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disastro

Fu colpa dell'incompetenza, non della chimica o della fatalità

Ignoranza e malagestione alla base dell'incidente di Seveso, che si poteva prevenire: ne era certo Jörg Sambeth, all'epoca direttore tecnico della Givaudan. E invece si puntò il dito contro la chimica, prima idolatrata e poi accusata senza ragioni.

Attualità 10_07_2026

«La buona chimica, come sempre, non può farci nulla: sono molti i poco di buono, che con essa non hanno un rapporto corretto. Questo è il problema. Nel caso di Seveso, il vero scandalo è come il progetto fu gestito. Un gruppo industriale (volutamente?) ignorante, una sciatteria intellettuale e fisica e manager arroganti. Contro questo, anche la chimica migliore è impotente, purtroppo». Nel quarantennale del disastro me lo scriveva dieci anni fa Jörg Sambeth (nella foto), ringraziandomi nuovamente d’averlo invitato nel 2005 a tenere una conferenza alla Normale di Pisa. Nel tedesco che usava con me per gratificare i miei sforzi di cimentarmi nella sua lingua, mi colpì soprattutto l’accusa di sciatteria (Schlamperei) che rivolgeva agli alti papaveri aziendali.

Nel ’76 lui aveva quarantaquattro anni ed era direttore tecnico della Givaudan, che con la Hoffmann-La Roche formava il colosso svizzero proprietario dell’ICMESA. Ora non può comunicarci informazioni di prima mano, perché è morto all’inizio del 2020 dopo lunga malattia. Ma quelle informazioni le ha pubblicate una ventina d’anni fa sul periodico della Società Chimica Italiana (La chimica e l’industria). Eccole in breve.

Non aveva senso incolpare la fatalità: l’incidente poteva essere previsto. Sambeth si rimproverava d’essersi fidato della società d’ingegneria che aveva costruito l’impianto di Meda, dove mezzo secolo fa avvenne il disastro. Ma comunque le sue osservazioni non le aveva lesinate. La dirigenza non aveva idea degl’incidenti grandi e numerosi avvenuti prima in quel tipo di produzione in vari paesi del mondo. Fin dal 1970, inoltre, esisteva una relazione tecnica sulla grave situazione generale dello stabilimento, ma la proprietà non aveva la minima intenzione d’investire in migliorie: dal punto di vista economico quella fabbrica era un peso morto. Allora andava chiusa o venduta; invece — scriveva Sambeth — si lasciò che tirasse avanti come uno zoppo.

Peggio di tutto, la stessa organizzazione aziendale faceva acqua d’ogni parte. Le responsabilità ai vari livelli del gruppo non erano fissate: di proposito, perché i grandi capi volevano restar liberi di mettere il becco ovunque fin nei minimi particolari. Una struttura dirigenziale simile non poteva non avere conseguenze: “Errori nella progettazione dell’impianto, lacune nella sicurezza. Nella catena di comando il caos”.

E poi gli alti dirigenti cambiavano spesso. Ogni nuovo amministratore delegato partiva in quarta sostenendo che il suo predecessore aveva sbagliato tutto; costretto a dimostrare rapidamente che lui era il salvatore, mirava a ridurre i costi dove era facile: tagli al personale e alla manutenzione. Non bastava, presto anche lui veniva silurato. Il nuovo capo ricominciava con criteri diversi, aumentando la confusione. La sicurezza ovviamente ne scapitava.

Tecnici e operai non potevano sentirsi spronati a lavorare bene: la negligenza cresceva. La cronaca dell’incidente lo dimostra. Il 10 luglio 1976 era sabato. Alle 5 l’impianto venne fermato, alle 6 il turno di lavoro finì. Rimasero solo gli addetti a pulizie e manutenzione, ma la temperatura del reattore venne comunque registrata un’ultima volta alle 7. Il disco di sicurezza, valvola di sfogo in caso di pressione troppo alta, saltò alle 12,37: il contenuto sfuggì nell’aria. Dunque per quasi sei ore nessuno controllò che la temperatura calasse regolarmente, invece di salire come stava in realtà succedendo: fino alla conclusione tragica che sappiamo.

Perché l’andamento quel giorno non fu il solito? La miscela nel reattore — fu accertato in seguito — presentava la possibilità di evolversi occasionalmente con accelerazione violenta e aumenti rapidi e drastici della temperatura. Se quella mattina qualcuno l’avesse controllata, ci sarebbe stato tempo e modo per spegnere il tutto senza danni.

Quell’estate si creò uno spartiacque per l’immagine popolare della chimica: prima addirittura idolatrata come anima del progresso, poi vituperata oltre ogni ragionevolezza. La seconda mentalità, per quanto ingiusta, è dura da correggere, ancor oggi. La colpa di Seveso fu di persone incompetenti e senza scrupoli, Sambeth ne è stato testimone. Ma prendersela con la chimica è più facile e più (radical)chic.


Gianni Fochi ha trattato diffusamente l'argomento in un capitolo del suo libro La chimica fa bene (Giunti, Milano 2016)