della Guerra giudaica.

Considerazioni analoghe vengono fatte per la Lettera agli Ebrei. L’ipotesi di Robinson è che si tratti di una lettera scritta per giudeo-cristiani di Roma, probabilmente durante gli anni della persecuzione di Nerone. Il grave ammonimento verso «quelli che sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste, e sono stati fatti partecipi dello Spirito Santo, [...] e poi sono caduti» (Ebrei 6, 4.6) richiede un contesto di apostasia, causata da circostanze gravi. Gli unici due episodi di persecuzione, prima della controversia di Novazione sui lapsi – che si situa dopo la persecuzione di Decio, alla metà del III sec. - riguardano Nerone o, verso la fine del secolo, Domiziano. Robinson non dà molto credito a quest’ultima persecuzione (Marta Sordi ha invece mostrato che si trattò effettivamente di una persecuzione, dovuta ad una rottura dell’imperatore con Flavio Clemente); ma che si tratti degli anni 64-67 risulta chiaro anche incrociando un altro dettaglio importantissimo.
Nel decimo capitolo della lettera si afferma che «la legge, che ha un’ombra dei beni futuri, non l’immagine stessa delle cose, non può con gli stessi sacrifici, che si offrono ogni anno indefinitamente, rendere perfetti quelli che si accostano a Dio. Non avrebbero cessato altrimenti di esser offerti, per la ragione che gli offerenti, purificati una volta, non avrebbero più nessuna coscienza di peccato? Al contrario, in essi, ogni anno si rinnova il ricordo dei peccati» (10, 1-3).
I sacrifici si riferiscono chiaramente a quelli prescritti dalla Legge e offerti esclusivamente nel tempio; nel momento in cui viene scritta la lettera, non solo i sacrifici continuano ad essere offerti, ma non c’è neppure alcun segnale di una situazione che potrebbe portare alla loro cessazione. Robinson conclude che la lettera debba perciò essere collocata prima della distruzione del tempio e probabilmente anche prima dello scoppio della Guerra giudaica.

Riguardo al Vangelo di Marco, vengono prese in esame alcune testimonianze di Clemente Alessandrino, di una richiesta che venne fatta a Marco di scrivere il Vangelo; tale richiesta fu avanzata quando l’Apostolo Pietro era ancora vivo ed era presente a Roma. Questo ci porta prima del suo martirio, ma molto probabilmente potrebbe trattarsi del periodo della sua prima visita alla capitale dell’Impero, ossia tra il 42 e il 45.

Ancora più sorprendente è la posizione di Robinson sull’Apocalisse, il Vangelo di Giovanni e le tre lettere. Ma a questo dovremo dedicare un articolo a parte.

 

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