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CRISI IGNORATA

L'assedio degli armeni nel Nagorno-Karabakh

Gli armeni che vivono nel Nagorno-Karabakh (Artsakh in lingua armena) sono assediati e di nuovo tagliati fuori dal mondo. A causa di una protesta “ecologista” è stato chiuso il corridoio di Lachin, che è l’unica rotta che collega la regione con l’Armenia. La situazione inizia a farsi critica. E nel mondo nessuno può o vuole aiutarli. 

Esteri 23_12_2022
Soldati armeni nel Nagorno-Karabakh

Gli armeni che vivono nel Nagorno-Karabakh (Artsakh in lingua armena) sono assediati e di nuovo tagliati fuori dal mondo. A causa di una protesta “ecologista” è stato chiuso il corridoio di Lachin, che è l’unica rotta che collega la regione con l’Armenia. La situazione inizia a farsi critica, per mancanza di cibo e di carburante, mentre la congiuntura internazionale è la peggiore possibile.

Il Nagorno-Karabakh è da sempre abitato da una minoranza di armeni cristiani, incastonata nell’Azerbaigian musulmano. Al momento dello scioglimento dell’Urss erano già in corso, già da tre anni, violenze etniche e religiose molto gravi. Gli abitanti del Nagorno-Karabakh, a gran maggioranza, avevano votato il 10 dicembre 1991 per entrare a far parte dell’Armenia, ma essendo parte della ex repubblica sovietica dell’Azerbaigian, né le autorità azere, né la comunità internazionale hanno riconosciuto la volontà espressa in quel referendum. Tuttora, agli occhi dell’Onu, è solo una “regione separatista” nel cuore dell’Azerbaigian. Gli armeni del Nagorno-Karabakh sono sopravvissuti ad una prima guerra, molto cruenta, combattuta fra il 1991 e il 1994, conclusa con un fragile armistizio. I confini della piccola repubblica armena di Artsakh ressero all’assalto azero e finora sono stati garantiti solo dalla presenza di una forza di pace russa. Nel settembre 2020, con il mondo in pandemia, l’Azerbaigian provò una seconda volta a riannettere la regione, conquistando vaste porzioni di territorio. Il secondo conflitto si concluse nel novembre di quell’anno con una pace di compromesso, ottenuto soprattutto con un accordo fra Putin ed Erdogan, ma mal digerito dagli armeni, che hanno subito la mutilazione di più della metà del loro territorio. Solo la strada di Lachin, ormai, collega l’Armenia con quel che resta dell’Artsakh.

Gli ultimi due anni non sono stati pacifici, gli incidenti alla frontiera sono stati numerosi: non solo lungo i confini non riconosciuti fra Azerbaigian e repubblica di Artsakh, ma anche quelli internazionali fra Armenia e Azerbaigian. Inoltre la repubblica è stata messa in difficoltà con tattiche di strangolamento energetico: interrompendo le forniture di gas dietro vari pretesti tecnici, l’Azerbaigian sta togliendo energia alla regione. Forte di un esercito molto più potente rispetto a quelli di Artsakh e Armenia, oltre che dell’appoggio incondizionato della Turchia, il presidente azero Ilham Aliev ora sta compiendo un passo ulteriore: l’embargo totale. Anche se non lo dichiara, sta privando gli armeni del Nagorno-Karabakh (Artsakh) di tutti i beni di prima necessità.

Già dagli altri valichi non passava nulla, ora anche dal corridoio di Lachin non è più possibile far giungere le merci dall’Armenia. La strada, dal 12 dicembre, è bloccata da una “manifestazione di eco-attivisti” che protestano contro lo scavo di miniere d’oro da parte degli armeni. L’Azerbaigian non è una democrazia, normalmente non concede la libertà di manifestare e un blocco stradale, in circostanze normali durerebbe poche ore prima di essere sgomberato a forza dalla polizia. Ma in questo caso, a quanto pare, serve. Perché di fatto sta privando gli armeni di tutto il necessario per vivere. Dopo dodici giorni di embargo de facto, nel Nagorno-Karabakh restano ancora due giorni di scorte alimentari, i medicinali sono esauriti, i malati gravi non possono essere portati in ospedale in Armenia perché nemmeno le autoambulanze possono transitare (due giorni fa un paziente che necessitava di cure urgenti è morto per questo motivo).

Chi può ascoltare il grido di dolore dei 120mila armeni dell’Artsakh, ormai completamente circondati e assediati? La comunità internazionale, in Occidente, pensa soprattutto alla guerra in Ucraina. E gli armeni, che hanno avuto la fortuna e sfortuna (al tempo stesso) di essere protetti dai russi, ora si ritrovano con il protettore sbagliato. Chi vuole solidarizzare, ormai, con l’alleato dell’aggressore? La Russia stessa, impegnata sul fronte ucraino, ha ben poco da dedicare ad altri settori di crisi. Se dovesse scoppiare un conflitto nella regione caucasica, probabilmente, Putin preferirebbe un nuovo compromesso al ribasso con Erdogan, suo punto di riferimento per i negoziati internazionali. Nikol Pashinian, ministro degli Esteri dell’Armenia, ieri ha accusato Mosca di non rispettare gli accordi del cessate il fuoco del 2020, perché le truppe di pace russe non stanno facendo nulla per liberare il corridoio di Lachin. L’Iran è un altro alleato scomodo dell’Armenia e dell’Artsakh: paradossalmente la Repubblica Islamica è schierata con i suoi vicini cristiani, contro i musulmani sciiti azeri, solo per una logica di rivalità territoriale. Ma ora l’Iran si sta mettendo contro tutto il mondo e contro il suo stesso popolo, in tre mesi di brutale repressione delle proteste interne. Non ha un ruolo internazionale da giocare.

Quindi resta solo la diaspora armena, diffusa in tutto l’Occidente a partire dal 1915, fuggendo dal primo genocidio turco. La scrittrice Antonia Arslan (autrice de La Masseria delle Allodole, uno dei più potenti romanzi sul genocidio) assieme a Vittorio Robiati Bendaud (coordinatore del Tribunale rabbinico del Centro-nord Italia) hanno lanciato l’appello agli italiani. Un’intellettuale armena e uno ebreo, membri di spicco di due comunità accomunate da un passato in cui hanno subito il tentativo di annientamento totale, nell’appello ricordano: “Stante l’odierna situazione internazionale, e la guerra russo-ucraina, il rischio reale è il totale disinteresse delle democrazie occidentali al riguardo, dato che ciò espone tutti a un ginepraio immenso. Un popolo, quello armeno, che soffre, ignorato per calcolo e comodità, esposto al costante rischio di essere fatto scomparire (dopo aver patito un genocidio!) in un assordante e ubiquo silenzio. L’indifferenza strumentale e colpevole dell’Occidente, unita alle ciniche strategie caucasiche di Putin. Erdogan lo sa benissimo, eccezionale e attendista stratega qual è, erede di secoli di diplomazia ottomana - differentemente dagli improvvisati e sgangherati occidentali - specie ora che si è ritagliato un ruolo geopolitico straordinario, concessogli dall’Occidente. E lo sanno beni gli azeri, che ci possono ricattare con il gas, e noi tutti soffriamo molto il freddo, ‘sicuri nelle nostre tiepide case’. In primo luogo, il freddo gelido dell’assenza di idee decenti che animino la vita individuale e di società libere e democratiche”.

L’appello ricorda l’assedio di Musa Dagh del 1915, ultima roccaforte che resistette al genocidio turco, poi evacuata grazie all’intervento di navi da guerra francesi che riuscirono a imbarcare i superstiti. Il Nagorno-Karabakh sta seguendo da decenni quell’esempio di resistenza estrema, ma c’è una speranza di un intervento salvifico dall’esterno, stavolta? “Dobbiamo intervenire, e subito, a favore degli armeni – scrivono Arslan e Bendaud - Scuotiamo le nostre coscienze e reagiamo! Non è tollerabile che questo piccolo e antico popolo nuovamente debba patire umiliazione, terrore e morte e non è possibile che, ancora una volta, i loro aguzzini, eredi dei loro trisavoli, la facciano franca e imperversino, giostrando con abilità e ricatti le diplomazie occidentali, purtroppo tutt’altro che innocenti. Oggi bisogna difendere, a ogni costo, questi armeni di montagna, questo contemporaneo Musa Dagh, il che significa, a ben vedere, difendere anche noi stessi e la libertà”.