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Il sogno impossibile di un esercito comune europeo

Torna il dibattito sull'esercito comune europeo, dopo il ritiro disastroso dall'Afghanistan, voluto, unilateralmente, dagli Stati Uniti. Ma la forza di 5mila uomini annunciata in questi giorni non è neppure l'embrione di un esercito comune. E se non sopportiamo l'idea della guerra, inclusi i suoi costi umani, resterà un progetto irrealizzabile. 

Uomini della missione Ue in Somalia

La disastrosa fuga da Kabul ha ridicolizzato l’intero Occidente e la Nato evidenziando ancora una volta l’approccio unilaterale degli Usa rispetto alle vicende strategiche e alle operazioni militari effettuate con gli alleati.

Washington ha negoziato da sola con i Talebani il ritiro dall’Afghanistan di tutte le truppe alleate e ha gestito in proprio persino il tragicomico ponte aereo da Kabul, effettuato sotto gli occhi dei Talebani già padroni della città. Un contesto che ha visto l’Unione Europea rispolverare, a dire il vero senza troppa originalità, il dibattito sul cosiddetto “esercito europeo”, cioè su uno strumento militare congiunto che garantisca capacità credibili e una dignitosa dimensione strategica all’Unione.   

Subito dopo la fine delle operazioni in Afghanistan, l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell ha affermato la necessità di creare una forza d’intervento rapido europea di almeno 5mila militari da impiegare nelle future aree di crisi. “Come europei non siamo stati in grado di mandare seimila soldati attorno all’aeroporto di Kabul per proteggere la zona. Gli americani ci sono riusciti, noi no”, ha dichiarato Borrell. La forza d’intervento dovrebbe essere in grado di proteggere gli interessi dell’Unione Europea quando gli americani non vogliono essere coinvolti, ha ricordato un articolo del generale Maurizio Boni su Analisi Difesa.

Nel maggio scorso, ha ricordato Boni, quattordici Stati europei tra i quali la Germania, la Francia e l’Italia, avevano presentato la proposta di dotare l’Ue di una capacità di intervento di questo genere, “pensando forse più alla Libia che all’Afghanistan, prendendo probabilmente atto di un oramai inesorabile disimpegno statunitense dalla geopolitica dell’Europa. L’idea, come già molte analisi hanno evidenziato, non è affatto nuova poiché ricalca senza tanti sforzi d’immaginazione quella della costituzione dei Battlegroups, creati nel 2007 a seguito della crisi, mal gestita dall’Europa, dei Balcani”.

Nei giorni scorsi il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha parlato anche di difesa nel suo discorso sullo Stato dell'Unione citando l’obiettivo di realizzare una "Unione europea della difesa" ma anche di "migliorare la cooperazione in materia di intelligence". Temi che verranno approfonditi al "vertice sulla difesa Ue" che si terrà durante la presidenza francese nella prima metà del 2022, ma la von der Leyen, già ministro della Difesa tedesca, ha evidenziato alcuni punti chiave. Innanzitutto ha sottolineato che “ciò che ci ha frenato finora non è solo una carenza di capacità, ma piuttosto la mancanza di volontà politica” e pur ripetendo il consueto mantra che uno “strumento militare europeo non sarebbe antitetico alla Nato”, sulle vicende afgane ha detto che “dobbiamo riflettere su come sia stato possibile che la missione si sia conclusa così bruscamente. Vi sono questioni profondamente preoccupanti che gli alleati dovranno affrontare all’interno della Nato”.

Eppure proprio l’atteggiamento di Washington, che considera gli alleati utili vassalli ma non certo partner (come dimostra anche l’annuncio di ieri di una nuova intesa militare nell’Indo-Pacifico tra Usa, Gran Bretagna e Australia di cui né la Francia, né la Nato né la Ue erano stati informati o coinvolti) dovrebbe dimostrare oggi più che mai come una difesa europea debba essere il più possibile indipendente dagli Stati Uniti e autonoma (se non alternativa) alla Nato.  Valutazioni che preoccupano alcuni Stati membri di Ue e Nato che considerano prioritario fronteggiare il rischio di una crisi con la Russia.

"Una posizione forte della Ue, il rafforzamento della difesa comune non deve avvenire a scapito dell'Alleanza atlantica ma creare effetti di sinergia", ha affermato il presidente polacco Andrzej Duda, per cui l'autonomia strategica europea deve includere il rispetto per gli Stati nazionali". Una posizione simile è stata espressa dal presidente lettone. "I legami transatlantici ci aiutano a plasmare la nostra autonomia strategica che deve avvenire in stretta collaborazione con Stati Uniti e Canada. La Nato è l'alleanza di difesa di maggior successo. La nostra forza di difesa deve contribuire alla Nato", ha affermato, Egils Levits.

Certo la Nato è l’alleanza militare più longeva ma parlare di successo dopo il disastro provocato dall’intervento in Libia del 2011 che ha destabilizzato Nord Africa e Sahel e dopo la sonora sconfitta in Afghanistan contro avversari tecnologicamente arretrati appare francamente eccessivo. Del resto gli europei hanno molte ragioni per rimproverare l’unilateralismo degli Usa, ma non sono riusciti a mettere a punto un piano per restare da soli in Afghanistan a sostenere il governo di Kabul con truppe e aiuti militari. E anche durante le fasi più acute, come nel 2011, di quel conflitto, gli europei tutti insieme (membri Ue ed esterni all’Unione) non sono riusciti a schierare più di 40mila militari (su 2 milioni di soldati in servizio) per combattere i Talebani contro i 100mila messi in campo dagli USA.

Anche il progetto di costituire una forza d’intervento di 5mila militari è in realtà ben poco ambizioso. Si tratta dell’entità di una brigata appena, forse sufficiente a gestire un ponte aereo teso a evacuare civili, un’operazione umanitaria o a costituire una forza d’interposizione tra due contendenti che hanno deciso di cessare le ostilità. In ogni contesto bellico, anche a limitata intensità, una forza del genere risulterebbe inadeguata se non ridicola.

Restano poi aperte due questioni. La prima è relativa alla “sovranità” dal momento che la Ue non è una federazione di Stati e ogni singolo Stato membro ha interessi diversi e spesso opposti agli altri partner: questo impedisce e impedirà di gestire congiuntamente operazioni militari significative. Non a caso fonti della Commissione Ue hanno fatto sapere che la forza di intervento rapido “non sarà un esercito europeo: le truppe per le operazioni militari dell'Ue, sono fornite dagli Stati membri e i gruppi tattici (Battlegroups) già esistenti (sulla carta) potrebbero costituire il nucleo chiave di tale forza. Ma attualmente non si discute sulla creazione di un esercito europeo", ha ribadito un portavoce della Commissione. Quindi ogni Stato membro valuterà e deciderà in che modo contribuire a eventuali missioni congiunte, come è accaduto fino ad oggi con il risultato che missioni militari dell’Unione presenti soprattutto in Africa si limitano a impiegare poche centinaia di uomini in compiti esclusivamente di sorveglianza, pattugliamento e addestramento delle forze locali. Nulla di risolutivo, nessuno impegno che “possa fare la differenza”.

La seconda questione è strettamente legata a questo tema e riguarda l’incapacità politica e sociale dell’Occidente e soprattutto dei Paesi europei di sostenere perdite in combattimento. Una delle ragioni del ritiro dall’Afghanistan, se non la principale, riguarda propria l’incapacità di sostenere le perdite degli alleati: circa 3.600 militari in 20 anni, dei quali poco più di 2.400 americani, 455 britannici e circa 650 degli altri alleati europei. Al confronto i militari e i poliziotti afghani, tanto denigrati nelle ultime settimane, per essersi arresi in massa dopo essere stati abbandonati da Usa e Nato, sono morti in 66mila. Senza la capacità di accettare le conseguenze inevitabili della guerra non è possibile sostenere un conflitto nonostante la potenza e la tecnologia delle armi a disposizione anche degli europei. Per questo i limiti militari dell’Europa non sono solo politici, strutturali o finanziari ma sono di natura soprattutto sociale. Se non siamo in grado di sopportare perdite anche significative in battaglia difficilmente troveremo una ragione o una causa per cui valga la pena combattere.

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