Mons. Pozzo: nel 2018 fu la Fraternità a rifiutare l’accordo
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Lo strappo di Écône è «una grave ferita alla Chiesa che si sarebbe potuta evitare» otto anni fa: non fu la Sede Apostolica a chiudere ma la Fraternità a esigere che Roma correggesse i propri errori e bocciare la Dichiarazione «frutto di un lavoro comune», ricorda a La Bussola l’ex segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei.
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La storia forse sarebbe andata diversamente se otto anni fa la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) non avesse rifiutato la Dichiarazione dottrinale proposta da Roma, malgrado fosse frutto di un lavoro comune, ed esigendo che fosse la Sede Apostolica a fare autocritica. A quell’opera di tessitura, allora interrotta, oggi segue lo strappo consumato il 1° luglio a Écône, vissuto con dolore da chi quei fatti li conosce da vicino. A parlare a La Bussola è mons. Guido Pozzo, arcivescovo titolare di Bagnoregio, attuale sovrintendente all’economia della Cappella Musicale Pontificia, che è stato l’ultimo segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, dal 2009 al 2018. Il presule non ignora la «turbolenza» post-conciliare che attraversa la comunità ecclesiale, ma ribadisce che tutto questo non può giustificare un atto scismatico, né una presunta «chiesa d’emergenza» sottratta all’autorità del Papa.
Eccellenza, con quale stato d’animo ha vissuto l’annuncio delle consacrazioni episcopali compiute senza mandato papale il 1° luglio ad Écône?
Con animo triste e con molto dispiacere. È una grave ferita alla Chiesa, che si sarebbe potuto evitare se la FSSPX avesse accettato la Dichiarazione Dottrinale proposta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), cui avrebbe fatto seguito anche il riconoscimento canonico nella forma giuridica che sarebbe stata stabilita. S.E. mons. Fellay nell’incontro del 28 febbraio 2018 con il card. Ladaria, allora prefetto della Congregazione, e il sottoscritto presso il Dicastero disse che avrebbe portato alla considerazione del Capitolo della FSSPX, previsto nel luglio 2018, il testo della Dichiarazione. Nell’autunno del 2018, Il card. Ladaria ed io abbiamo incontrato il nuovo Superiore della FSSPX, p. Davide Pagliarani, eletto in luglio nella riunione del Capitolo, il quale comunicò che non avrebbe sottoscritto tale Dichiarazione, perché ritenuta insufficiente e non adeguata a rispondere alle difficoltà e alle criticità sollevate dalla FSSPX e che Roma avrebbe dovuto riconoscere i suoi errori. Si è preso atto di tale rifiuto e Papa Francesco, informato dell’esito negativo, decise di sopprimere la Commissione Ecclesia Dei, che dal 2009 era impegnata nei colloqui dottrinali con il Superiore della FSSPX al fine di giungere ad una riconciliazione, e demandava alla CDF la competenza dei futuri rapporti eventuali con la FSSPX. Debbo confessare di essere rimasto molto deluso dal rifiuto della FSSPX anche perché molti punti della Dichiarazione erano stati il frutto di un lavoro comune nel dialogo intercorso fino a quel momento.
C’è una dimensione di cui pochi commentatori parlano, che è quella interiore: ovvero, quali sono gli effetti sulle anime del gesto rivendicato in nome della salus animarum ma che almeno sul piano oggettivo, resta di natura scismatica?
La salus animarum non è qualcosa di soggettivo che può essere disgiunto dalla obbedienza all’autorità formale e giuridica del Papa. Non esiste una “chiesa di emergenza”, che si possa sottrarre all’unità visibile della Chiesa per stabilire un ordinamento ecclesiale non in piena comunione con il Successore di Pietro. Nessun gruppo cattolico né singoli individui cattolici possono appellarsi alla coscienza soggettiva di verità per opporsi alla Chiesa istituzionale e alla potestà di giurisdizione del Romano Pontefice, non solo nelle cose che riguardano la fede e i costumi, ma anche in quelle che riguardano la disciplina e il governo della Chiesa. Questa è la dottrina di fede cattolica, dalla quale nessuno può allontanarsi senza venir meno alla fede e alla salvezza (cf. Concilio Vaticano I, Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, Pastor aeternus, cap. 3, DH 3060).
Anche se il rito è l’elemento più appariscente, sappiamo che la questione non è primariamente liturgica. Quali sono a suo avviso i “nodi” principali?
I nodi principali sono l’accettazione dell’insegnamento del Concilio Vaticano II e del Magistero posteriore. Quando parlo del Concilio, mi riferisco ai contenuti dei documenti, non al Concilio dei Media o al Concilio virtuale o para-concilio, o al fantasmagorico “spirito” del Concilio, che malauguratamente, ma realmente si è sovrapposto al vero Concilio nella opinione pubblica e in numerosi ambienti ecclesiali.
Al riguardo, i punti principali della Dichiarazione Dottrinale della CDF proposta all’accettazione della FSSPX affrontavano proprio questi nodi, e, a mio avviso, in modo soddisfacente.
a) Si chiedeva alla FSSSPX di accettare la verità cattolica, che al Magistero «Cristo Signore ha affidato il deposito della fede – cioè la Sacra Scrittura e la “tradizione” divina – per essere custodito, difeso e interpretato» (Pio XII,Lettera Enciclica Humani generis, 18, Denz. 3884) e che «il Magistero non è al di sopra della Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso» (Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 10). Il Magistero della Chiesa, a sua volta, ha l’autorità di esplicare o esplicitare anche i precedenti documenti del Magistero, inclusi quelli del Concilio Vaticano II, in conformità con le verità della fede cattolica e nella luce della perenne Tradizione che progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo, non con una novità contraria, ma con una migliore intelligenza del depositum fidei, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu eademque sententia (Cf. Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, 4, Denz. 3020; Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 8).
b) Si chiedeva di riconoscere che il Concilio Vaticano II deve essere compreso alla luce di tutta la Tradizione e sulla base del Magistero costante della Chiesa, restando sempre la possibilità di una legittima discussione e di una chiarificazione sul piano teologico circa la formulazione di punti particolari dei Documenti conciliari o riguardanti le successive riforme della liturgia e del diritto.
c) Si chiedeva di riconoscere la validità del Rito della Santa Messa e dei Sacramenti legittimamente celebrati secondo i libri liturgici nella loro editio typica, promulgati da Papa Paolo VI e da Papa Giovanni Paolo II.
Non sarebbe, tuttavia, onesto trattare le questioni concernenti la FSSPX, senza riconoscere che dopo il Concilio Vaticano II e fino ad oggi il Cattolicesimo si trova nel pieno di una turbolenza, non dovuta certo all’insegnamento del Concilio e del Magistero successivo, ma a tanti fattori interni ed esterni alla comunità ecclesiale, la quale si manifesta con profonde divisioni ed errori nella Chiesa (ma non della Chiesa), sulla dottrina e sull’identità cattolica, sulla prassi pastorale, con molte deviazioni e ambiguità che creano confusione e incertezza nei fedeli. La critica e la lotta contro tali errori e deviazioni non devono mancare, ma non si può giustificare l’atto scismatico di consacrare vescovi senza il mandato pontificio né si può giustificare la presunzione di pronunciarsi a giudici nel sentenziare che il Magistero attuale o del Concilio è difforme dalla Tradizione di fede della Chiesa. Si possono esigere chiarimenti o precisazioni su certe formulazioni od orientamenti espressi dal Magistero ordinario non definitivo o a carattere pratico-pastorale, per evitare interpretazioni unilaterali o riduttive del Magistero stesso.
Ma è possibile voler “salvare” il sacerdozio cattolico (come ha sempre dichiarato la Fraternità) trapiantandolo al di fuori della Chiesa visibile?
Non credo proprio. Ricordiamo l’insegnamento di san Roberto Bellarmino, che è stato poi ripreso e definito dal Concilio Vaticano I nella Pastor aeternus. La natura della Chiesa viene descritta come assemblea dei credenti che professano la stessa fede, partecipano ai sacramenti e si lasciano guidare dai Vescovi legittimi in comunione con il Romano Pontefice. La comunione con il Romano Pontefice è la condizione assolutamente necessaria per essere membro della Chiesa cattolica. Ciò vale a maggior ragione per il sacerdozio cattolico.
A questo proposto mi è sembrato inverosimile che da parte della FSSPX si affermi da un lato che si appartiene alla Chiesa per la professione integra della fede (che in realtà è solo uno degli elementi essenziali, ma non l’unico) e nel medesimo tempo si affermi (e si giudichi) che le autorità della Chiesa manifestano un atteggiamento contrario alla fede e agiscono contro la Santa Tradizione e il Magistero costante della Chiesa. Può accadere (nel passato è accaduto e oggi purtroppo accade) che alcuni Vescovi e sacerdoti, teologi e laici incorrano in errori e deviazioni in materia di fede e morale, ma non si può estendere la critica alle autorità della Chiesa in generale e tanto meno disobbedire alla comunione gerarchica con l’Autorità suprema. Appare per lo meno strano che la FSSPX chieda al Papa un gesto di paternità e nello stesso tempo accusi l’autorità della Santa Sede di allontanarsi dalla Tradizione e di essere succube di una chiesa modernista.
Le consacrazioni del 1° luglio ripetono quelle compiute da mons. Lefebvre nel 1988: siamo di fronte ad una rottura definitiva o si può cogliere ancora uno spiraglio per una futura riconciliazione della Fraternità con Roma?
Mai dire mai. Occorrerebbe ripartire dai contenuti della Dichiarazione Dottrinale della CDF, ma soprattutto è necessario modificare l’atteggiamento pregiudiziale della FSSPX, per cui si ritiene che Roma ha torto e la FSSPX ha certamente ragione.
Si sentirebbe di escludere la creazione di una struttura (proposta dal card. Mueller) come fu l’Ecclesia Dei o, per esempio, la creazione di ordinariati sul modello di quelli per gli ex anglicani?
Non escluderei forme giuridiche di questo tipo, a patto che i problemi dottrinali vengano risolti e che si possa costituire un gruppo abbastanza consistente di sacerdoti che, come già accaduto per la Fraternità Sacerdotale San Pietro o per l’Istituto del Buon Pastore, intendano rientrare in piena comunione con il Romano Pontefice.
Naturalmente attorno alla FSSPX c’è molto clamore mediatico, ma ci sono “realtà tradizionali” che già vivono sub Petro: non sono forse ignorate e magari un po’ marginalizzate, all’interno dello stesso mondo cattolico, come se fossero delle riserve invece che un dono da offrire all’intera Chiesa?
Gli Istituti cui fa riferimento sono realtà vive e in continua crescita. Come ha insegnato e dichiarato Papa Benedetto XVI le due forme liturgiche, quella del Novus Ordo, che è la forma comune, abituale e universale della liturgia, e quella del Vetus Ordo, per gruppi particolari e speciali, sono entrambe un arricchimento reciproco, e non sono in opposizione tra loro. Gli Istituti e i fedeli che seguono le discipline liturgiche e spirituali tradizionali non solo non devono essere emarginati o isolati, ma devono contribuire in comunione con le altre realtà ecclesiali, all’evangelizzazione e all’apostolato cristiano. Ciò che a me sembra urgente fare è rafforzare quelle comunità ecclesiali e sacerdotali che vivono la fedeltà alla Tradizione, all’integrità della fede cattolica, alla sacra liturgia, in piena comunione con l’ordine episcopale sub Petro et cum Petro.
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