• MAGISTRATURA E POLITICA

Il sovranismo non è reato. Ma è diventato un'ossessione

Magistratura e media si stanno accanendo sempre più su un unico obiettivo: il sovranismo. L'episodio delle 11 persone indagate per vilipendio al presidente Mattarella rivela quanta attenzione viene rivolta dalle toghe a una sola parte politica, per le sue idee prima ancora che per le sue colpe. Come dimostra anche l'accanimento su Salvini.

Matteo Salvini

In una fase storica segnata da un forte appannamento del prestigio della magistratura, a causa dei numerosi scandali che la stanno investendo, provoca non poco fastidio e disorientamento registrare l’accanimento riservato da alcune procure a rappresentanti del popolo eletti democraticamente e a forze politiche rappresentative di milioni di italiani.

Se a ciò si sommano le pesanti limitazioni di libertà inflitte per oltre un anno ai cittadini a causa del Covid, è possibile ricavare argomenti in abbondanza per sostenere che davvero per la nostra democrazia questo non è un bel periodo e che forse una rifioritura dei valori democratici su basi diverse sarebbe auspicabile, magari con nuovi equilibri tra i poteri e con un rapporto più maturo e meno paternalistico tra Stato e cittadini.

Anche l’episodio delle undici persone indagate per le offese contro il Capo dello Stato deve far riflettere. Giusto perseguire il reato di offesa all’onore e al prestigio del Presidente della Repubblica e quello di istigazione a delinquere, considerato che si tratta della più alta carica dello Stato, che rappresenta l’unità nazionale. Giusto indignarsi contro gli odiatori da tastiera che se la sono presa, un anno fa, con Sergio Mattarella per le politiche anti-covid decise dal Governo Conte. La libertà d’opinione non può travalicare i limiti del doveroso rispetto dei diritti della personalità altrui. Tanto più quando il bersaglio è il Quirinale. Tuttavia, immaginare trame eversive di estrema destra ed etichettare ideologicamente gli insulti rivolti a Mattarella appare un po’ eccessivo. Quei docenti universitari, opinionisti e influencer vanno condannati per quello che hanno fatto, non perché di destra o, come hanno scritto alcuni giornali, a vocazione sovranista. E neppure perché in contatto con gruppi e militanti di ispirazione suprematista.

Il sovranismo, fino a prova contraria, non è un reato. Non può apparire sovversivo esprimere un punto di vista contrario alla globalizzazione e in difesa della sovranità nazionale. Il problema sono i toni, che non devono essere offensivi nei confronti di nessuno. Non può, però, esserci censura del pensiero sovranista, che pone l’enfasi sulla necessità di tutelare i territori e le comunità, le culture e le tradizioni.

Altra amara riflessione sul conformismo dominante e sull’ipocrisia dilagante in materia di sovranismo riguarda l’emergenza immigrazione. Ora si può tornare a chiamarla emergenza, senza passare per leghisti, visto che gli sbarchi a Lampedusa si stanno moltiplicando e i timori delle popolazioni locali e degli operatori turistici, che temono di vedere compromessa la stagione estiva, sono tutt’altro che esagerati.

Mentre il Governo non riesce a fermare gli sbarchi di immigrati, proprio quando le isole puntano a diventare Covid free per accogliere turisti, alcuni pm continuano a voler processare Matteo Salvini, che da Ministro dell’Interno, ormai due anni fa, aveva difeso i confini nazionali e invece viene accusato di sequestro di persona: un vero affronto al buon senso, oltre che una bizzarra interpretazione delle norme nazionali e internazionali in vigore. L’etichetta di sovranista, evidentemente, sta costando cara al Capitano, che deve difendersi da accuse inverosimili proprio mentre i confini nazionali tornano a confermarsi un vero colabrodo.

Infine, ciliegina sulla torta, l’inchiesta della Procura di Milano sui rubli e i presunti legami tra la Lega di Salvini e la Russia di Putin. L’indagine nei confronti di alcuni leghisti vicini al segretario del Carroccio era partita nel maggio 2019. L’accusa è di aver contattato emissari russi per finanziare la Lega servendosi di una finta operazione di vendita di petrolio. Nonostante in due anni non si sia trovato neppure un rublo transitato da Mosca verso le casse del partito di Salvini, la Procura di Milano ha chiesto due giorni fa l’ennesimo prolungamento di sei mesi delle indagini. Sulla base di cosa? Putin avrebbe elargito rubli agli ex padani per condizionare la vita politica italiana. E’ la terza proroga delle indagini, destinata secondo molti a rivelarsi infruttuosa come le precedenti, anzi dispendiosa: altri soldi degli italiani utilizzati per compiere verifiche su sospetti che in 24 mesi non hanno trovato alcuna conferma. Ma si sa che tenere sulla graticola un personaggio pubblico significa costringere i media a occuparsene e ad alimentare una macchina del fango che il più delle volte finisce per screditare il bersaglio delle indagini e ad azzopparlo nei sondaggi.

Peccato però che non arrivi mai il momento della rivincita per chi ingiustamente si ritrova nel tritacarne giudiziario e mediatico. Le toghe non pagano mai per i loro errori, questo si sa. E Salvini ha addirittura proposto un referendum per introdurre meccanismi di maggiore responsabilizzazione per i magistrati che sbagliano. Forse è anche per questo che su di lui alcune procure non mollano la presa. Ma vista l’aria che tira nei palazzi giudiziari, sarà conveniente elettoralmente per il Pd e gli altri partiti di sinistra continuare ad attaccare Salvini e a difendere i giudici? E se un giorno sulla graticola si trovassero anche esponenti di quella parte politica cosa succederebbe? Come reagirebbero le truppe dei giustizialisti in servizio permanente effettivo?