• INTERVISTA

Müller: Benedetto XVI è stato il sant'Agostino dei nostri tempi

«Papa Benedetto non ha parlato di Cristo, ma ha parlato a Cristo. In lui c'è unità tra la riflessione teologica ad altissimi livelli e la spiritualità che entrava direttamente nei cuori delle persone». «Era consapevole delle sue competenze, ma le usava non per elevarsi sopra gli altri, bensì per servire al bene della Chiesa e della fede della gente semplice». «Confusione? Oggi c'è troppo pensiero politico nella Chiesa». «Chiesa indietro di 200 anni, come diceva il cardinale Martini? Impossibile, Gesù è la pienezza di tutti i tempi». Parla il cardinale Müller, curatore dell'opera teologica di Ratzinger-Benedetto XVI.
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Il cardinale Müller

«Per me papa Benedetto è quasi un sant’Agostino redivivo, a prescindere da un eventuale processo di canonizzazione è già di fatto Dottore della Chiesa». Il cardinale Gerard Ludwig Müller ha tutta l’autorità per dirlo: teologo lui stesso, ha curato tutta l’opera teologica di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, oltre ad esserne stato uno dei successori come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Ci accoglie nel suo appartamento nei pressi di San Pietro che per ben 24 anni era stato proprio del cardinale Ratzinger, da quando nel 1981 fu chiamato a Roma da san Giovanni Paolo II fino all’aprile 2005 quando fu chiamato a succedergli nel pontificato. Di quel periodo nell’appartamento restano solo le vetrate artistiche della piccola cappellina che furono regalate al cardinale Ratzinger e rappresentano l’Eucarestia.

Cardinale Müller, in cosa rivede Sant’Agostino in papa Benedetto?
Credo che papa Benedetto rappresenti per la teologia del XX e XXI secolo ciò che Agostino ha rappresentato per il suo tempo, i suoi scritti sono la fede cattolica spiegata in modo adeguato agli uomini contemporanei, una forma di riflessione lontana dallo stile del manuale teologico. E come per Agostino non si tratta di semplice capacità intellettuale, anche se è stato un grande teologo.

Qual è allora il “segreto”?
Come Agostino, Benedetto non ha trattato di Cristo come fosse un tema da sviluppare, non ha parlato di Cristo ma ha parlato a Cristo. Nelle Confessioni di Sant’Agostino è tutto un dialogo con Dio, l’uomo in dialogo con Dio, la spiegazione della sua vita. Così anche in Benedetto c’è una profonda unità tra la riflessione teologica ad altissimi livelli e la spiritualità che entrava direttamente nei cuori, unità tra intelletto e amore. Lui lo ha sempre detto, la nostra fede cattolica non è una teoria su un argomento, ma è rapporto, relazione con Gesù, noi partecipiamo della relazione intratrinitaria. Così Benedetto era in grado di aprire il cuore delle persone. E lo abbiamo visto in questi giorni dopo la morte e al funerale: è rimasto molto vivo nel cuore dei fedeli, di tanti uomini. Tanti pensavano che dopo dieci anni dalla rinuncia il mondo l’avesse dimenticato; invece, lui è ben presente nella memoria.

C’è secondo lei un’opera di Ratzinger-Benedetto che maggiormente esprime questa unità?
Ha scritto tanti libri e saggi, ma credo che la trilogia su Gesù di Nazaret (pubblicata già da pontefice, tra il 2007 e il 2012, ndr) sia la chiave di interpretazione di tutto il resto. Questo libro su Gesù esprime l’unità della teologia cognitiva e della teologia affettiva, e quando dico affettiva non intendo sentimentale, ma espressione dell’amore, del rapporto con Dio. Per questo milioni di fedeli che non hanno studiato la teologia, che non sono esperti di filosofia o di storia del pensiero europeo; quei fedeli che pregano ogni giorno, che vanno in chiesa e hanno un rapporto ogni giorno con Gesù, hanno potuto leggere e capire questa trilogia come la chiave intellettuale, sapienziale e affettiva per incontrare Gesù.

Lei che ha curato tutta l’opera teologica di Ratzinger-Benedetto, può dirci qual è l’elemento unificante della sua teologia?
Sicuramente il rapporto con Cristo, anche se va specificato che è dentro un orizzonte trinitario, non è il cristocentrismo tipico del protestantesimo. E poi il rapporto tra fede e ragione. Sempre nella storia si è cercato di opporre la ragione alla fede, basta andarsi a rileggere la polemica tra Origene e Celso, o la discussione con gli intellettuali neo-platonici. Ma certamente questa tendenza si è radicata soprattutto a partire dall’illuminismo, l’esaltazione della luce della ragione contro la luce della Rivelazione. Come dice anche nel testamento spirituale, c’è stata la pretesa che tutti i risultati delle scienze naturali e della ricerca storica, vedi il metodo storico-critico per interpretare la Bibbia, andassero contro la fede rivelata cristiana. Pretesa falsa, come ha dimostrato Benedetto. Lui è cresciuto e ha formato la propria coscienza in tempi dominati da un ateismo aggressivo, da un anti-umanesimo che trovava nel regime nazista la sua applicazione. La sua educazione cattolica lo ha reso subito consapevole che non c’era possibile conciliazione tra la fede e questa ideologia nazista, così come con altre ideologie che negano Dio. Quando uscì l’enciclica di Pio XI contro il nazismo, la Mit brennender Sorge, Joseph Ratzinger aveva dieci anni, ma lì era spiegata chiaramente la contraddizione tra cristianesimo e nazismo, così come le altre ideologie atee. Quando uno nega Dio le conseguenze sono chiare: il terrorismo giacobino, il terrorismo dei gulag, i campi di Auschwitz, i Killing Fields, Katyn ma anche l’aborto e l’eutanasia. Sono gli effetti dell’umanesimo ateo, come lo aveva definito Henri De Lubac, che vediamo ancora oggi: in Cina, in Corea del Nord. Ma il discorso vale anche per i paesi islamici: loro dicono di credere in Dio, ma in un altro senso…

E qui arriviamo al famoso discorso di Ratisbona.
Esatto, è stato il punto centrale del suo pontificato. Non agire con il Logos, cioè secondo ragione, è contrario alla natura di Dio. E si finisce per giustificare la violenza nel nome di Dio, che è nostro creatore.

Lei ha avuto modo di frequentare spesso papa Benedetto, anche dopo la rinuncia. Cosa la colpiva di lui?
Era un uomo molto umile, molto semplice; non era orgoglioso né si atteggiava a persona importante. Non aveva quell’arroganza tipica degli intellettuali che, avendo delle conoscenze, si ritengono superiori agli altri. Papa Benedetto era ben consapevole delle sue competenze, ma le usava non per elevarsi sopra gli altri, bensì per servire al bene della Chiesa e della fede della gente semplice.

Nel suo testamento spirituale, Benedetto invita tutti i fedeli a rimanere saldi nella fede e a non lasciarsi confondere. Cos’è secondo lei oggi che provoca confusione nella Chiesa?
Per quello che vedo dalla mia esperienza nella Chiesa cattolica è entrato troppo il pensiero politico, ideologico. Ricordo quando il cardinale Martini – che pure era un ottimo esegeta – poco prima di morire disse che la Chiesa è indietro 200 anni. Questa è assolutamente una falsa ermeneutica. La Chiesa fondata da Gesù Cristo non può essere indietro nel tempo, Gesù è la pienezza di tutti i tempi. Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre. Sant’Ireneo di Lione, agli gnostici che pretendevano di avere una novità, di essere più avanti, rispose che se il Logos di Dio si è rivelato non c’è altra novità. Questo è il punto di riferimento. C’è stato il cristianesimo nel Medioevo e c’è stato in tempi precedenti, ma il cristianesimo non è legato a un tempo particolare. Quando leggo gli scritti di sant’Agostino, san Basilio, sant’Ireneo, vedo che è la mia stessa fede. Possono cambiare gli stili, le circostanze, ma non la fede. Non bisogna lasciarsi confondere da tante voci, l’orientamento chiaro è in Gesù Cristo e nella verità.

In questi tempi vediamo che molta confusione si genera anche intorno alla figura del Papa.
Il Magistero serve la Rivelazione, non è sopra di essa, come dice la Dei Verbum al numero 10. Non è che una cosa è verità perché la dice il Papa, ma il contrario: siccome questa è la verità il Papa deve presentarla e spiegarla alla Chiesa. Quello del Papa non è un potere politico, né assoluto né relativo. Ha l’autorità di insegnare al popolo di Dio ma nel nome di Gesù Cristo, non della sua propria autorità. Il Papa non può dire che si possono benedire i rapporti omosessuali o che si può accettare il divorzio o giustificare l’adulterio perché è meno grave dell’omicidio. L’insegnamento della Chiesa è chiaro, non si può confondere il male oggettivo con la debolezza delle persone. La conversione non consiste nella relativizzazione dei comandamenti di Dio.

Eppure dalla Chiesa tedesca arrivano forti spinte proprio in questa direzione e l’atteggiamento di Roma non è molto chiaro.
I documenti del Cammino sinodale sono apertamente eretici, contraddicono la Rivelazione, così come è espressa nella Bibbia e nell’antropologia di Gaudium et Spes, ovvero la concezione di uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. L’unità del corpo e dell’anima esclude questa assolutizzazione della sessualità, solo come fonte di piacere sessuale.  

Ma come mai la maggioranza dei vescovi tedeschi è distantissima dalla posizione di Benedetto?
Una parte importante ce l’hanno i funzionari del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (Zdk, il comitato che rappresenta tutte le forme di laicato in Germania e ha un peso molto importante sull’indirizzo della Chiesa, ndr), che mettono sotto pressione tanti vescovi, supportati anche dalla stampa liberale, socialista e comunista, ovviamente ben felice quando la Chiesa si distrugge da se stessa. Ma c’è purtroppo anche un complesso anti-romano che in Germania esiste da 500 anni e ha come riferimento il protestantesimo prussiano, che si sente superiore intellettualmente rispetto a tutti i popoli del Sud. Hegel ha scritto che lo Stato prussiano è il culmine dell’autosviluppo dello spirito assoluto, quasi che Dio si sia incarnato nello stato prussiano protestante. Idee stupide ma molto radicate. Così questo gruppo pretende di essere la locomotiva della Chiesa universale, come se avessimo inventato di nuovo la Chiesa. Quando il presidente dei vescovi tedeschi dice “siamo Chiesa cattolica ma diversa”, cosa vuol dire? Sant’Ireneo ha detto: la fede della Chiesa apostolica è la stessa in tutto il mondo, Libia, Egitto, Celti, Francia Spagna. I costumi sono diversi, le lingue diverse, ma tutti siamo uniti nella stessa fede che non è un programma sviluppato da un comitato, ma la fede rivelata in Cristo. È questo che unisce.

 

 

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