Il vescovo siro-ortodosso: cristiani in fuga da Aleppo
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La "nuova" Siria licenzia i cristiani e imprigiona quelli che hanno combattuto i jihadisti. «Il 70-80% circa dei nostri fedeli se n'è andato», dice a La Bussola Mor Boutros Kassis. Ne chiede conto al governo che, però, risponde solo a metà.
Atterriamo all'aereoporto di Aleppo, Siria, riaperto nel marzo 2025 a pochi mesi dalla cacciata di Bashar al Assad e ristrutturato dal nuovo governo “di transizione” dell'allora abu Mohamed al Jolani, oggi Ahmed al Sharaa. Il disbrigo delle pratiche procede spedito – abbiamo un invito formale nel Paese da parte dell'arcidiocesi siriaco-ortodossa di Aleppo. Hayat Tahrir al Sham, la formazione jihadista attualmente al governo, prese la città senza colpo ferire il 10 dicembre 2024, due giorni dopo aver conquistato Damasco. Da allora, Aleppo è stata teatro nel gennaio scorso di gravi scontri tra l'esercito di Ahmed al Sharaa e i miliziani curdi, scontri che hanno provocato la morte e il ferimento di decine di civili e la fuga dai propri quartieri di più di centomila curdi. Adesso la principale emergenza ad Aleppo pare la grave crisi economica: pochi giorni prima del nostro arrivo, la città è stata attraversata – come decine di altre in Siria – da massicce manifestazioni contro l'aumento del prezzo della benzina deciso dal governo. Nel sole del mattino, le strade che attraversiamo appaiono sporche e visibilmente impoverite. Sulla Cittadella, il principale monumento della città, sventolano le bandiere della nuova Siria, mentre le piazze sono punteggiate da cartelloni propagandistici che celebrano l'8 dicembre 2024, giorno della cacciata di Bashar al Assad. La polizia stradale sfoggia enormi suv che paiono nuovi di zecca, al posto del vecchio parco macchine che – appena pochi mesi fa – aveva
in dotazione. Nel quartiere di Suleimanyia (foto a destra, ndr), abitato tradizionalmente da cristiani (armeni in massima parte, ma anche greco-ortodossi, siro-cattolici e siro-ortodossi) poca gente si muove tra le serrande abbassate dei negozi. Gli edifici alti e contigui rimandano a un quartiere densamente popolato – le molte finestre chiuse testimoniano che non lo è più. Anche la demografia sembra cambiata: si
intravedono alcune donne in nero coperte dal niqab che passeggiano con una figura maschile o con un bimbo al fianco. Sulaimaniya e i quartieri adiacenti – Kadimi Siriani e Jdidi Siriani – nacquero negli anni Venti del Novecento per accogliere i superstiti del massacro degli armeni e delle altre denominazioni cristiane ad opera dell'impero ottomano: la maggioranza degli abitanti originari proveniva dalla zona di Urfa, al confine con la Siria. La chiesa siro-ortodossa di Saint Georges risale al 1932, anno in cui i cristiani rimasti in Turchia furono espulsi definitivamente dal Paese. Al centro del quartiere, la sede dell'Arcidiocesi
siriaco-ortodossa reca all'ingresso l'immagine del vescovo Gregorios Yohanna Ibrahim, rapito nel 2013 dagli estremisti islamici assieme al suo omologo greco-ortodosso Boulos Yaziji; di entrambi i prelati non si hanno più notizie da allora. Ci annunciamo al portone: siamo attesi da Mor Boutros Kassis, vescovo di Aleppo dal 2022, quando è stato evidente che il suo predecessore non sarebbe più tornato. Ingegnere elettronico di formazione, Kassis è general manager della fondazione Sant'Efrem, organizzazione del Patriarcato siro-ortodosso che ogni anno fornisce aiuto umanitario, educazione, servizi sanitari, supporto economico a migliaia di “beneficiari”, ossia persone in situazioni di grave disagio. Quando era vicario di Aleppo, Kassis è stato a sua volta vittima di un attentato terroristico: nel 2016, sulla strada tra Homs e Aleppo, la sua automobile è stata centrata da colpi di arma da fuoco che l'hanno ferito ad una spalla. All'epoca aveva dichiarato: «Ringrazio Dio, che con questa esperienza mi permette di condividere la Croce con la popolazione siriana che oggi soffre, specialmente ad Aleppo. Ogni giorno subiamo attacchi e attentati, ogni giorno la gente viene ferita e muore». Ora ci attende nella sala di rappresentanza dell'arcidiocesi, la veste nera che gli dona un'aura di solennità austera, la persona di una magrezza ai confini con l'ascetismo.
Sua Eminenza Kassis, quanti sono i fedeli della sua diocesi?
Attualmente nella diocesi di Aleppo sono rimaste 1650 famiglie siro-ortodosse. Il settanta-ottanta per cento circa dei nostri fedeli se n'è andato; dei cristiani armeni è partito il novanta per cento.
Qual è la situazione dei cristiani di Aleppo sotto il governo “di transizione” a guida Hayat Tahrir al Sham?
È molto dura. Psicologicamente siamo provati, e abbiamo paura che la Siria diventi un Paese islamico improntato sulla shaaria: non possiamo stare tranquilli. Alcuni cristiani che hanno combattuto apertamente i jihadisti sono stati messi in prigione dal nuovo governo: il sindaco di Sadad, un villaggio sulle montagne del Qalamoun conquistato dagli estremisti di al Nusra nel 2013, è in carcere dall'avvento del nuovo regime, così come un altro nostro fedele di Aleppo. Chi è scampato a quella sorte è piegato dalla disoccupazione, in quanto il governo di al Jolani (Sua Eminenza chiama Ahmed al Sharaa col vecchio nome di battaglia, ndr) ha licenziato tutti i cristiani impiegati nel settore pubblico: medici, insegnanti, funzionari, giudici, poliziotti, militari.
Ne avete chiesto conto al governo?
Sono andato personalmente da al Jolani tre volte, per sottoporgli la grave situazione in cui versa la nostra comunità.
E...che impressione ha tratto da questi incontri?
Al Jolani vuol dare l'impressione di essere un uomo forte, un duro. Ogni volta alle nostre domande ha risposto a metà, invitandoci ad avere pazienza e a stare tranquilli...
Eppure la formazione di Hayat Tahrir al Sham è stata messa in grado di abbattere gli Assad anche grazie a una notevole copertura finanziaria. Oltre a togliere le sanzioni che da anni affamavano la Siria, i Paesi Occidentali, America e Europa in testa, hanno stanziato ufficialmente miliardi di dollari a favore del nuovo governo siriano. Dove sono questi denari?
Al Jolani dice che non sono mai arrivati, e personalmente credo sia vero. Gli unici contributi, sotto forma di aiuti materiali, sono venuti dai Paesi del Golfo che, ad esempio, hanno donato attrezzature e automezzi alle Forze dell'Ordine.
In questa situazione di estremo disagio, come si pone davanti alla sua comunità?
Come vescovo, cerco di trasmettere speranza ai miei fedeli, di motivarli, di dare loro ragioni per restare. In tutto quello che è successo ad Aleppo non abbiamo mai chiuso le nostre scuole, se non nei pochi giorni in cui era troppo pericoloso tenerle aperte. Se la comunità ecclesiale vede che il Pastore la sostiene, si attiva per lei, si fa interlocutore con il governo per lei, comincia a darsi da fare, ad avere speranza.
Mentre parliamo, entrano nella sala alcuni giovani dipendenti dell'Arcivescovado. Lavorano nella fondazione Sant'Efrem occupandosi di varie attività: il Centro Buon Samaritano, che offre scolarizzazione e pasti caldi ai bambini, gli ambulatori medici, tra cui un Centro Dialisi a disposizione di chi non può permettersi il trattamento negli ospedali pubblici, l'educazione professionale per adolescenti e giovani. Ci illustrano i progetti già attivi e quelli in fase di realizzazione, sembrano pieni di entusiasmo, vivi e contenti nonostante tutto. Appena Sua Eminenza li invita ad intervenire nella conversazione, un giovane si fa avanti (scopriremo poi che è padre di un bimbo di pochi anni): «Portateci in Italia!», grida tra il serio e il faceto, verbalizzando un desiderio comune tra la gioventù locale, desiderio che sentiremo esprimere più volte durante il nostro soggiorno aleppino. All'indomani della cacciata di Assad, molti Paesi tra cui gli Stati Uniti e la quasi totalità dei Paesi europei, Italia inclusa, hanno sospeso le richieste di asilo da parte dei cittadini siriani, comprese quelle già in lavorazione. Ad oggi le cose non sono cambiate, e la via dell'emigrazione verso molti Paesi sembra difficilmente praticabile per i siriani. Per i cristiani sembra ancora più difficile, nonostante siano minacciati quotidianamente da un regime che non li ama e ha tutto l'interesse a disfarsi di loro.

