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DOPO LA COP27

Clima e inquinamento, l'Africa non è una vittima

Alla Conferenza Internazionale sul clima, chiusasi domenica in Egitto, ancora una volta al centro dei negoziati c'è stata l'entità del risarcimento che i paesi ricchi (considerati gli inquinatori) devono pagare ai paesi poveri, che ne sarebbero le vittime. Ma la realtà dell'Africa dimostra che i primi a danneggiare l'ambiente sono proprio i governi africani. Come dimostrano il Congo, l'Uganda, il Tanzania... 
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Esteri 22_11_2022

L’origine antropica del riscaldamento globale è una congettura priva di riscontri scientifici, sostengono migliaia di scienziati in tutto il mondo. Ma l’IPCC, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico istituito dalle Nazioni Unite nel 1998, non li ascolta. Da 30 anni continua a diffondere la teoria di una catastrofe imminente, di un pianeta destinato a diventare arido e privo di vita se non saranno presi provvedimenti contro chi ne è responsabile e organizza conferenze mondiali intese a trovare il modo per impedire che accada.

In sintesi la teoria è che il pianeta si surriscalda a causa delle attività umane. Ma non di tutte. Sono solo il modo di produzione e lo stile di vita occidentali, a partire dall’industrializzazione e dall’affermazione del modo di produzione capitalistico, a produrre quantità insostenibili dei gas serra che, secondo l’IPCC, minacciano la vita sulla Terra e rendono più frequenti e intensi i fenomeni naturali estremi.

Quindi i popoli occidentali devono ridurre drasticamente le emissioni di CO2, costi quel che costi in termini economici e sociali. Tocca a loro inoltre intervenire in favore delle popolazioni più danneggiate dai fenomeni naturali estremi che sono anche le più povere, intervento tanto più doveroso in quanto sono incolpevoli essendo minima la percentuale di CO2 che producono.
I paesi poveri devono essere risarciti dei danni economici causati da fenomeni naturali quali inondazioni, siccità, uragani. Poi si deve finanziare la loro transizione energetica, per metterli in grado di disporre di energie rinnovabili e comunque meno inquinanti di quelle in uso attualmente. Infine bisogna sostenere i costi del loro adattamento ai cambiamenti climatici affinché possano anticipare gli effetti avversi dei cambiamenti climatici prevenendo o almeno riducendo con opportune opere infrastrutturali i danni che possono causare. Si tratta di impegni finanziari enormi. Nel 2009 si era calcolato che occorressero 100 miliardi di dollari all’anno, ma il più recente rapporto del Programma Onu per l’ambiente ha riveduto le stime portando a 340 miliardi l’anno i fondi necessari.

Su chi deve fornire tutti quei miliardi si è discusso, fino a rischiare una rottura, alla Cop27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici svoltasi a Sharm-el-Sheikh dal 6 al 19 novembre, protratta di un giorno proprio per tentare di trovare un accordo. La crisi si è aperta quando l’Unione Europea una volta tanto si è impuntata, rifiutando il programma proposto dal G77, l’organizzazione intergovernativa dell’Onu formata da 134 paesi in gran parte in via di sviluppo, che accollava gli oneri ai paesi “colpevoli”, quelli occidentali, e includeva tra i beneficiari tutti i paesi in via di sviluppo.

Minacciando di abbandonare la Conferenza, l’UE ha ottenuto che i fondi siano destinati solo ai paesi più vulnerabili e che venga ampliata la base dei donatori. Adesso una commissione di esperti elaborerà un progetto che andrà discusso il prossimo anno alla Cop28 che si terrà a Dubai. Tra i donatori dovrebbe figurare anche la Cina che finora non ha contribuito pur sostenendo le richieste del G77 e nonostante sia il paese che produce più gas serra: in fin dei conti è sempre colpa dell’Occidente e del suo modello di sviluppo imposto al resto del mondo.

Durante la discussione si sono distinti per recriminazioni e rivendicazioni i paesi africani. Già avevano trattato il tema del cambiamento climatico in un vertice di tre giorni svoltosi in preparazione alla Cop27 a ottobre, a Kinshasa, la capitale della Repubblica democratica del Congo, e conclusosi con un documento votato all’unanimità in cui si chiedeva ai paesi ricchi di fare di più per aiutare i paesi in via di sviluppo a combattere il global warming.
A Sharm el-Sheikh i paesi africani hanno rivendicato il loro diritto in quanto poveri e tutti particolarmente vulnerabili a godere dei finanziamenti, ma anche quello di continuare a usare le riserve di gas naturale e petrolio a discrezione, esentandoli dai tagli previsti dagli accordi per la riduzione delle emissioni di CO2.

L’Africa è un caso speciale, afferma a sostegno della posizione dei rappresentanti africani il presidente della Banca africana di sviluppo Akinwumi Adeasina. È speciale davvero, replica Keamou Marcel Soropogui, studioso guineano di ambiente e sviluppo sostenibile che attualmente lavora presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze, ma lo è per livelli di corruzione e disonestà politica. L’Africa dovrebbe spendere bene per il clima quel che riceve prima di chiedere di più, spiega: “I paesi africani hanno già ricevuto circa 103 miliardi di dollari tra il 2016 e il 2020. Non sono sufficienti, tuttavia si potevano ottenere dei risultati se fossero stati spesi oculatamente”.

Ma il problema non sono solo le emissioni di CO2. Un progetto di sfruttamento delle riserve di petrolio e gas naturale che interessa Botswana e Namibia minaccia il Delta dell’Okawango, una riserva naturale unica al mondo per biodiversità, tanto da essere stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. L’Uganda e il Tanzania intendono costruire un oleodotto, il più lungo del mondo, per portare all’oceano Indiano il petrolio che sarà estratto nel lago Alberto (vedi cartina). L’impatto sull’ambiente e sulla biodiversità sarà minimo, promettono i governi, ma l’oleodotto attraverserà aree protette ed ecosistemi fragili che ne saranno sconvolti. La Repubblica democratica del Congo ha da poco autorizzato lo sfruttamento di 30 giacimenti di petrolio e gas naturale nella seconda più grande foresta pluviale del mondo. Sempre in Congo, un progetto per l’estrazione del petrolio minaccia un altro patrimonio dell’umanità: il parco nazionale dei Virunga che ospita gli ultimi gorilla di montagna.