• ORA DI DOTTRINA / 32 - IL SUPPLEMENTO

Muri e piscine: così gli archeologi confermano Giovanni

Il muro di Gerusalemme, le piscine di Bethesda e di Siloe, le giare per la purificazione. Diversi dettagli dei racconti evangelici sono stati confermati in epoca moderna da scoperte archeologiche. A conferma della veridicità dei racconti dei vangeli.

La piscina di Betzaeta, in un modello dell'antica Gerusalemme

La differenza tra il “falsario” e il testimone oculare emerge dai dettagli. La produzione del primo appare in un primo momento come molto coerente e plausibile, proprio perché è stata creata con il preciso scopo di risultare credibile. Man mano però che il tempo passa e le testimonianze emergono, i “difetti di fabbricazione” si fanno sempre più evidenti. Al contrario, la testimonianza vera può apparire in un primo momento lacunosa e persino contraddittoria, ma il tempo le è galantuomo.

Ai Vangeli è accaduto proprio questo. Nonostante tutti i tentativi, inclusi quelli “teologicamente” elaborati, di screditarli dal poter essere considerati una testimonianza attendibile, più il tempo passa e più le testimonianze archeologiche confermano anche i più “insignificanti” dettagli dei racconti evangelici.  Si sa che quando tacciono gli uomini, gridano le pietre (cf. Lc 19, 40). Si tratta di dettagli che in qualche modo sono “sfuggiti” alla penna dell’autore, in quanto costituiscono per lui e per i suoi destinatari immediati, aspetti assolutamente ovvi, scontati; ma per lo storico questi dettagli diventano le testimonianze più eloquenti della fondatezza storica di uno scritto.

Arriviamo subito ad alcuni esempi concreti. Nel racconto della passione del quarto Vangelo, troviamo in pochi versetti tre di questi illuminanti dettagli. «Presero dunque Gesù; e, portando egli stesso la sua croce, si avviò verso il luogo detto del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota» (19, 17); la traduzione italiana traduce l’aoristo attivo ὲξῆλθεν con il semplice verbo di movimento “avviarsi”, mentre invece esso esprime più propriamente il senso di uscire. Gesù più propriamente uscì dalla città per andare verso il Golgota. Infatti, il v. 20 precisa che «il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città», non al suo interno. Infine, l’indicazione del giardino con un sepolcro nuovo «nel luogo dove egli era stato crocifisso» (19, 41) conferma ulteriormente che il sito doveva trovarsi fuori dalla città, in quanto un luogo di sepoltura non poteva stare all’interno.

In effetti, ai tempi di Gesù, le mura di Gerusalemme non comprendevano quella porzione di territorio  a nord-nord/ovest, che comprendeva tra l’altura del Golgota, in prossimità della Porta del Giudizio e la zona sepolcrale (per avere un colpo d’occhio, vedi qui). Fu solo negli anni 41-44 che Erode Agrippa ampliò le mura protettive di Gerusalemme, includendo anche i territori a nord-ovest. Preoccupato dell’opera di fortificazione, l’Imperatore Claudio diede ordine di interrompere i lavori, che vennero ripresi in fretta e furia più tardi, alla vigilia dello scoppio della Guerra giudaica (66-70). Dunque, Giovanni fornisce senza volerlo tre indizi di veridicità della sua narrazione.

Dalle mura alle piscine. A cominciare da quella di Bethesda o Betzaetà, collocata a nord della città, sotto la Fortezza Antonia, teatro del miracolo della guarigione del paralitico narrato nel capitolo quinto del Vangelo di Giovanni. Questa piscina aveva la particolarità di avere cinque portici; una stranezza che aveva fatto dubitare molti del valore storico di questa indicazione, investendo tutta la comprensione del brano sul suo significato meramente simbolico.

Invece, sul finire del XIX secolo, l’archeologo tedesco Conrad Schick trovò nei pressi della chiesa di Sant’Anna, oggi nel quartiere musulmano della città vecchia e inizio della tradizionale Via Crucis, un’enorme cisterna, mentre stava scavando sotto le rovine di una chiesa bizantina. La particolarità del ritrovamento sta nel fatto che si tratta in realtà di due piscine, separate da un divisorio centrale: quella settentrionale, più elevata, fungeva da serbatoio di acque fresche per quella inferiore, che era caratterizzata da gradini. I gradini discendenti hanno permesso di capire che la piscina meridionale veniva utilizzata per i bagni rituali di purificazione giudaici, i mikvoth, che venivano legalmente adempiuti solamente se l’immersione avveniva in acque collegate ad una fonte o una falda naturale. Dunque si trattava di due ampie vasche, una superiore e una inferiore, collegate e nel contempo tra loro distinte da un portico centrale. I quattro perimetrali più quello centrale: cinque portici.

Molto più recente è il ritrovamento di un’altra piscina, situata a sud, quella di Siloe, della quale si fa riferimento nell’episodio della guarigione del cieco nato, raccontato nel capitolo nono del Vangelo di Giovanni. Nell’agosto del 2004, degli operai stavano lavorando per riparare le condutture delle acque fognarie della città. Era presente il direttore dei lavori, Eli Shukron, membro della Israel Antiquities Authority. Durante gli scavi, Shukron si accorge della presenza di gradini; comprende che si tratta di un’antica piscina per il bagno rituale e intuisce che possa trattarsi proprio di quella di Siloe, collocata alla fine del grande tunnel che il re Ezechia, intorno al 700 a. C., fece scavare per poter condurre all’interno della città le acque della sorgente di Ghion posta fuori dalle mura, sul versante orientale del Cedron.
Vennero alla fine scoperti tre gruppi di cinque gradini l’uno, che portavano fino al fondo di una piscina lunga circa 70 metri. Gli scavi hanno portato anche al ritrovamento di diverse monete che permettono di tratteggiare l’arco temporale di questa piscina. Le più antiche risalgono al re asmoneo Alessandro Ianneo (103-76 a. C.), mentre le più recenti,com’era da attendersi, risalgono al tempo della Guerra giudaica (66-70 d. C. ).

Dalle piscine per il mikvah alle giare per l‘acqua della purificazione. L’indicazione giovannea di «sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili» (2, 6), all’interno della narrazione delle nozze di Cana, ha trovato conferma in una recentissima scoperta (2021) in località Reineh, vicino a Nazareth. Qui è stato rinvenuto un vero e proprio atelier di giare ed anfore, realizzati in terracotta o pietra calcarea. Quest’ultimo materiale era quello prescelto dagli ebrei osservanti per i banchetti, in quanto la pietra era considerata materiale puro e dunque adatto per contenere le acque di purificazione. Più precisamente, la pietra, come spiega il trattato Oholot del sesto ordine della Mishnah, è l’unico materiale che non può divenire impuro a contatto con persone od oggetti impuri. Il ritrovamento conferma quanto era già emerso negli scavi dal 1969 al 1978, in seguito alle distruzioni provocate dalla guerra dei Sei Giorni. Anche in questo caso si trattò di grandi giare in pietra, molto pesanti, compatibili non solo con il materiale, ma anche con la capacità di circa 40 litri indicata dal Vangelo di Giovanni.

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