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l'iniziativa

Manifesti in zona Vaticano: "Libertà per la Messa in latino"

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Da questa mattina a Roma una serie di affissioni in difesa della liturgia tradizionale attirerà l'attenzione dei passanti e soprattutto di prelati e monsignori che entrano ed escono dalle sacre mura. Il comitato promotore chiede al Santo Padre di guardare anche a quelle "periferie liturgiche" che da tempo "non si sentono più ben accette nella Chiesa".

Ecclesia 28_03_2023 Español

A partire da questa mattina lo sguardo dei passanti nei pressi del Vaticano sarà attirato da una serie di manifesti che non pubblicizzano prodotti o candidati, ma vogliono invece levare la voce in difesa di qualcosa che proprio da quelle parti appare minacciato: la liturgia tradizionale, la Messa cosiddetta “in latino”.

L’affissione, iniziata oggi, durerà per le prossime due settimane. Con l’auspicio che prelati e monsignori che ogni giorno entrano ed escono dalle sacre mura prestino attenzione alla frase che campeggia su tutti i manifesti: «Per amore del Papa. Per la pace e l’unità della Chiesa. Per la libertà della Messa tradizionale latina». Ciascuna delle quattro versioni riporta poi una citazione e l’immagine di uno dei pontefici che più direttamente hanno avuto a che fare con la liturgia tradizionale, quali San Pio V, San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI  – a cominciare dalla “frase simbolo” con cui quest’ultimo restituiva piena cittadinanza a quella forma liturgica: «Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso». Proprio quello che, inspiegabilmente, sta avvenendo con le recenti misure vaticane che mirano a soffocare e porre fine a quel rito come se non fosse più «sacro e grande» e addirittura sia da considerarsi, appunto, «dannoso».

Non vi sono sigle poiché tutti i promotori «partecipano a titolo personale pur provenendo da diverse realtà cattoliche (come i blog Messainlatino e Campari & de Maistre, e le associazioni Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum e Ass. San Michele Arcangelo)», informa il comunicato stampa, in italiano e inglese, diffuso in concomitanza con l’affissione. Oltre a spiegare le ragioni dell’iniziativa il testo (così come lo slogan) offre un ulteriore contributo a sfatare quella narrazione diffusa, forse anche nelle sacre stanze, che tende a dipingere i fedeli tradizionalisti come una manica di ribelli, retrogradi e – manco a dirlo – nemici del Papa. I promotori agiscono invece «per amore del Papa, affinché sia paternamente aperto alla comprensione di quelle periferie liturgiche che da qualche mese non si sentono più ben accette nella Chiesa». Insomma, una richiesta filiale, da parte di “figli” della Chiesa che ultimamente vengono trattati da “figliastri”, a partire dal motu proprio Traditionis Custodes del 2021, ma con particolare recrudescenza dopo che il cardinale Arthur Roche, prefetto del Culto Divino, ha emanato misure ancor più restrittive per legare le mani a quei vescovi che ancora si mostrassero troppo benevoli verso questa parte bistrattata del loro gregge.

Non contro ma pro, dunque – e d’altra parte a dichiarare guerra non sono stati certo i fedeli tradizionalisti. È persino curiosa l’ostinazione della gerarchia che suona le campane a morto per un rito antico e venerabile in nome della (pretesa) unità della lex orandi e al contempo sembra dar spazio a ben altre sperimentazioni liturgiche. Per esempio, la diocesi messicana di San Cristobal promuove l’inserimento di riti maya nella celebrazione della Messa e confida di ricevere l’approvazione romana. Adattamenti già ufficializzati per il rito congolese, che Papa Francesco ha pubblicamente e ripetutamente lodato, considerandolo un battistrada per il rito amazzonico. E d’altra parte in Belgio si sperimenta a un livello ulteriore, promuovendo apposite liturgie per la benedizione di coppie omosessuali e altre coppie irregolari. Il Santo Padre, stando alle recenti dichiarazioni pubbliche di mons. Johan Bonny, vescovo di Anversa, non avrebbe posto obiezioni: «Il Papa non ha detto né sì né no. “È la vostra competenza”». In breve: tutto appare lecito tranne ciò che la Chiesa ha proclamato e celebrato fino all’altro ieri.

A maggior ragione suona quantomeno bizzarro considerare un rito “scaduto” allo scoccare del Concilio Vaticano II. Ma è proprio ciò che pensa il cardinal Roche, affermando alla BBC che la liturgia tradizionale non va più bene perché «la teologia della Chiesa è cambiata». Eh già: la teologia di ieri, di oggi, di domani (che sarà superata dopodomani), risponderebbe il fedele medio delle “periferie tridentine”, immedesimandosi nello sfogo cinematografico (colmo di ruspante ma innegabile sensus fidei) di Mario Brega di fronte al prete parolaio che pontificava sulla «Chiesa de ieri, de oggi, de domani...». Al contrario, proprio richiamandosi alla frase di Benedetto XVI sopra citata, il comunicato afferma che «la crescente ostilità nei confronti della liturgia tradizionale non trova giustificazione né sul piano teologico, né su quello pastorale». Un conto è lo sviluppo organico, ben altro è segnare una cesura tra una Chiesa pre e una Chiesa post. A meno di non voler rifondare la Chiesa da zero, assumendosi così prerogative che in teoria spetterebbero a Nostro Signore.

Una ulteriore spallata alla “narrazione” ecclesially correct viene dai frutti, così sintetizzati: « Le comunità che celebrano secondo il Messale del 1962 non sono ribelli alla Chiesa; al contrario, benedette da una costante crescita di fedeli e di vocazioni sacerdotali, costituiscono un esempio di salda perseveranza nella fede e nell’unità cattoliche, in un mondo sempre più insensibile al Vangelo, e in un tessuto ecclesiale sempre più cedevole a pulsioni disgregatrici». Per esempio, oltralpe (e non solo) i seminari tradizionali si riempiono laddove quelli diocesani si svuotano. Oppure guardiamo ai giovani e giovanissimi che ogni anno affollano il pellegrinaggio Parigi-Chartres, scandito proprio da funzioni in rito antico. È a questi frutti che i vescovi avranno guardato rispondendo per circa due terzi favorevolmente, o al massimo chiedendo qualche aggiustamento, in merito all’applicazione del motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, come ha ricostruito la giornalista Diane Montagna. Ma quel sondaggio fu “sapientemente” sintetizzato, per dire il meno, in funzione del Traditionis Custodes (cioè l’anti-Summorum Pontificum), che ha spazzato via tutto.

Ma nonostante l’«acerbo dolore» e la «grave ingiustizia», il comunicato esprime speranza, tanto più che «nella Chiesa dei nostri giorni, in cui l’ascolto, l’accoglienza e l’inclusione ispirano ogni azione pastorale», anche i fedeli e i sacerdoti che amano la liturgia tradizionale confidano di essere ascoltati, accolti e inclusi. «Chi va alla “Messa in latino” non è un fedele di serie B, né un deviante da rieducare o una zavorra di cui liberarsi». Avanzerà qualche grammo di sinodalità anche per loro?