Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sant’Agnese di Boemia a cura di Ermes Dovico
COMUNISMO CINESE

Hong Kong, sottomessa alla Cina, sta impazzendo

Hong Kong, un anno dopo l’introduzione della nuova Legge per la Sicurezza Nazionale, imposta da Pechino, nella città ex britannica si respira un clima di oppressione totalitaria. E una parte della popolazione ci impazzisce. Sono sintomi di impazzimento l'attentato suicida a un poliziotto e un gruppo di ragazzi che preparava attentati

Editoriali 10_07_2021
Manifestazione di protesta contro Xi Jinping (nel 2018)

Hong Kong, un anno dopo l’introduzione della nuova Legge per la Sicurezza Nazionale, imposta da Pechino, nella città ex britannica si respira un clima di oppressione totalitaria, come nel resto della Cina. Con la chiusura del quotidiano Apple Daily, gli honkonghesi possono anche dire addio alla tradizionale libertà di stampa. In compenso, l’opposizione al comunismo di Pechino sta assumendo nuove forme, sempre più violente, che denotano un impazzimento generale.

La notizia che tuttora sta sconvolgendo la popolazione locale è quella di un omicidio-suicidio, in cui l’attentatore ha perso la vita e un poliziotto è rimasto gravemente ferito. È avvenuto il 1° luglio, anniversario della restituzione di Hong Kong alla Cina da parte del Regno Unito, ma le conseguenze si stanno vedendo soprattutto in questa settimana. È di mercoledì, invece, l’arresto di un gruppo di ragazzi di liceo che, assieme ad alcuni adulti, stavano preparando attentati dinamitardi a istituzioni, mezzi di trasporto e vie principali del centro di Hong Kong.

La città, di cultura britannica e cinese, non ha alcuna tradizione di terrorismo, tantomeno suicida. L’attentatore del 1° luglio ha pugnalato un poliziotto (senza riuscire ad ucciderlo in pieno centro e in mezzo alla folla, poi si è pugnalato al cuore prima che venisse arrestato. Il suo profilo è sconcertante: non era un uomo senza più nulla da perdere, non un monaco buddista che si dà fuoco per protesta (come in Tibet) e neppure un ragazzo con idee estremiste, bensì il responsabile acquisti di un’azienda di bibite, 50enne, con nessun precedente penale. Leung Kin-fai, questo il suo nome, si è tolto la vita senza lanciare proclami. Ha lasciato solo una nota personale, in casa sua, in cui contestava la nuova Legge per la Sicurezza Nazionale e la repressione poliziesca. Tuttora sta dividendo l’opinione pubblica honkonghese. Se quella ufficiale, a partire dalla governatrice Carrie Lam, stigmatizza il gesto e mette in guardia la popolazione dall’adottare idee estremiste, almeno una parte del dissenso omaggia l’omicida-suicida con fiori sul luogo dell'attentato e messaggi di elogio sui social network in cui lo si definisce un “martire”. Prossimamente si potrà assistere a gesti di emulazione? Può darsi, comunque la reazione della Cina non si è fatta attendere.

L’azienda per cui Leung lavorava, la Vitasoy, per aver espresso cordoglio e aver inviato le condoglianze alla famiglia del suo ex responsabile acquisti, è stata posta sotto embargo. Il boicottaggio, rilanciato da tutti i social media cinesi, sta costando all’azienda produttrice di bibite la sua più grave perdita in Borsa di sempre. Anche questa è una nuova forma di repressione: alla Cina non occorre chiudere d’autorità (sulle aziende di Hong Kong il controllo è ancora indiretto), ma basta un boicottaggio nazionale per ottenere praticamente lo stesso effetto.

L’arresto del gruppo di aspiranti terroristi dinamitardi, invece, fa intravvedere uno scenario molto peggiore. Se quegli attentati fossero andati in porto, infatti, anche molti civili avrebbero perso la vita. E a prepararli c’erano anche ragazzini di 15 anni. Questa scoperta non ha fatto altro che spingere ancor di più la tendenza securitaria del governo di Carrie Lam. Ora la governatrice preme perché anche gli insegnanti e i genitori siano molto più vigili sui loro allievi e figli. Aumentando ulteriormente lo spionaggio e il controllo reciproco.

Perché Hong Kong, che non ha alcuna tradizione di terrorismo, sta prendendo questa china? La prima spiegazione che si può abbozzare è la reazione alla mancanza di libertà. Nel momento in cui il dissenso, non solo non può più essere rappresentato in parlamento (nel Consiglio Legislativo), ma non può più essere espresso nelle manifestazioni e in un quotidiano dell’opposizione, la reazione “istintiva” resta quella della lotta armata. Ma il “come” di questa lotta armata è impressionante: l’azione suicida, la strage di civili, metodi che solitamente associamo al terrorismo jihadista.

Il problema va oltre alla mancanza di spazi di espressione del dissenso, va ricercato in un vero impazzimento collettivo, a questo punto. Motivato da cosa? Non solo da un prolungato e duro periodo di pandemia e relative restrizioni (più blande di quelle italiane, a dire il vero), ma dalla trasformazione in appena due anni di un Paese libero in una dittatura totalitaria. La metamorfosi, avvenuta soprattutto durante la pandemia, quando la gente non poteva neppure più protestare, non è ancora completa. Ma è molto visibile anche nei simboli: la scolaresca di un asilo che esegue la cerimonia dell’alzabandiera della Repubblica Popolare, la polizia locale che marcia col passo dell’oca, la scomparsa di tradizionali manifestazioni fra cui la veglia annuale per le vittime di Tienanmen. Questa è solo la superficie di quel che sta avvenendo, nei prossimi anni assisteremo sicuramente a molti più arresti di oppositori politici e culturali e probabilmente ad un’erosione della stessa libertà di religione. La storia verrà riscritta, così come le notizie cominceranno ad essere censurate e distorte per conformarsi alla visione del mondo di Pechino.

In questo incubo totalitario, gli honkonghesi stanno precipitando molto più in fretta del previsto. La Cina ha violato gli accordi internazionali, nella dichiarazione congiunta con il Regno Unito, secondo cui il sistema di Hong Kong avrebbe dovuto essere assorbito pienamente in quello cinese solo dopo 50 anni dalla restituzione, dunque dal 2047. Chi abita nell’enclave ex britannica pensava di aver almeno mezzo secolo di respiro. Invece non ha avuto a disposizione neppure la metà di quegli anni. Per di più, a Hong Kong tutti sanno cosa sia il sistema totalitario cinese, anche se lo hanno osservato solo dall’esterno, dai racconti dei fuggitivi, da un osservatorio solo apparentemente libero, privilegiato e protetto. Tutti, dunque, sanno cosa li aspetta quando questa metamorfosi sarà completata. E c’è veramente da impazzirci.