• IL DISCORSO DEL PRESIDENTE

Mattarella, nel bis, piccona la magistratura

Nel discorso di insediamento per il secondo mandato abbiamo visto un Mattarella semi-presidenzialista, più energico e risoluto del solito e pronto a premere sull’acceleratore delle riforme, senza auto-relegarsi a un ruolo puramente notarile. I suoi strali si indirizzano sui magistrati. Che sia la volta buona di una riforma?

Sergio Mattarella

I resoconti giornalistici del discorso di Sergio Mattarella ieri alle Camere riunite in seduta comune per il suo giuramento da tredicesimo Presidente della Repubblica, trasudano entusiasmo per la sua riconferma.

Impossibile trovare interpretazioni critiche. Tutti allineati nell’esaltazione di un uomo politico chiamato a rimanere al suo posto per l’incapacità dei partiti di sostituirlo. Molti fanno buon viso a cattivo gioco, dopo aver di fatto subìto la scelta della sua permanenza al Quirinale. Ingoiano il rospo pur di salvare il seggio parlamentare o la poltrona di ministro.

Tuttavia, c’è qualcosa di molto diverso nel Mattarella del secondo mandato rispetto a quello che abbiamo conosciuto finora. Solo nell’ultimo anno il Presidente ha mostrato un piglio decisionista e ha provato ad alzare la voce con i partiti. All’indomani delle elezioni politiche del marzo 2018, ad esempio, prolungò forse eccessivamente le consultazioni per formare il governo, che vide la luce solo ai primi di giugno. Ma, soprattutto, ha tollerato fin troppo lo sfascio della magistratura e, pur essendone il capo, non è intervenuto energicamente per frenare la delegittimazione delle toghe e la crisi di fiducia dei cittadini nella giustizia. Ieri, però, ha usato parole forti che lasciano ben sperare in una riforma rapida. «Nell'inviare un saluto alle nostre Magistrature, elemento fondamentale del sistema costituzionale e della vita della nostra società – ha detto ieri alle Camere il Presidente Mattarella - mi preme sottolineare che un profondo processo riformatore deve interessare anche il versante della giustizia. Per troppo tempo è divenuta un terreno di scontro che ha sovente fatto perdere di vista gli interessi della collettività». 

Standing ovation bipartisan quando il presidente Mattarella ha sottolineato la necessità di un processo riformatore per la magistratura. «È indispensabile che le riforme annunciate per la giustizia giungano con immediatezza a compimento affinché il Consiglio superiore della Magistratura possa svolgere appieno la funzione che gli è propria, valorizzando le indiscusse alte professionalità su cui la Magistratura può contare, superando logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono rimanere estranee all'Ordine giudiziario. Occorre per questo che venga recuperato un profondo rigore».

Forse Mattarella si è pentito di non aver sciolto il Csm quando avrebbe potuto, forse si sente più forte, dopo la riconferma, e vuole davvero stimolare una riforma che sarebbe epocale. Fatto sta che queste parole ieri hanno fatto davvero rumore per la loro perentorietà. Se Giorgio Napolitano, nell’aprile 2013, quando fu riconfermato, sferzò il sistema dei partiti per non aver saputo scegliere un suo successore, Mattarella ha indirizzato i suoi strali contro la magistratura.

Inoltre, il Capo dello Stato ha implicitamente condannato l’eccessivo ricorso, da parte dei governi di questa legislatura, alla decretazione d’urgenza, soprattutto dal 2020 in poi. Prova ne è che ieri ha sottolineato la necessità per il Parlamento di esaminare gli atti del Governo, tra gli applausi scroscianti dei parlamentari, che da quando c’è la pandemia si sentono davvero marginali nei processi decisionali.

Insomma, un Mattarella semi-presidenzialista, più energico e risoluto del solito e pronto a premere sull’acceleratore delle riforme, senza auto-relegarsi a un ruolo puramente notarile. Ieri in realtà gli applausi dei parlamentari si sono indirizzati anche verso Mario Draghi, quando ha fatto il suo ingresso nell’aula di Montecitorio. Il capo del governo è stato ringraziato ufficialmente da Sergio Mattarella per aver contrastato efficacemente la pandemia, il che lascia supporre una lunga coabitazione tra i due, anche dopo il prossimo passaggio elettorale.

Ormai è altamente probabile che la legislatura arriverà a scadenza e che si voterà solo nella primavera 2023, quasi sicuramente con il sistema proporzionale, che consentirà a tutti, anche ai partiti minori, di galleggiare, ma senza leader forti e senza candidati premier. Tutt’altro che escluso, quindi, che Draghi, a urne chiuse, venga richiamato ancora a Palazzo Chigi per formare un altro governo retto da un’ammucchiata di partiti simile a quella attuale. Con la benedizione, manco a dirlo, dell’inquilino del Quirinale.

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