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ORA DI DOTTRINA / 76 – LA TRASCRIZIONE

Gli angeli nei Padri della Chiesa – Il testo del video

Sant’Agostino afferma che gli angeli sono la luce creata da Dio nel primo giorno della Creazione. Luce non materiale, ma intellettiva. Dionigi l’Areopagita descrive la gerarchia angelica: tre gradi, ciascuno con tre ordini. Il legame con la gerarchia ecclesiastica.

Catechismo 09_07_2023

Proseguiamo con la nostra catechesi sugli angeli. Fino ad ora abbiamo dedicato tre incontri a questo tema. Nel primo abbiamo cercato di sottolineare l’importanza di reintrodurre questo discorso all’interno della catechesi, della riflessione teologica e anche della vita concreta dei cristiani. Nel secondo, abbiamo indagato la presenza degli angeli nelle Sacre Scritture. Domenica scorsa, abbiamo visto la testimonianza e la presenza degli angeli nella Tradizione della Chiesa e in particolare nei testi liturgici. E abbiamo visto l’idea fondamentale, il punto forte del legame tra la liturgia della Chiesa e la liturgia degli angeli, la liturgia celeste, cioè la liturgia della Chiesa di lassù, della Gerusalemme celeste.

Oggi vediamo la presenza degli angeli nei Padri. Ovviamente non presenteremo tutti i riferimenti nei Padri della Chiesa, perché altrimenti non ne verremmo più a capo. Ma presenteremo due autori importanti che già forniscono anche alcuni elementi della riflessione teologica più matura, che poi vedremo in particolare in san Tommaso d’Aquino.

Il primo autore è sant’Agostino d’Ippona, uno dei più grandi Dottori della Chiesa sia d’Oriente che d’Occidente, che si occupa in più punti della presenza degli angeli. Ma in particolare ci sono due testi su cui vorrei puntare l’attenzione. Il primo è l’opera De Genesi ad litteram, cioè la spiegazione versetto per versetto del libro della Genesi e degli elementi anche più difficili di comprensione di questo libro. Nel libro IV, sant’Agostino introduce un’idea importante. Parlando dei sette giorni della Creazione, del famoso Exameron, cioè i sei giorni della Creazione, poi compiuti, ricapitolati nel settimo giorno, dice che la luce creata del primo giorno sono le creature spirituali, sono gli angeli. Dove questa luce deve essere intesa non come la luce materiale, perché Dio poi creerà il giorno e la notte, i grandi luminari: il grande luminare del giorno, il Sole, e il piccolo luminare della notte, la Luna e le stelle. Dunque, questa è una luce che possiamo dire che precede la luce fisica: è una luce intellettuale, è la luce della vita intellettiva. Ed è una luce che coincide, che esaurisce, per così dire, la natura di queste creature, perché sono vita puramente intellettiva.

L’uomo ha il suo vertice nella vita intellettiva, ma ha anche una vita sensitiva, vegetativa. L’angelo ha una vita puramente intellettiva. Quindi sant’Agostino dice: il fiat lux del primo giorno della Creazione non vuol dire: “sia la luce materiale”, ma “sia la luce intellettiva”, cioè “siano queste creature”, la cui natura è quella di essere puramente vita intellettiva, puramente luce intellettiva.

Questa idea importantissima viene sviluppata dallo stesso sant’Agostino in un’opera famosissima, molto corposa, monumentale, che è La Città di Dio (De Civitate Dei). A noi qui interessa il libro XI, al nono paragrafo. In questo paragrafo, sant’Agostino argomenta che quando noi guardiamo i giorni della Creazione, la narrazione della Creazione nel libro della Genesi, noi non troviamo che Dio abbia creato gli angeli. Cioè nell’elenco di quello che Dio ha creato in ciascuno dei sei giorni, non troviamo: “Dio disse: siano gli angeli”. Troviamo: “Dio disse: siano gli uccelli del cielo, i pesci del mare, siano il sole e la luna”. Ma non troviamo gli angeli. Eppure, dice sant’Agostino, gli angeli esistono. Lo sappiamo da tanti passaggi delle Sacre Scritture, come abbiamo visto la volta precedente.

Sant’Agostino pesca, per così dire, nel mazzo dei tanti testi delle sacre Scritture e presenta il noto Salmo 148, uno dei tre Salmi cosiddetti laudativi (148-150), i tre Salmi conclusivi del libro dei Salmi, che sono sempre stati tradizionalmente presenti nell’Ufficio del mattino, da qui il nome di “Lodi”. Perché si chiamano “lodi mattutine”? Proprio perché racchiudevano questi tre Salmi; poi ci sono state alcune modifiche e non si ritrovano più insieme se non nell’antico antifonale monastico. Dunque, in questo Salmo viene detto: «Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto dei Cieli, lodatelo voi tutti suoi angeli, lodatelo voi tutte sue schiere». Dunque abbiamo la presenza degli angeli, delle schiere, degli eserciti celesti.

Ma queste indicazioni – «i Cieli», «nell’alto dei Cieli, gli angeli, gli eserciti, le schiere angeliche» – che cosa precedono? Precedono la creazione propriamente materiale: «Lodatelo sole e luna, lodatelo voi tutte stelle e luce». Allora sant’Agostino ci dice innanzitutto che ci sono gli angeli; secondariamente, che vengono posti prima della creazione delle cose che hanno una natura anche materiale. Da qui torna l’idea che abbiamo visto prima, presente nell’opera De Genesi ad litteram e cioè che la creazione degli angeli sia narrata nel libro della Genesi con la creazione del primo giorno, della luce.

Leggiamo il testo di sant’Agostino: «Certamente se gli angeli appartengono alle opere divine dei sei giorni, sono quella luce che ha ricevuto il nome di giorno». Saltiamo una piccola parte; il testo prosegue così: «Dunque: Dio ha detto: sia fatta la luce e la luce fu fatta. Se è giustificato intendere in questa luce la creazione degli angeli, essi certamente sono stati resi partecipi della luce eterna che è la stessa non diveniente sapienza di Dio [non diveniente, cioè non mutevole: la sapienza di Dio non cambia], per mezzo della quale sono state create tutte le cose. Ed è l’unigenito Figlio di Dio [questa sapienza]. Illuminati dalla luce, mediante la quale sono stati creati, dovevano divenire luce ed essere chiamati giorno per la partecipazione della luce non diveniente e del giorno che è il Verbo di Dio, per mezzo del quale essi e tutte le cose sono stati creati. Infatti, la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo [citazione del prologo del Vangelo di san Giovanni] illumina questo evento e ogni angelo fedele affinché diventi luce non in se stesso ma in Dio, perché se l’angelo da lui si distoglie diviene ribelle. Lo sono appunto tutti quelli che sono chiamati spiriti ribelli, non più luce nel Signore ma tenebre in se stessi, perché privati della partecipazione alla luce eterna».

È un testo complesso, di cui teniamo un’idea fondamentale: gli angeli vengono creati come partecipazione di quella luce eterna che è il Verbo di Dio. Ecco perché anche la creazione degli angeli non può prescindere evidentemente dal Verbo. Tutta la creazione – ne abbiamo parlato a proposito della Santissima Trinità – è creazione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; l’intervento di ogni Persona della Santissima Trinità porta, per così dire, l’impronta di una Persona specifica, ma è l’opera di tutta la Trinità. Gli angeli, dice sant’Agostino, sono questa partecipazione della luce divina. Il demonio che cos’è? Essendo colui che si ribella è colui che pone ostacolo alla luce, la rimanda indietro, non l’assorbe; ecco perché la sua caratteristica è quella di essere tenebra.

È interessante un’altra specificazione che fa sant’Agostino. Lui dice che nel libro della Genesi troviamo sempre un procedimento quasi dialogico, cioè Dio dice: “sia” e poi troviamo scritto: “fu fatto”. Quindi “sia la luce” e “la luce fu fatta”, etc. Perché? Perché, dice sant’Agostino, l’angelo, che è partecipazione della luce divina, e quindi lui stesso luce, non luce materiale, ma luce spirituale creata, ha tre tipi di conoscenza. Qui sant’Agostino introduce dei concetti importanti, che diventeranno poi classici: anzitutto, l’angelo conosce le cose in Dio prima che siano, quindi conosce “sia il firmamento”, “sia la luce”, mentre ancora è in mente Dei (nella mente di Dio).

L’angelo conosce in Dio, essendo il riverbero, l’emanazione della luce intellettiva di Dio. Questa conoscenza di tutto ciò che esiste, in Dio, nell’intelletto divino, si chiama conoscenza diurna. Poi l’angelo conosce le cose anche in loro stesse (“e fu fatto”). Dunque, una volta poste in essere, l’angelo le conosce in quanto sono poste in essere, esistono. E questa viene chiamata conoscenza vespertina o vesperale. Infine, l’angelo ha un terzo movimento, in cui restituisce a Dio, per così dire, riporta a Dio la creazione nella lode. E questa si chiama conoscenza mattutina.

Dunque, si vede questo triplice percorso dell’angelo: contempla in Dio, contempla la realtà, fa scaturire un canto di lode, di glorificazione, di gratitudine, di compiacenza. In qualche modo, riceve e restituisce; riceve nell’essere, riceve nella conoscenza, e restituisce nella lode, nell’esaltazione di Dio. È bella, ampia, questa visione che sant’Agostino ha delle creature angeliche. Questi sono testi importanti, avremo modo di vedere poi come influenzeranno lo sviluppo della riflessione teologica e della dottrina della Chiesa.

Vediamo adesso il secondo autore, il secondo grande riferimento in materia, che è Dionigi l’Areopagita, il cosiddetto Pseudo-Dionigi. Questo autore, anonimo, almeno così classificato perché non è ben chiara l’identificazione, scrive un’opera che si chiama Gerarchia celeste (De coelesti Hierarchia), che è un grandissimo punto di riferimento per lo sviluppo dell’angelologia. In quest’opera, Dionigi offre una visione ampia, meravigliosa, della creazione in generale, che noi abbiamo un po’ offuscato: cadendo in una prospettiva molto più materialista e utilitarista, abbiamo relegato questa visione al mondo delle favole, ma non è così. Stiamo parlando di verità.

Qual è la grande visione di Dionigi l’Areopagita? L’universo è una sorta di comunicazione delle perfezioni divine, cioè tutto ciò che esiste al di fuori di Dio esiste in quanto partecipa – l’abbiamo visto con il concetto di creazione – delle perfezioni di Dio. E dunque noi abbiamo come una gerarchia che va dalle creature più vicine, più prossime – non in termini spaziali, ma quanto alla loro perfezione, alla perfezione del loro essere – a Dio, a scendere, a mano a mano, secondo una scala gerarchica di perfezioni. Questo comporta che tutto ciò che esiste ha in sé, riflette in sé delle perfezioni nella misura che gli è propria. Ecco perché di ogni cosa che Dio crea, il libro della Genesi sottolinea ogni volta «e vide che era cosa buona» o «era cosa molto buona». La bontà delle cose, la consistenza della bontà delle cose è proprio il fatto di essere partecipazione delle perfezioni divine.

Che cos’è questa gerarchia? È un termine che è stato abusato, è uscito dal nostro vocabolario come qualche cosa di negativo, di rigido, di autoritario nel senso del peggiore autoritarismo: non è così. Il termine gerarchia deriva dal greco ieròs (sacro) e da archìa (presiedere), e indica dunque un “presiedere sacro”.

Che cos’è questo presiedere sacro? Se è chiara questa visione dell’universo, l’altro aspetto che la riflessione di Dionigi l’Areopagita contribuisce a evidenziare è il fatto che questa gradazione di perfezioni viene comunicata sempre in ordine gerarchico, cioè l’ordine superiore comunica all’ordine inferiore e così via, fino all’ultima dimensione della creazione. Questo vale non solo per l’universo materiale, ma vale anche primariamente per l’universo angelico, per le creature angeliche. Dionigi fornisce in modo sistematico, per la prima volta, la strutturazione dei tre gradi gerarchici, ognuno dei quali ha tre ordini, da cui i cosiddetti cori angelici. Dunque, ci sono tre ordini, tre cori, per ogni grado gerarchico.

Il primo grado gerarchico è quello più vicino a Dio, che riceve direttamente da Dio, cioè non ha un intermediario al di sopra di sé, se non Dio stesso. Questo grado della gerarchia è appunto composto da tre ordini; Dionigi li presenta dal più lontano al più vicino, noi per comodità facciamo il contrario, cioè: i Serafini, i Cherubini e i Troni.

Poi abbiamo un secondo grado, sempre formato da una triade, quindi tre ordini, che sono: le Virtù, le Dominazioni, le Potestà. Abbiamo un terzo grado gerarchico, formato a sua volta da tre ordini, che sono: i Principati, gli Arcangeli, gli Angeli.

È interessante il fatto che con l’ultimo grado la mediazione, cioè questa comunicazione discendente, passa all’ordine degli uomini e alla Chiesa. In Dionigi è chiarissimo che la gerarchia ecclesiastica segue, per così dire, il modello della gerarchia angelica. E non solo segue il modello, ma riceve dalla gerarchia angelica – secondo quanto abbiamo detto, quelli più vicini a noi sono i tre ordini del terzo grado – le perfezioni divine.

Interessante è inoltre che lo stesso ordine si trovi all’interno della gerarchia ecclesiastica, dove c’è una “comunicazione” che scende dall’alto al basso, dall’ordine superiore all’ordine inferiore. C’è perciò questa organizzazione molto bella, con un senso della gerarchia completamente diverso da come lo potremmo immaginare noi. La gerarchia è sacra in quanto attinge da Colui che è il Santo e comunica questa santificazione; non è una questione di privilegi personali. È questione di un ordine che Dio ha posto e, in questo ordine, ciascuno è legato a un grado superiore e, in ultimo, tutti sono legati a Dio.

Leggiamo un testo della Gerarchia celeste (X, 3), che riassume un po’ quanto detto nei primi nove capitoli. Scrive Dionigi: «Anche ogni intelligenza celeste e umana, considerata in se stessa, possiede facoltà distribuite ordinatamente in gradi superiori, intermedi e inferiori e che si manifestano secondo le elevazioni di cui si è parlato, prodotte dalle illuminazioni che ciascuna di esse riceve per via gerarchica». Cioè, la via gerarchica è una luce increata, la luce di Dio, e una luce partecipata, che è la luce degli angeli, i quali a loro volta partecipano questa luce alle creature umane. Prosegue Dionigi: «Grazie a esse [a queste gerarchie], ciascuna intelligenza diventa partecipe, nella misura che le è consentita e che riesce a raggiungere, della purificazione oltremodo pura, della luce sovrabbondante, e della perfezione che è anteriore alla perfezione. Nulla è autosufficiente e può fare a meno totalmente della perfezione, eccetto il principio veramente autosufficiente ed anteriore alla perfezione», cioè Dio.

Vediamo riassunto, dunque, questo ordine. Cosa tratteniamo di questo testo, cioè della visione di Dionigi? Primo: ciascun ordine di questa gerarchia, anzitutto, riceve; ecco perché Dionigi conclude dicendo che nulla è autosufficiente né può fare totalmente a meno della perfezione, perché tutti, tutto ciò che è creato riceve, ha una prima dimensione ricettiva: se non ci fosse questa, non esisterebbe. Solo Dio è totalmente autosufficiente e non riceve, ma dona pienamente. Quindi, ogni ordine riceve. E ogni ordine riflette. Ogni ordine riceve, ma non chiude, non trattiene, nel senso che non ha un ripiegamento su di sé, ma trasmette. E che cosa trasmette? Trasmette tre operazioni: la purificazione, l’illuminazione e la perfezione (il perfezionamento).

L’ordine angelico più alto riceve direttamente da Dio; gli altri ricevono in modo mediato dal grado e dall’ordine più alto; arrivati al grado più basso, con i suoi tre ordini, gli angeli a chi trasmettono? Trasmettono alla gerarchia umana, che dunque nel suo ordine più alto riceve dalle schiere angeliche e via via trasmette a sua volta.

La differenza tra una creatura e l’altra e tra un ordine e l’altro non è data dalla diversa natura della luce originaria, ma è data dalla maggiore o minore capacità ricettiva, cioè da quello che una persona o un certo ordine è, cioè che lo costituisce come tale, la sua capienza, potremmo dire, la sua capacità, che nell’ordine creaturale è l’essenza (poi vedremo meglio che cosa vuol dire l’essenza degli angeli) e nell’ordine gerarchico è data dal diverso ordine sacramentale. Adesso non approfondiamo qui l’ordine ecclesiastico, che è intuibile, ma è molto interessante questo tipo di approccio, che lega le gerarchie, i gradi, gli ordini angelici con le gerarchie, i gradi e gli ordini dell’uomo: tutti legati tra di loro in questa imitazione di Dio che vuole trasmettere. Dio trasmette, ma sceglie di farlo in modo mediato, cioè servendosi di queste mediazioni, di queste gerarchie.

Qui c’è la sostanza della risposta a una classica obiezione: perché la Chiesa? Se Dio è Dio, perché deve esistere la Chiesa? Qui abbiamo una risposta importante, cioè la Chiesa non esiste perché l’hanno inventata gli uomini per rendere più facili tante cose, per organizzarsi meglio, ma perché è fondata su una struttura gerarchica voluta da Dio che è necessaria per questa trasmissione. Così si capisce la densità del grande principio «extra Ecclesiam nulla salus» (al di fuori della Chiesa non c’è salvezza). Sarebbe come sottrarsi da una cascata d’acqua e pensare di abbeverarsi mettendosi sulle rocce asciutte, cioè ci si toglie, per così dire, da una comunicazione, da questa trasmissione di tipo gerarchico, che discende e che è la via necessaria, voluta da Dio stesso per trasmettere la purificazione, la luce e il perfezionamento.

Si capisce anche, a questo punto, il senso dei Sacramenti, che sono precisamente i mezzi, all’interno della gerarchia ecclesiastica, per questa trasmissione. Vediamo come il discorso diventa molto bello, molto ampio, non è più una questione “giuridica”, nel senso limitato del termine, perché invece l’elemento giuridico importante è quel che protegge e tutela la struttura ontologica, ma dobbiamo comprenderla come tale. Non si tratta di qualcosa limitato a “c’è una norma o non c’è una norma”: la norma ha dietro, protegge qualche cosa, sostiene e trasmette qualche cosa, altrimenti saremmo in pieno positivismo giuridico.

La prossima volta cominciamo un po’ ad entrare nella natura angelica, servendoci della grande opera di approfondimento teologico di san Tommaso.

 



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