Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Giornata della Bussola

La lezione di Seveso è sempre attuale: il perché del premio a Bertoglio

Il 19 settembre è stato consegnato il premio “Fatti per la verità” ad Ambrogio Bertoglio, responsabile laico dell’Ufficio decanale al tempo del disastro di Seveso. Riprendiamo i punti principali della sua testimonianza. E le lezioni che se ne traggono.

Attualità 25_09_2026

Un esempio di fede vissuta, uno sguardo lucido che ti permette non solo di sapere affrontare la realtà quando la situazione appare disperata ai più, ma anche di aiutare il prossimo. Tra i tanti punti stimolanti, è questo essenzialmente che si può ricavare dalla testimonianza di Ambrogio Bertoglio alla Giornata della Bussola tenutasi sabato 19 settembre al Centro pastorale ambrosiano di Seveso (MB) e dal tema “Cristo è la nostra pace”. A lui, medico psichiatra in pensione, è andato il premio “Fatti per la verità”, istituito dal nostro giornale nel 2025 (quando era stato assegnato a Jimmy Lai).

Un premio che è giunto nel 50° anniversario del grave incidente industriale del 10 luglio 1976, passato alla storia come “disastro di Seveso”, e che è stato assegnato a Bertoglio in rappresentanza di tutto un popolo unito dalla fede in Cristo e che all’epoca ha combattuto una comune battaglia per la verità e la vita. In particolare, in quella drammatica estate, Bertoglio era stato scelto dal cardinale Giovanni Colombo quale responsabile laico dell’Ufficio decanale di assistenza e coordinamento (Udac), una struttura che l’Arcidiocesi di Milano creò proprio con il fine di offrire un aiuto alla popolazione di Seveso e dintorni. Questa la motivazione del riconoscimento conferito a Bertoglio: «Dopo il disastro ambientale provocato dalla fuoriuscita di diossina dallo stabilimento ICMESA, con il sostegno dell’arcidiocesi di Milano ha guidato un team di giovani volontari che ha sostenuto la popolazione locale sia con una informazione sanitaria corretta su quanto stava avvenendo sia organizzando una rete di solidarietà per venire incontro alle vittime del disastro. E soprattutto ha salvato molte vite combattendo contro chi diffondeva menzogne sugli effetti della diossina per strumentalizzare l’incidente al fine di promuovere l’aborto». Il premio, consegnato dal direttore Riccardo Cascioli, consiste in una statuetta di san Giovanni Battista – testimone della verità fino al martirio – realizzata dall’artista Paola Ceccarelli.

Una vicenda, quella di Seveso, che ha tante lezioni sempre attuali. Ne richiamiamo giusto un paio, rimandando per il resto alla visione del video dell’intervista in calce a questo articolo. Prima di tutto, un popolo unito, come quello cui accennavamo sopra, non nasce dal nulla. Già prima del disastro, come ha raccontato Bertoglio, «c’era un discreto allenamento ad essere Chiesa, ad essere presenza nel paese». Questa presenza si sostanziava nella compagnia di molte giovani famiglie impegnate in parrocchia, con un oratorio particolare chiamato “scuola d’unità”, un centro sociale (La Bottega), una cooperativa di consumo fatta da soci che una volta al mese facevano la spesa in comune, eccetera. Una compagnia che poi, di fronte al disastro del ’76, non si disunì ma anzi allargò la sua influenza positiva, con le attività dell’Ufficio decanale, tra cui l’organizzazione dei centri diurni per i bambini che vivevano nelle zone più colpite dalla diossina. E questi semi non hanno smesso di dare i loro frutti, anche nel tempo successivo al disastro.

Altro tema centrale: quella di Seveso è stata una battaglia tra verità e menzogna. Nell’intervista Bertoglio ripercorre alcune delle maggiori conseguenze della disinformazione, ad esempio di come sui giornali si confuse la diossina con un virus – cosa che non è – provocando la paralisi delle attività produttive, in primis quelle legate ai mobili, che per un certo tempo non furono più comprati per il timore che fossero veicoli di contagio.

Il culmine di questa battaglia riguardò il dibattito sull’aborto: da un lato, i sostenitori della legalizzazione sfruttarono il disastro sostenendo infondate tesi sulle malformazioni dei nascituri; dall’altro, la Chiesa cattolica, con in testa il cardinale Colombo, incoraggiò i genitori a dare alla luce i bambini che attendevano e ricordò la dignità intrinseca di ogni vita, che prescinde da eventuali malformazioni. Le quali peraltro, alla prova dei fatti, non ci furono.

Nemmeno due anni dopo il disastro, com’è noto, fu approvata la legge 194. Ma quella battaglia per la verità non è stata vana, perché ha salvato molte vite che altrimenti sarebbero andate perse ed è servita come testimonianza per le generazioni future. Combatterla, insomma, in fedeltà a Cristo «ne è valsa la pena perché era la nostra storia e il senso della nostra appartenenza. La vita per noi aveva un senso perché avevamo incontrato questa realtà di Chiesa che ci aveva sostenuto e ci faceva vivere». Una realtà che, anche e a maggior ragione tra le difficoltà di quel “veleno”, andava testimoniata e portata agli altri. Un esempio plastico di quel che significa che Cristo è la nostra pace.



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