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LA FIGURA

Padre Catena, il genio che insegnava a cantare come angeli

Ricorre oggi il 30° anniversario della morte di padre Giovanni M. Catena, maestro dei pueri cantores della Cappella Sistina. Insegnava ai suoi allievi a cantare con profondo senso religioso, ottenendo una vocalità mirabile, che elevava a Dio. Una lezione da riscoprire, per ridare alla musica sacra lo spazio che merita.

Ecclesia 18_11_2022
padre Giovanni Maria Catena

È importante fare memoria di coloro che hanno dato lustro alla nostra fede cattolica, coloro che hanno difeso la tradizione e che hanno cercato di resistere alla tempesta che si è abbattuta nella Chiesa negli ultimi decenni. Uno dei campi in cui più si è sofferto e si soffre è certamente quello della musica sacra, dove le devastazioni compiute sono davanti ai nostri occhi. Ma questo è certamente comprensibile se si guarda anche la liturgia, perché non bisogna dimenticare che musica e liturgia sono intimamente unite e che, quando una delle due è di un livello non adeguato, anche l’altra la segue.

Fra coloro che hanno dato tanto alla musica sacra cattolica c’è il padre servita Giovanni Maria Catena (1919-1992), di cui oggi, 18 novembre, ricorrono i 30 anni dalla morte. Nato a Napoli, al secolo Vittorio, entrò molto presto nella Congregazione dei Servi di Maria. Fra i suoi molteplici interessi c’era anche quello per la musica, che approfondì studiando al Pontificio Istituto di Musica Sacra, a Roma, dove si diplomò in Composizione Sacra e Direzione (1943-1946). Dopo una parentesi a Bologna, tornò a Roma presso la comunità di Santa Maria in Via (dove era già stato per gli studi musicali) e rimase nella Città Eterna fino alla morte, nel 1992.

Padre Catena aveva molti talenti (ad esempio, per la pittura, la scrittura, l’allestimento dei presepi), ma quello per cui è conosciuto (anche se non quanto meriterebbe) è il talento musicale. Già nel 1944 aveva creato l’Associazione Fanciulli Cantori di Santa Maria in Via, con l’aiuto dei suoi confratelli padre Giovanni Manetto Maria Salvador e padre Giuseppe Maria Benassi per la parte organizzativa e l’assistenza spirituale dei ragazzi. Un aiuto di enorme importanza sotto l’aspetto musicale lo fornì il servita p. Raffaele Maria Preite, allievo del grande organista italiano Ferdinando Germani che non solo accompagnava il coro all’organo ma prestava la sua opera anche come insegnante.

I fanciulli cantori di padre Catena cominciarono a collaborare con la Cappella Liberiana, il coro della Basilica di Santa Maria Maggiore. In seguito il maestro Domenico Bartolucci (1917-2013), divenuto direttore della Cappella Sistina nel 1956 dopo esserlo stato a Santa Maria Maggiore, lo invitò a collaborare con il coro del Papa. Evidentemente si desiderava continuare la collaborazione tra i due anche per la Cappella Sistina. Ma sembra che non tutto procedesse liscio per questo progetto, come emerge da una lettera del 5 febbraio 1957 di Bartolucci a Catena, in cui il maestro toscano cercava di convincere il padre servita a continuare l’esperienza già cominciata con la Cappella Liberiana e proseguita con il Pontificio Istituto di Musica Sacra nella Cappella Sistina, “cuore e punto di partenza di tutta la musica sacra cattolica”, offrendogli il ruolo di Magister Puerorum di quella che al tempo era considerata un’illustre istituzione. Un’istituzione a cui tutto il mondo guardava per le esecuzioni di musica sacra e che cercava sempre di impiegare i migliori cantori e i migliori direttori di coro e compositori (il direttore del coro doveva anche essere compositore per poter arricchire con la sua arte il patrimonio musicale del coro). Era evidente che ci fossero delle resistenze da qualche parte riguardo al ruolo che doveva svolgere padre Catena nel coro della Cappella Sistina, il che spiega il tono risentito, in alcuni punti, della lettera. Poi tutto si aggiusterà e la collaborazione alla Cappella Sistina proseguirà, con risultati di altissimo livello.

Infatti, padre Catena era un autentico genio nell’insegnare il canto ai ragazzi (e poi, ma solo per la sua Associazione, anche alle ragazze). La qualità vocale che riusciva ad ottenere dai suoi allievi era stupefacente e veramente mai come in questo caso si poteva dire che si stava assistendo al canto degli angeli. La cosa davvero significativa della vocalità che padre Catena riusciva ad ottenere era che non cercava le voci diafane, senza colore ed espressione. Tutt’altro! Erano voci piene di pathos e sentimento (che non è sentimentalismo) che facevano vibrare il testo sacro e lo facevano arrivare nell’anima del fedele ricolmo di sensi spirituali. Non era quell’idea, che si ritrova anche in certe interpretazioni del canto gregoriano, per cui la musica sacra si deve eseguire tutta piano, senza colore ed espressione, come se essa dovesse farci assistere al suono dei cori angelici che ci viene da grande distanza, un concetto molto debitore al Romanticismo. No, la musica sacra è veramente l’uomo che eleva le sue sofferenze e le sue gioie, fatte preghiera e sublimate, a Dio, Signore e Creatore.

Purtroppo il sentimentalismo, che è la corruzione del sentimento, ha inquinato anche la liturgia e la musica sacra, tutto a causa di quell’immanentismo che, come ha ben spiegato padre Chad Ripperger, ormai le pervade: “Il principio di immanenza ci taglia fuori dalla realtà e così invece di conformarci a Dio, come intendevano i vecchi manuali di teologia pastorale, ci occupiamo delle nostre esperienze. Questo è semplicemente un altro modo per affermare che la teologia pastorale è discesa nella psicologia. […] Ciò avrà un impatto diretto sulla comprensione della liturgia” (Topics on Tradition). Cioè, la liturgia non è più il luogo dove l’anima si innalza a Dio, ma il posto dove l’uomo diventa il dio di sé stesso e quindi si cerca una musica che - a differenza di quella sacra - non necessariamente deve dare gloria a Dio, ma deve dilettare l’uomo. Ecco come il sentimentalismo ha profondamente corrotto tutto.

La grandezza di padre Catena è che riusciva ad insegnare ai suoi studenti a cantare con profondo senso religioso, sapeva cercare in loro le risorse espressive e spirituali in modo che il canto sgorgasse dall’anima del piccolo cantore. Non diceva forse sant’Agostino: “Torna al tuo cuore: vedrai allora l'idea che ti sei fatto di Dio, perché nel tuo cuore è l'immagine di Dio. Nell'intimo dell'uomo abita Cristo, nell'intimo di sé l'uomo rinnova l'immagine di Dio, nell'immagine riconosce il suo Creatore”?

Padre Catena non era solo un grande insegnante di canto, ma anche un grande direttore spirituale perché attraverso la musica insegnava a cercare Dio. In occasione della sua morte, l’Osservatore Romano scrisse quanto segue: “Due aspetti della scuola del padre Catena meritano, tra gli altri, di essere ricordati: lo sforzo ininterrotto di trasfondere nei giovanissimi allievi di canto un'educazione umana e cristiana pienamente integrata nella loro formazione artistica. In questo delicato compito il padre Catena era sostenuto dalla sua vastissima cultura umanistica, dalla straordinaria conoscenza della storia della musica, dell'arte e della letteratura, nonché da una capacità intuitiva che, nei confronti dei suoi ragazzi, lo rendeva maestro e padre insieme” (Vincenzo Benassi).

Sicuramente i tanti allievi che sono usciti dalla sua scuola, come i tenori Luciano Ganci e Vittorio Grigolo o il baritono Pietro Spagnoli insieme a tantissimi altri, dimostrano il grande insegnamento di padre Catena, un insegnamento di cui ci sarebbe ancora tanto bisogno.