L'intervista ad Antonia Arslan: la memoria come fondamento della pace
La scritrice Antonia Arslan, autrice de La Masseria delle Allodole fonda il suo stile letterario sulla memoria, personale e del popolo armeno. Una questione fondamentale per un popolo cristiano i cui persecutori ottomani hanno voluto cancellare ogni traccia. Ecco la sua intervista.
Se il contrario della pace non è soltanto la guerra, quanto il disordine, allora non può esistere la pace se si falsifica la memoria. È questo il significato della testimonianza di Antonia Arslan, alla Giornata della Bussola, il 19 settembre al Centro pastorale ambrosiano di Seveso (MB) e dal tema “Cristo è la nostra pace”.
Antonia Arslan, scrittrice italiana di padre armeno, già docente di Letteratura moderna e contemporanea all’Università di Padova, autrice del capolavoro La Masseria delle Allodole, sul genocidio armeno, fonda il suo stile letterario sulla memoria, personale, famigliare e del suo popolo. «Il tema della memoria, sì, ma anche dell’attualità. Perché c’è un aspetto della tragedia armena che non può essere trascurato: la volontà, la determinazione ferrea, dei governi turchi (successivi al genocidio), non solo a negare, ma a cancellare ogni traccia. Sia del popolo scomparso che della sua eredità storica, architettonica e anche linguistica». Un milione e mezzo di persone vennero annientate, con una sistematicità “industriale”, nel primo genocidio moderno, condotto nell’Impero Ottomano dal governo dei Giovani Turchi, dal 1915 al 1916. Ma dopo il crimine è iniziata subito la rimozione. Oggi è come se il popolo armeno non fosse mai esistito nell’Anatolia orientale, dove aveva sempre vissuto.
Si tratta di attualità e non solo di storia perché ora vediamo lo stesso impegno a cancellare le tracce dell’esistenza degli armeni nell’enclave del Nakhichevan, come l’autrice ha documentato assieme al professor Aldo Ferrari in Un genocidio culturale dei nostri giorni. E più di recente nel Nagorno Karabakh, dove gli armeni sono stati scacciati nel 2023. Questa volta a cancellare le tracce della presenza armena e la memoria del popolo non è più il governo dei Giovani Turchi ma quello dell’Azerbaigian, sostenuto dalla moderna Turchia di Erdogan.
La Arslan, citando il saggio I peccati dei padri di Siobhan Nash-Masrshall e da lei introdotto nell’edizione italiana, risale alle radici tedesche della filosofia politica che animò il movimento dei Giovani Turchi e la loro furia razionale genocida. Le idee formative dello sterminio di massa nascono in Germania alla fine dell’Ottocento. Una minoranza che “disturba” che “non vuoi più vedere” che “dà fastidio” alla formazione della nazione, deve essere eliminata, liquidata fisicamente. «Ma non solo la fisicità dei corpi, ma anche le idee, gli ambienti, gli usi e il suo modo di vivere».
Una pace fondata sulla cancellazione di un popolo, non è una vera pace. E non è vera pace quella fondata sulla riscrittura della storia, sull’oblio del crimine, ottenuta “mettendoci una pietra sopra”. «La memoria serve a costruire delle basi solide. Se dimentichi, se cancelli tutto di quel che è avvenuto, ti trovi poi in un mondo che non capisci più». E questo è fondamentale anche per la nostra esistenza, anche per la nostra fede: «Se non sappiamo su cosa stiamo in piedi, restiamo sempre in cerca di qualcosa. Il cristianesimo è la realtà di Cristo, è un qualcosa che ci lega, che ci fa capire più a fondo. Essere cristiani, a mio modesto parere, è anche conoscere il passato, amare il passato, perdonare il passato».

