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L’INCONTRO DELLA BUSSOLA

Covid e vaccini: riconoscere gli errori, per evitarli in futuro

Dopo tre anni di Covid-19 e due di vaccinazione di massa, sono lampanti gli errori commessi dalle autorità civili, con l’avallo di buona parte della Chiesa, venuta meno alla sua missione profetica. E ancora si insiste sulla stessa direzione, con quarte-quinte dosi e vaccini perfino nei bimbi di sei mesi. L’incontro della Bussola con il professor Bellavite e la filosofa Scrosati.

Vita e bioetica 29_12_2022

Dalle cure negate ai vaccini imposti, dalla politicizzazione della salute culminata nel green pass alla negazione degli effetti avversi, dalle chiese chiuse alle persone lasciate senza Sacramenti, in nome di uno spauracchio chiamato Covid-19. Per guardare al futuro bisogna prendere coscienza degli errori, una necessità che né le autorità civili né buona parte della Chiesa e dei suoi vertici sembrano voler considerare: è stato questo il filo conduttore del videoincontro “Covid e vaccini, una lezione per il futuro”, il quinto di una serie di sei per il decennale della Nuova Bussola. Ospiti del direttore Riccardo Cascioli due firme note ai nostri lettori: il medico e ricercatore Paolo Bellavite e la filosofa Luisella Scrosati.

Due i punti critici sottolineati in apertura da Bellavite: «Il primo riguarda le cure e il secondo i cosiddetti vaccini». In merito al primo aspetto, il professore ha ricordato che da un lato è prevalsa la linea governativa della vigile attesa (tuttora presente nelle ultime indicazioni ministeriali, del 10 febbraio 2022), un approccio assurdo, più volte confutato sulla Bussola da medici in prima linea nelle cure domiciliari; dall’altro, questi stessi medici hanno avanzato «tantissime proposte che sono state ignorate dalle autorità», il che ha ostacolato la diffusione su vasta scala di cure precoci efficaci.

Riguardo al secondo aspetto, Bellavite ha evidenziato come il tempo abbia mostrato tutta la fallacia della retorica sui vaccini anti-Covid, «accolti alla fine del 2020 con grande entusiasmo, con dichiarazioni di efficacia del 95-98%», per constatare poi sul piano pratico come l’efficacia stessa sia molto più bassa, limitata nel tempo, tanto che dai «due inoculi promessi» per avere una protezione completa o presunta tale si è passati a tre, quattro, cinque, enne-dosi… E nemmeno il cambio di guardia politico sembra arrestare questa tendenza, ora sdoganata, senza alcuna logica di benefici-rischi, anche per i bimbi dai sei mesi in su.

L’approccio fideistico adottato in tema di vaccini dai governi - su cui peraltro cresce l’influenza di una Oms sempre più «in mano ai privati» - si è accompagnato all’irrazionale contrapposizione tra i sieri stessi (prevenzione) e le cure vere e proprie, due strumenti che normalmente dovrebbero essere sfruttati insieme, in una strategia integrata. In tutto questo, aggiunge Bellavite, c’è la grande questione della farmacovigilanza, che è «quasi come se non esistesse, mentre aumentano le schiere di persone che hanno effetti avversi». Fin dai primi mesi, tra questi effetti avversi, ci sono state anche varie morti indotte dai vaccini, ma fin da allora «sono cominciate le negazioni», afferma Bellavite, spiegando come questo non sia il modo di procedere di una vera scienza.

Lo stesso Bellavite ha riferito di aver presentato, con una collega statistica, un progetto (facile da attuare) per seguire nel tempo lo stato di salute dei bambini vaccinati e non vaccinati, «ma la nostra proposta non è stata accettata». Secondo il professore, «se noi scoprissimo che i bambini non vaccinati hanno uno stato di salute migliore […], questo rischierebbe di far saltare la fiducia nei vaccini». Più in generale, rinunciando a una seria farmacovigilanza sulla popolazione, si è commesso un «grave errore, cioè la politicizzazione di uno strumento sanitario (il vaccino anti-Covid, ndr) che era sperimentale e lo è ancora».

L’apice, negativo, di questa politicizzazione è stato il ricatto di Stato verso i lavoratori, spesso costretti a scegliere tra il vaccino e il posto di lavoro. «Anche questa è un’assurdità», ha detto Luisella Scrosati. «Di fatto si provoca direttamente un male (la perdita di una fonte di sostentamento, ndr) per alleviare ipoteticamente un altro male (una eventuale infezione, ndr)», e ciò è stato fatto sempre adottando l’assunto che il vaccino fosse l’unica via di salvezza. «Neanche allora si aveva la certezza che il vaccino potesse avere un effetto sterilizzante, cioè di impedire la trasmissione del virus», eppure i mass media e la politica hanno sostenuto a oltranza - senza elementi (vedi il caso Pfizer) - che i vaccinati non contagiassero, malgrado l’esperienza comune dicesse il contrario.

Un grande punto dolente è stato l’atteggiamento della Chiesa, che, a parte alcune lodevoli eccezioni, si è appiattita sulle posizioni governative e a volte ha adottato misure perfino più estreme, contribuendo al clima di paura e arrivando «per ultima - ricorda la Scrosati - a togliere alcune restrizioni», che hanno riguardato perfino il divieto di inginocchiarsi durante la Santa Messa. Tra le altre conseguenze pratiche del suddetto appiattimento, l’abbandono spirituale di tanti malati, i funerali negati, le chiese chiuse o profanate con le manie più varie, eccetera. «La Chiesa ha passato tante epidemie nella sua storia» e con una percentuale di vittime ben più grave del Covid, ma «è la prima volta che si è risposto in questo modo», spiega la teologa, che poi - tra i tanti - rammenta il mirabile esempio di san Carlo Borromeo durante la peste del 1576-77, quando il vescovo di Milano unì prudenza e carità cristiana, preoccupandosi innanzitutto dei bisogni spirituali delle anime.

Scrosati sottolinea «il tema importantissimo delle processioni penitenziali», che ci ricordano «una concezione diversa della malattia e della pestilenza». Una concezione che si lega a quella, dimenticata, di “castigo divino”, che va ben intesa. «Al di là delle cosiddette cause seconde», attinenti in questo caso a temi come l’origine e la propagazione del virus, la Chiesa, nella sua storia, ha sempre avuto chiaro che «c’è una permissione divina» rispetto ai castighi e che, inoltre, «le malattie, le guerre, le calamità sono legate ai peccati degli uomini», la loro causa prima. Invece la Chiesa, durante il Covid, «ha rinunciato in qualche modo alla sua missione profetica, cioè di saper leggere i segni dei tempi in una logica di fede». Un fatto che si lega alla più generale crisi di fede sulla vita eterna, in corso da decenni, con «la sparizione dei Novissimi (Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso) non solo dalla predicazione ma dalla vita concreta cristiana».

Tornando alla vaccinazione, la Scrosati si è soffermata sulla nota del dicembre 2020 della Congregazione per la Dottrina della Fede, poi disattesa - in tema di obbligo - proprio all’interno dello Stato del Vaticano, nonché al di fuori, con le pressioni subite da tanti sacerdoti e religiosi per sottoporsi all’inoculo. Tra i problemi sottolineati dalla teologa c’è quello «comunicativo», visto che alcune precisazioni del documento della CDF sono state ignorate dentro la stessa Chiesa o ritenute “superate” dalle famose parole di papa Francesco sul vaccinarsi come «atto di amore». Al netto di alcune buone precisazioni, come quella sulla volontarietà della vaccinazione e l’appello alle aziende farmaceutiche e ai governi a produrre e approvare vaccini etici, comunque, «la nota, di per sé, è un po’ lacunosa». Essa evita di affrontare le questioni della sicurezza ed efficacia, pur ritenendole «eticamente rilevanti e necessarie». E parte dall’assunto - allora (fine 2020) molto diffuso, a causa di una propaganda pervasiva - che i sieri anti-Covid fermino la trasmissione del virus. Cosa, appunto, che non si è rivelata vera e che quindi, argomenta Scrosati, rende «auspicabile un giudizio aggiornato da parte del Dicastero» vaticano.

Un ripensamento della questione è fondamentale, anche perché c’è in gioco il tema delle linee cellulari ricavate da bambini abortiti su cui i cattolici devono essere esortati, afferma la Scrosati, «a una sana battaglia di resistenza, come diceva il documento della Pontificia Accademia per la Vita del 2005», che poi la gestione Paglia ha cercato di “neutralizzare”, pubblicando nel 2017 un documento di tenore contrario.