• BRUXELLES

Nato: Cina, nuova nemica. Turchia, spina nel fianco

A Bruxelles, ieri, la politica estera della nuova amministrazione americana è entrata nel vivo. La Cina appare come la nuova antagonista. La Russia come il nemico tradizionale. Resta il problema interno della Turchia non democratica e in piena espansione. E sullo sfondo, il tragico epilogo della missione in Afghanistan.

Biden e Jens Stoltenberg a Bruxelles

A Bruxelles, ieri, la politica estera della nuova amministrazione americana è entrata nel vivo. Tanti i temi sul tappeto, nel vertice dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri della Nato: la Cina, la Russia, la cyber-guerra, la Turchia. E il riscaldamento globale.

Il comunicato congiunto dei Paesi membri, per la prima volta nella storia dell’Alleanza, menziona la Cina, non solo di sfuggita, ma come una minaccia concreta all’ordine internazionale. La Nato, formatasi nel 1949 per contenere l’avanzata dell’Unione Sovietica in Europa e poi evoluta come strumento di stabilità e sicurezza internazionale (non solo in Europa), per la prima volta menziona un potenziale nemico nel Pacifico. Questa era stata finora area di competenza esclusiva degli Stati Uniti, dei suoi alleati regionali (Corea del Sud e Giappone, oltre a Taiwan che non è riconosciuta come indipendente, ma è difesa dagli Usa). Lo scopo di Biden è, ora, quello di coinvolgere direttamente anche gli alleati europei nella nuova politica di contenimento della Cina. Come non si sa ancora, ma intanto il comunicato considera la Cina come una nazione che pone “una sfida sistemica all’ordine internazionale basato sul diritto”. La Nato esprime anche la sua preoccupazione per l’incremento dell’arsenale nucleare cinese e la sua cooperazione militare con la Russia. Tuttavia si lascia aperta una porta, dove si parla di un “dialogo costruttivo con la Cina, ovunque sia possibile”, specificamente su sfide comuni: il riscaldamento globale. Perché c’è anche la lotta al riscaldamento globale fra gli obiettivi dell’Alleanza, che pure non è una comunità economica.

Già nel documento conclusivo del G7, emesso domenica, la Cina veniva condannata per i lavori forzati e la violazione dei diritti umani, specialmente nello Xinjiang ai danni degli uiguri. Il comunicato Nato è già meno duro rispetto a quello del G7 perché, come spiega il segretario generale Jens Stoltenberg, ci sono difficoltà a mettere assieme le linee di politica estera dei 30 membri. Nel caso della Cina, ha fatto resistenza l’Ungheria che ha buone relazioni diplomatiche ed economiche con il colosso asiatico, gli altri Paesi dell’Europa centrale che temono che la minaccia russa (che li riguarda direttamente) passi in secondo piano e infine anche la Francia. Il presidente Emmanuel Macron, sia in sede Nato che nel G7 precedente, ha avvertito che i rapporti con la Cina riguardano anche ambiti culturali, valoriali, economici e tecnologici e non possono essere ridotti alla dimensione semplificatrice amico/nemico tipica di un’alleanza militare. La Germania, benché allineata politicamente, resta comunque il terminale di terra della Via della Seta cinese. L’Italia resta la prima firmataria europea del memorandum della Via della Seta. Il Montenegro si è indebitato con la Cina, per il suo ultimo programma infrastrutturale. La Grecia, oltre a mantenere buoni rapporti politici con Pechino, ha il suo porto principale, il Pireo, di proprietà cinese. Insomma, parlare di Cina alla Nato, non è solo un discorso su un potenziale nemico lontano, ma è come camminare sulle uova.

Parlare di Russia, invece, è molto più facile. Nonostante i mal di pancia, anche qui, fra i Paesi dell’Europa occidentale che non si sentono minacciati da Mosca, il contenimento di una Russia neo-imperiale è il ritorno della missione originaria della Nato. Ed è il principale collante fra i membri dell'Europa centrale (Paesi Baltici, Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Romania) e i membri originari atlantici (Usa, Canada e Regno Unito). Nel documento è citata ben 60 volte, come minaccia diretta all’Alleanza. Si esprime preoccupazione per i suoi programmi militari, per gli attacchi cibernetici e per la disinformazione diffusa in tutti i Paesi membri, oltre che per l’annessione della Crimea che costituisce l’evento iniziale del nuovo antagonismo. Se il nemico è facilmente individuato, è invece difficile capire come reagire ai suoi mezzi non convenzionali. La Nato non seppe rispondere, ad esempio, all’attacco massiccio cibernetico all’Estonia, nel 2007, del quale la Russia nega tuttora ogni responsabilità. Alla guerra informatica si può rispondere con mezzi militari? Si può attivare l’articolo 5, che prevede la mutua difesa? La Nato ha stabilito, ieri, che si possa attivare a seconda dei casi, come risposta a un attacco informatico. Quindi non esiste ancora alcun criterio.

Infine, ma non da ultimo, c’è il problema interno che è impossibile da ignorare: la Turchia. Erdogan, ormai, conduce una politica estera totalmente indipendente e non si ferma se confligge con gli interessi di altri Paesi membri della Nato. Sul piano dei principi la Turchia costituisce un problema ancora maggiore, perché non è una democrazia. Non la è mai stata, non nel senso liberale occidentale, a maggior ragione non la è adesso, dopo un ventennio di dominio del partito islamico di Erdogan. Se Biden intende, come dichiara, formare un’alleanza di democrazie contro l’autocrazia (Cina, Russia e loro alleati asiatici), la Turchia è il marchio dell’ipocrisia su tutto il progetto. Biden ha per lo meno riconosciuto il genocidio armeno, rompendo un antico tabù dei rapporti con i governi di Ankara. Tuttavia nel suo incontro bilaterale, a porte chiuse, con Erdogan, non ne ha parlato (per ammissione dello stesso Erdogan).

Ha semmai cercato punti di convergenza con Ankara sul ritiro in Afghanistan, su cui dovrebbe vegliare un contingente turco, pronto a presidiare l’aeroporto di Kabul, assieme a truppe pakistane e ungheresi. E sull’antagonismo della Turchia con la Russia. Biden incontrerà Putin domani, a Ginevra, e ha sicuramente accordato un programma comune con la sua controparte turca. Attualmente Ankara e Mosca sono entrate in rotta di collisione su ben tre fronti: nel Caucaso, in Siria e in Libia. E anche nell’ultima crisi ucraina, Erdogan è stato il primo a fornire armi a Kiev. Certo resta l’ambiguità dell’unico Paese Nato che ha comprato dalla Russia le difese aeree di ultima generazione, le batterie di missili S-400.

Detto tutto questo, la Nato parte con un’enorme svantaggio. Il tema meno dibattuto, ma sempre molto importante è infatti il ritiro dall’Afghanistan. Anche se gli Alleati promettono di continuare ad assistere Kabul, è più che concreto il rischio che il Paese asiatico cada ancora nelle mani dei Talebani dopo il ritiro del contingente Nato. Sarebbe il “momento Vietnam” dell’Alleanza Atlantica, una sconfitta dalla quale ci si riprende dopo decenni.

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