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Quando i comunisti uccisero i frati di Široki Brijeg

Il 7 febbraio di 78 anni fa, a Široki Brijeg (Erzegovina), i partigiani comunisti uccisero – dopo averli derisi e umiliati – dodici francescani, compreso un frate ottantenne. Nei giorni seguenti furono trucidati diversi altri religiosi che erano riusciti a scappare. Un eccidio in odio alla fede, spiega alla Bussola padre Dane Karačić. Ma da quel sangue «sgorgarono e sgorgano molte vocazioni».

Ecclesia 07_02_2023
La chiesa di Široki Brijeg subito dopo la guerra

Sono trascorsi esattamente 78 anni dal 7 febbraio 1945, data orribile, che qualcuno ha cercato di cancellare dal calendario, condannandola all’oblio. Nessuno doveva sapere. Perché?

Široki Brijeg – nome che, tradotto, significa «ampia collina» – è oggi una cittadina dell’Erzegovina, bagnata dal fiume Lištica. Questa terra, cattolica e croata, è stata occupata dai turchi a partire dalla metà del XV secolo, per quattro secoli. Chiese, cappelle e simboli cristiani vennero in gran parte distrutti, con poche eccezioni, per cercare d’imporre a tutti l’islam quale religione ufficiale. Pur in quella situazione drammatica, i frati, con grande pazienza, nell’ottobre 1845 ottennero dal sultano il «ferman» ovvero il permesso di costruire qui un nuovo convento con una piccola chiesa. La prima pietra fu posta il 23 settembre 1846 e fu benedetta dal vescovo, monsignor Rafo Barišić, tra l’entusiasmo dei religiosi e della gente. Nel 1878 l’arrivo degli austriaci pose fine alla dominazione turca, il che consentì di procedere più agevolmente nei lavori di ampliamento di chiesa e convento. Ben presto i frati divennero un punto di riferimento sicuro per molti dal punto di vista spirituale, ma anche dal punto di vista educativo, prima con le «scuole di campagna» – fondate per strappare la popolazione all’analfabetismo – poi addirittura con la fondazione di un liceo classico. Tutto questo sin verso la fine della Seconda guerra mondiale.

Ai primi di febbraio del 1945, però, Široki Brijeg venne conquistata dai partigiani comunisti. Questi, benché negli edifici francescani non vi fosse traccia dell’esercito nemico, il giorno 5 iniziarono a colpire le strutture religiose con ben 304 colpi di cannone. Uno solo lo scopo: annientarle. La pioggia di fuoco, incessante, durò per due giorni consecutivi. Gravi i danni provocati: furono distrutti circa 70 mila libri, andarono in briciole aule e laboratori di fisica, chimica, botanica e musica. Ma qualcosa resistette. A partire da buona parte della chiesa. Alcuni religiosi cercarono scampo nelle parrocchie vicine, a Mostarski  Gradac, Izbično e nella centrale idroelettrica, da loro stessi costruita nei pressi del fiume Lištica, per fornire di energia la chiesa, la scuola, il convento e il convitto.

Quando i partigiani giunsero sul posto, tra le macerie trovarono i dodici frati rimasti, assieme a molti civili e ad alcuni studenti nascosti nelle cantine conventuali. Donne, bambini e alunni furono rimandati subito a casa, i ragazzi inviati al centro di reclutamento. I religiosi – compreso un frate ottantenne, malato – furono trasferiti nella sala delle adunanze. Li interrogarono uno ad uno, insultandoli, deridendoli, umiliandoli, bestemmiando. Nel pomeriggio li condussero nel rifugio anti-aereo, ricavato nell’orto conventuale. Qui li uccisero uno ad uno, con un colpo di pistola alla nuca. Poi ne bruciarono i corpi.

Subito dopo iniziò la caccia ai fuggiaschi. Sette frati, nascostisi nella vicina centrale idroelettrica, tornarono al convento all’indomani. Temevano il peggio e il peggio era lì ad aspettarli. I partigiani, ancora sul posto, li caricarono, mani legate, su di un camion diretto a Spalato. Non se n'è più avuta notizia. Uno di loro, però, è stato ritrovato cadavere in una fossa comune a Zagvozd.

Altri cinque religiosi furono rintracciati nella parrocchia di Mostarski Gradac: furono tutti trucidati, assieme al cappellano. Tre vennero bloccati nella parrocchia di Izbično, mentre stavano celebrando Messa; tra l’orrore dei fedeli, furono prelevati e portati a Gostuša. Ad oggi non si sa dove siano stati ammazzati. Di certo, però, nessuno di loro è più tornato. A Kočerin un altro frate fu ucciso a colpi d’arma da fuoco assieme al parroco, che lo aveva ospitato in parrocchia; a Mostar altri sette furono catturati e uccisi presso il fiume Narenta.

A Široki Brijeg non rimase più anima viva: «A due mesi dall’eccidio giunse sul posto il primo frate. Si trovò di fronte ad una scena spaventosa: tutto distrutto, devastato, bruciato», ricorda, con profonda commozione, padre Dane Karačić, francescano, “memoria storica” della strage. Oggi svolge il proprio ministero proprio a Široki Brijeg, nel ricostruito convento. Nella chiesa, nel 1971, di nascosto, i suoi confratelli hanno seppellito le ossa di 24 frati uccisi qui e a Mostarski Gradac. I restanti riceveranno degna sepoltura, quando verranno ritrovati.

Padre Dane, quello compiuto a Široki Brijeg fu un eccidio in odio alla fede cattolica?
Sì, assolutamente. Perché i frati e la gente dell’Erzegovina non accettarono l’ideologia comunista. Nessuno volle iscriversi al partito. Il nostro popolo, che per secoli, sotto i Turchi, lottò per rimanere cattolico, non accettò certo il comunismo ateo. Dopo la spaventosa strage, i partigiani in chiesa distrussero a colpi di martello tutto quel che trovarono: calici, cibori, ostensori, turiboli… Trasformarono il tempio in una stalla per i cavalli. Due anni dopo la guerra, nel 1947, i partigiani comunisti tornarono, questa volta con scalpelli e martelli, per cancellare l’iscrizione posta sulla pietra all’ingresso del convento, su cui era scritto: «Separati dalla Bosnia, senza pane e senza tetto, ricchi solo della speranza in Dio, questo convento con la chiesa dal fondamento 23 luglio 1846 sotto la protezione dell’Assunzione in Cielo della Madonna, Francescani di Erzegovina costruirono». Ora l’abbiamo rifatta, ma abbiamo tenuto anche quella originale (nella foto), benché distrutta, a memoria… I partigiani fecero poi irruzione nell’ufficio parrocchiale e bruciarono tutti i libri di battesimo, matrimonio e quelli dei defunti. Così siamo rimasti senza registri.

Che è successo dopo?
Per far dimenticare i crimini commessi e l’eccidio dei frati e di tanta gente innocente, i partigiani comunisti proibirono le commemorazioni e su questi avvenimenti tragici fu imposto a chiunque il silenzio. Per giustificare i loro misfatti inventarono l’incredibile: ad esempio, che i frati avessero sparato e che fossero morti in battaglia oppure che avessero versato l’olio bollente sopra i partigiani. Tutte bugie sfacciate… Però i comunisti, a fini di propaganda, fecero indossare ad un partigiano un saio da frate, mettendogli in mano un mitra, per poterlo accusare di essere uno di quelli che avevano sparato all’epoca. Lui stesso riconobbe poi di essere stato costretto a questa messinscena.

Cosa ci insegna l’eccidio di Široki Brijeg?
Il sangue versato non è stato inutile, ci insegna ancora oggi Tertulliano che esso «è il seme dei nuovi cristiani». Da Široki Brijeg infatti sgorgarono e sgorgano molte vocazioni sacerdotali e religiose. E anche oggi, 78 anni dopo, molti fedeli vengono qui a pregare per ottenere l’intercessione di questi miei confratelli del tempo...

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I pellegrinaggi proseguono da allora, ininterrotti. Fedeli all’appuntamento, ogni anno, giungono, ad esempio, gli alunni della scuola dei frati, presenti all’eccidio. Loro si salvarono perché in abiti civili. Oggi sono tutti sacerdoti, alcuni parroci. Giungono sul posto e piangono. Si celebra insieme la Santa Messa. Ma poi ci sono i fedeli del posto e non, gente comune, che giunge da ogni dove per chiedere una grazia. Il processo di beatificazione è iniziato. Ma già ora i frati trucidati per la loro fede, rappresentano un modello e un esempio. Per tutti.