Cristiani di Aleppo presi fra due fuochi nello scontro fra curdi e jihadisti
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Dopo un anno dall'abbattimento di Assad, in Siria ricomincia la guerra civile fra i vincitori. Le forze di Al Sharaa e milizie jihadiste si scontrano con milizie curde, soprattutto ad Aleppo. I cristiani dell'antica comunità locale sono presi letteralmente fra due fuochi. La Bussola ha ascoltato la loro voce.
Secondo gli accordi presi nel marzo scorso dall'auto-nominato Presidente della Siria Ahmed al Sharaa con i vertici delle milizie curde dell'SDF (Syrian Democratic Forces), queste ultime sarebbero dovute confluire nell'esercito governativo entro il termine del 31 dicembre 2025. Così - prevedibilmente - non è stato e con l'approssimarsi del nuovo anno è iniziata un'escalation di scontri tra i due eserciti.
Teatro di elezione dei combattimenti la città di Aleppo, segnatamente i quartieri curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh e quelli adiacenti di Bani Zaid, al Siryan, al Halak e al Midan, abitati da curdi e cristiani; durante gli scontri, tuttavia, è stata bombardata indiscriminatamente un po' tutta la città. Neanche a dirlo, morti e feriti si sono registrati soprattutto tra i residenti civili che in massa hanno dovuto lasciare le loro abitazioni. Negli ultimi giorni, a termine ormai scaduto, gli scontri hanno subito una repentina accelerazione. Il comandante in capo di SDF, Mazloum Abdi, si è recato a Damasco domenica scorsa per negoziare con le autorità governative la fusione tra i due eserciti e l'istituzione di uno Stato autonomo del Kurdistan in seno allo Stato siriano, come previsto dagli accordi di marzo; ma nella giornata dell'Epifania, allorché è giunta la notizia dello slittamento dei negoziati, gli scontri hanno raggiunto brutale intensità, con bombardamenti massivi su civili inermi e distruzione di interi isolati di abitazioni, tanto che le autorità siriane hanno chiuso l'aeroporto di Aleppo.
Lo stesso 6 gennaio a Parigi le autorità siriane sono state impegnate in un incontro, mediato dagli Usa, con le autorità israeliane. Nel comunicato congiunto rilasciato in seguito alla riunione, si legge che «la leadership di Trump in medio oriente ha permesso una discussione produttiva, incentrata sul rispetto della sovranità e sulla stabilità della Siria e sulla sicurezza di Isreale». I due Paesi «hanno deciso di stabilire un meccanismo congiunto per facilitare la condivisione dei servizi di intelligence, la distensione militare, l'impegno diplomatico e le opportunità commerciali sotto la supervisione degli Stati Uniti».
Il 7 gennaio l'esercito siriano ha dichiarato i quartieri di Aleppo teatro degli scontri "zona militare" a partire dalle tre del pomeriggio, precisando di aver approntato due "corridoi umanitari" per permettere l'evacuazione dei civili piegati da tre giorni ininterrotti di bombardamenti, mentre l'amministrazione aleppina ha chiuso scuole, università ed edifici pubblici ad eccezione degli ospedali.
Curiosamente, gli ordini di evacuazione diramati dai governativi ai residenti di interi quartieri ricalcano in maniera pedissequa i modelli che Israele utilizza quotidianamente in Libano per mettere in fuga villaggi interi in vista dei bombardamenti di IDF. Si potrebbe pensare che la cooperazione tra Israele e gli uomini di Al Sharaa stia cominciando a dare i primi frutti, se non fosse che l'8 gennaio Israele ha condannato duramente per bocca del Ministro degli esteri Gideon Saar «gli attacchi del potere siriano contro la minoranza curda di Aleppo».
Dopo almeno 17 morti (o 9, o 12, a seconda delle fonti) di cui il 99% civili, e un appello del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, le autorità siriane hanno raggiunto una tregua con le milizie di SDF nella notte tra l'8 e il 9 gennaio e imposto un coprifuoco su tutta la città, con divieto totale di circolazione.
A quanto si apprende la comunità internazionale ha reagito con compiacimento all'annuncio della tregua; d'altro canto, la stessa comunità internazionale assiste impassibile alla trasformazione del Paese in un nuovo “mattatoio umano” che farebbe invidia al deposto dittatore Bashar al Assad. Frattanto, il destino delle SDF resta incerto.
La Nuova Bussola Quotidiana ha raggiunto Aline, (nome di fantasia) cristiana maronita di 35 anni originaria di Aleppo che si trova da più di settantadue ore bloccata con altri rifugiati nel sottosuolo di un edificio, in fuga dai bombardamenti che hanno distrutto il suo quartiere. «Per tre giorni la nostra città ha subito violenti scontri tra le milizie curde dell'Sdf e le forze governative: se mi chiede che ne penso, per me sono entrambi terroristi. Le due parti dispongono di armi pesanti e si affrontano da mesi, ma l'ultima escalation e stata la più intensa. Si tratta di combattimenti nel cuore di zone residenziali che minacciano direttamente i civili. Per tre giorni colpi di mortaio, proiettili e razzi non hanno avuto requie, causando distruzioni importanti e mettendo in pericolo indiscriminatamente tutti i cittadini. Da stanotte a mezzanotte (giovedì notte per chi legge) hanno smesso di sparare, ora tutto è calmo, ma non ci fidiamo ancora a rientrare nelle nostre case. Le truppe curde hanno appena iniziato a ritirarsi dalla città, aspettiamo e speriamo che la tregua regga in modo da poter andare a vedere cos'è rimasto delle nostre abitazioni», ci dice in francese al telefono.
Chiediamo conferma ad Aline che i cristiani aleppini siano direttamente interessati dagli scontri. «Certamente» risponde. «Tra le linee di demarcazione delle forze curde e dell'esercito siriano, dove sono stanziate le rispettive truppe, si trovano dei quartieri cristiani già svantaggiati. I curdi in particolare attaccano l'esercito siriano nelle vie al Jabaa e al Suryan, abitate in maggioranza da cristiani. Qui la Chiesa ha costruito degli alloggi per chi ha avuto la casa distrutta nel terremoto del febbraio 2023. Disgraziatamente, ora questi nuovi immobili sono stati colpiti dai bombardamenti. Gran parte degli abitanti è stata costretta a fuggire verso zone meno pericolose, abbandonando case e beni, rimasti esposti al saccheggio e alle razzie dei gruppi armati».
Chiediamo se i cristiani si sono organizzati in qualche modo, come e se riescono a difendersi. «Alcune chiese hanno messo a disposizione degli sfollati le sale parrocchiali, ma come comunità cristiana non abbiamo che la preghiera davanti a questi avvenimenti. Viviamo in un clima di paura e di incertezza. Abbiamo recitato il rosario e implorato la protezione del Signore durante otto ore di bombardamenti ininterrotti che si sono susseguiti martedì, nel giorno dell'Epifania».
Padre Fadi Azir, sacerdote francescano della chiesa di Terra Santa di Aleppo, ha lanciato un videoappello alla pace sulla pagina Facebook Add Alsama; mentre racconta di come lui e i suoi confratelli hanno accolto i rifugiati nel salone parrocchiale della chiesa si susseguono in sottofondo colpi di artiglieria pesante a testimoniare, se ce ne fosse bisogno, la drammaticità della situazione. «Per la Siria non si vede un orizzonte. Noi per ora stiamo bene... viviamo nell'incertezza della situazione, come tutti. Preghiamo» ci invita al telefono suor Giovanna (nome di fantasia), superiora di un monastero situato in un'altra regione della Siria. Preghiamo e ascoltiamo il grido di questi fratelli dei quali, ne siamo certi, ci verrà chiesto conto.
Per approfondire con i Libri della Bussola:
Marta Petrosillo, Perseguiteranno anche voi. La testimonianza cristiana nel mondo


