L’antidoto all’indifferenza: la trasmissione della cultura
Buona parte della violenza della società contemporanea nasce dal rifiuto dell’autorità e della cultura che essa trasmette. La figura moderna dell’adolescenza – che rigetta la differenza tra il vero e il falso, il bene e il male – è elevata a idolo. Ma le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti. Da uno scritto di François-Xavier Bellamy.
Baby gang, studenti che sfregiano e insultano gli insegnanti, genitori fatti ostaggio dai figli: una situazione sempre più fuori controllo, che non sarà mai adeguatamente affrontata finché le “riflessioni” seguiranno la dinamica istintiva dell’indignazione o quella disimpegnata del lasciar correre, perché tanto sono ragazzi. François-Xavier Bellamy ci aiuta ad andare un po’ più in profondità, raccogliendo le fila di quel culto dell’indifferenza, madre del giovanilismo pervasivo, del disprezzo della trasmissione della cultura, del rifiuto dell’autorità, che oggi presenta un conto salatissimo. Ma non c’è più stolto di chi voglia metter mano alle conseguenze senza metter mano alle cause. (L.S.)
Fonte: I diseredati. Ovvero l’urgenza di trasmettere, Itaca, Castel Bolognese 2016, pp. 149-166, passim.
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Se la società contemporanea è violenta, lo è anzitutto per l’indifferenza che sembra invaderla. La brutalità odierna non sta tanto nell’aumento della violenza attiva che la percorre, quanto soprattutto nell’indifferenza individualistica che ci separa inesorabilmente gli uni dagli altri, nella diffidente solitudine in cui siamo rinchiusi. Riprendendo la diagnosi di Bourneville sul caso del giovane Victor, vedremo che questa indifferenza è tipica del ragazzo selvaggio, «che si agitava continuamente e senza scopo, mordendo e graffiando tutti coloro che lo contrariavano, non manifestando alcuna specie di gratitudine per coloro che lo accudivano, indifferente a tutto, e a nulla prestando attenzione».
Questa è, ancora una volta, una conseguenza fondamentale del nostro rifiuto di trasmettere la cultura, oltre che il suo necessario risultato. Infatti, negazione della differenza e rivolta contro la cultura sono effetto di un’unica rottura. [...]
Per realizzare la promessa di quell’affrancamento totale, partecipiamo con entusiasmo alla decostruzione di tutte le differenze, che sono altrettanti ostacoli frapposti tra noi e l’oggetto dei nostri desideri. Quando saremo finalmente liberati da ogni particolarismo, saremo diventati gli individui indeterminati e indifferenti, attori e prodotti perfetti della società dei consumi.
Questa libertà di indeterminazione è il fantasma della nostra società. Essa spiega perché abbiamo fatto della giovinezza il nostro ideale assoluto: tipico di questa età infatti è l’essere indeterminati, aperti a possibilità infinite. Se essere liberi presuppone avere la facoltà di scelta, avere davanti il massimo di opzioni possibili, allora l’adulto è meno libero del bambino, meno libero dell’adolescente. L’adulto infatti, che ha dovuto fare delle scelte – professionali, familiari, ecc. – si trova determinato da esse. Poiché questa prospettiva ci spaventa, tentiamo spesso di evitarla rendendo sempre più superficiali i nostri impegni. Abbiamo paura di essere incastrati nelle nostre scelte: questa ansia rende più complesse e più fragili tutte le nostre decisioni. […] La nostra ossessione di rimanere liberi alla fine ci chiude, lontano da ogni esperienza, in una solitudine che ci protegge, mediante l’indifferenza, dal rischio della relazione.
Questa ossessione regala un significato nuovo al fantasma della giovinezza. Rimanere giovani vuol dire, a ogni costo, non diventare adulti, non vedere la nostra vita cristallizzarsi in determinazioni irreversibili. Ecco perché, in tali condizioni, il ruolo dell’educatore è diventato insostenibile! In una società che ha fatto della giovinezza il proprio ideale, come può un adulto avere una sua funzione da svolgere? Dato che la giovinezza dell’allievo è diventata il valore messo in scena dall’intera società, che cosa abbiamo da offrirle? Gli adulti possono ormai mettersi alla scuola dei giovani per assomigliare a loro il più a lungo possibile… Questa inversione di ruoli è inedita per l’antropologia e, paradossalmente, è molto stressante per gli stessi giovani, il cui futuro può essere vissuto solo come un lento scivolare verso i complessi dell’età adulta. Genitori e insegnanti si trovano, in linea di principio, fuori moda, semplicemente per la loro posizione, sconfitti sin dall’inizio dalla crisi di adolescenza collettiva che percorre la nostra epoca. Proprio così occorre leggere, infatti, la rivendicazione clamorosa della nostra indeterminazione. La figura moderna dell’adolescenza rappresenta il nostro ideale: la ribellione contro ogni autorità, lo spirito critico e ribelle, l’apertura a tutti i possibili, la continua ricerca di novità e il rifiuto del passato sono diventati le nostre maggiori virtù.
Per giunta, della crisi dell’adolescenza vorremmo oltretutto conservare l’indifferenza accettata; questa indifferenza ignorante, che precedeva l’atto educativo, è diventata, mediante un curioso rovesciamento, ciò che ormai bisogna tutelare. […] È l’adolescenza che rifiuta, per principio, in nome della libertà di scelta, che le si faccia notare la differenza tra il vero e il falso, tra l’utile e il nocivo, tra il bene e il male. […]
L’indifferenza propria di chi non riceve in eredità nessuna cultura segna anche la sua vita e il suo stesso essere. Il rifiuto della trasmissione priva l’allievo di basi su cui poteva nascere la sua singolarità. Occorre, ancora una volta, prendere sul serio la necessità della cultura, come mediazione fondamentale per la realizzazione della nostra natura. Essere davvero se stesso non è affatto un’evidenza innata. Essere libero non è immediato. Il che ci consente di misurare l’errore di una concezione che equipara la libertà all’indifferenza: non basta essere indeterminato per essere autonomo. La libertà autentica è il risultato di una mediazione. […]
La libertà non nasce dal disordine: la singolarità di un pensiero non si manifesta fuori dalle regole grammaticali, così non possiamo sperare di essere più autonomi decostruendo tutte le norme. Anche Beethoven e Chopin hanno avuto dei professori per guidarli, per correggerli, per aiutarli a distinguere la nota giusta dalla dissonanza e il modo migliore di battere insensibilmente i tasti. L’apprendimento non ci priva della nostra libertà, come dimostra tutta l’opera di questi artisti. Anzi, ci conduce ad essa. La libertà dei più grandi maestri nasce sempre da un’eredità che realizza, supera e arricchisce di una nuova singolarità.
Ma perché avvenga questo superamento, ci vuole anzitutto un’autorità che ci aiuti a distinguere il vero dal falso, il migliore dal peggiore, ciò che merita di essere ricercato e ciò che merita di essere abbandonato. Quando, per essere preservati da ogni influenza, avremo decostruito l’autorità che ci precede, avremo tutte le opzioni indistintamente aperte davanti a noi; eppure non saremo più liberi. Non basta per questo poter scegliere: occorre soprattutto saper scegliere, saper discernere, saper agire, saper creare, il che presuppone di poter distinguere. […]
Non cerchiamo altrove la causa fondamentale di quelle “dimissioni” dei genitori e degli educatori in generale. È facile deplorare che tanti adulti abbiano ceduto ad una forma di vigliaccheria, di pigrizia, di abbandono della responsabilità educativa […]. Ma, nello stesso tempo, la società condanna continuamente l’esercizio dell’autorità in generale e di quella parentale in particolare: gli adulti sono tenuti a rispettare la libertà dei figli, a lasciare che facciano le loro esperienze; e la loro autorità è considerata una minaccia incombente su questa autonomia da proteggere. In questa ingiunzione contraddittoria, si parla dei genitori solo per accusarli, stigmatizzando ogni giorno le derive della loro autorità, e rimproverandoli il giorno dopo per aver abdicato alle loro responsabilità. Intanto, sta crescendo una generazione di ragazzi selvaggi, di giovani abbandonati all’immediatezza compulsiva delle loro pulsioni, dei loro istinti, dei loro desideri.
Infatti nessuno diventa più libero perché è stato preservato da ogni autorità. In realtà, non ci sono “bambini re”: ci sono solo bambini diventati tiranni di se stessi, schiavi dell’immediatezza, perché sono stati privati dei riferimenti che avrebbero potuto aiutarli a fare scelte vere e proprie. Trasmettere questi riferimenti è una tra le principali funzioni della cultura: le distinzioni che essa veicola, i valori che trasmette, sono la condizione di un’autentica autonomia. Per essere in grado di diventare liberi, occorre nascere in un mondo di cui si dice qualcosa e si vieta qualcosa.

