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Gli inetti di Svevo

Da scrittore autodidatta, Svevo è testimone del senso d’inettitudine dell’uomo contemporaneo. I suoi personaggi, lontani dagli eroi antichi, mostrano la propria pochezza e fragilità. Così è, seppur in modo diverso, per tutti gli “inetti” dei suoi romanzi, da Alfonso Nitti a Emilio Brentani, fino a Zeno Cosini.
L’ESERCITAZIONE

Per la sua formazione da autodidatta e lontana dall’iter classico umanistico, più improntata ad una preparazione tecnica o scientifica, per la sua attività lavorativa distante per tanti anni dal mondo delle lettere, Italo Svevo (1861-1928) è emblema di molti intellettuali del Novecento.

Fortemente condizionato dal suo mestiere, prima d’impiegato di banca, poi di direttore di industria (dopo il matrimonio con Livia Veneziani avvenuto nel 1896), Svevo vive in una terra che rappresenta un’eccezionale occasione di cultura, una città mitteleuropea dove può leggere in lingua originale Schopenhauer, Nietzsche, Freud, Darwin ed Einstein, può apprezzare la musica tardo-romantica di Brahms e di Mahler.

Da autodidatta, si forma sui classici italiani, sulla narrativa francese dell’Ottocento, su Ibsen, Tolstoj e Dostoevskij. Conosce la lingua tedesca meglio dell’italiano (almeno secondo il giudizio del poeta conterraneo Umberto Saba) e gli verrà talvolta mossa l’accusa di scrivere male. Spesso ricorrono espressioni che ricalcano la lingua anglosassone (pensiamo alla frase «ma mentre alla sua pubblicazione Emilio era stato detto soltanto una grande speranza» nella prima pagina di Senilità).

Svevo rappresenta un «caso letterario», perché ottiene la gloria tardivamente, solo pochi anni prima di morire, grazie all’amicizia dello scrittore James Joyce, che apprezza la novità della sua produzione e la promuove in campo europeo. Siamo nel 1923, quando viene pubblicata La coscienza di Zeno. Vengono allora riscoperti i primi due romanzi, Una vita (edito per la prima volta nel 1892) e Senilità (prima edizione 1898). Di questo successo tardivo, purtroppo, Svevo non può assaporarne troppo il sapore, perché nel 1928 lo scrittore muore a seguito di un incidente automobilistico.

Svevo è, però, soprattutto un testimone del senso d’inettitudine tipico dell’uomo contemporaneo, documentato da tanta produzione letteraria dei primi decenni del Novecento. Un senso di precarietà e d’inadeguatezza che ha coinvolto anche l’immagine del poeta scrittore che fino a pochi decenni prima si presentava spesso come vate, riferimento per il popolo (si pensi a figure come Foscolo o Carducci) e ora, invece, appare in vesti più semplici (Il fanciullino di Giovanni Pascoli) o degradate (Il poeta come saltimbanco di Aldo Palazzeschi).

I personaggi sveviani sono una delle tante facce dell’uomo nel panorama letterario decadente. Lontano ormai dalla pretesa graniticità dell’eroe antico, l’uomo del Decadentismo mostra fino quasi all’ostentazione la propria pochezza e fragilità, non s’illude più di potersi sostituire a Dio con uno sforzo prometeico e titanico. Con disincantata ironia si toglie le maschere e mostra a tutti che, crollati i grandi progetti, i suoi discorsi non possono essere presi troppo sul serio, perché è un clown, un uomo ridicolo, un saltimbanco che ama giocare e scherzare, un bambino.

Autore anche di opere teatrali (su tutte La rigenerazione) e di novelle, Svevo raggiunge i risultati più lusinghieri nei romanzi.

Alfonso Nitti, protagonista di Una vita (il cui titolo originario, rifiutato dalla casa editrice, doveva essere Un inetto), esprime perfettamente l’inadeguatezza del personaggio all’esistenza già dal suo cognome (Nicht in tedesco è una negazione, si traduce con «non»). Baciato dalla sorte, fidanzatosi quasi senza volerlo con Annetta, affascinante e benestante ragazza dalle velleità intellettuali, Alfonso percepisce nel tempo di non essere all’altezza della situazione e, preso dalla paura di vivere, con la scusa della malattia della mamma ritorna al suo paesino, ove trova realmente la madre in gravi condizioni e sosta fino all’avvenuta morte di lei. Solo allora, ritornato a Trieste con l’intenzione di riallacciare i rapporti con Annetta, scopre che è ormai troppo tardi, perché la ragazza si è fidanzata con Macario, un partito migliore. Sfidato a duello dal fratello di Annetta, spaventato dinanzi alla lotta, Alfonso rinuncia alla vita (si avverte qui l’influenza della noluntas di Schopenhauer, filosofo che comunque non ammette il suicidio come via di fuga):

Doveva battersi con Federico Maller in una lotta impari nella quale il suo avversario aveva tutti i vantaggi: l’odio e l’abilità. Che cosa poteva sperare? Gli rimaneva soltanto una via per isfuggire a quella lotta in cui avrebbe fatto una parte miserabile e ridicola, il suicidio. Il suicidio gli avrebbe forse ridato l’affetto di Annetta. Come in quell’istante non l’aveva amata giammai. Non si trattava più d’interesse né di sensi. Quanto più egli l’aveva vista allontanarsi da lui tanto più l’aveva amata; ora che definitivamente perdeva ogni speranza di riconquistare quel sorriso, quell’affettuosa parola, la vita gli sembrava incolore, nulla.

Nitti si sente «incapace alla vita», perché non sa «amare e non godere», tanto che «nelle migliori circostanze aveva sofferto più che altri nelle più dolorose».

L’altro inetto di Svevo, Emilio Brentani, protagonista di Senilità, presenta dei caratteri autobiografici: ha velleità letterarie come l’autore cha all’età di trentacinque anni ha potuto pubblicare solo a proprie spese; e come l’autore, a trentacinque anni, non si è ancora sposato, pensando probabilmente che il treno dell’amore nella sua vita sia passato.

Brentani è, però, al contempo parodia dell’Andrea Sperelli dannunziano, perché s’illude di poter corteggiare la bella Angiolina, senza legarsi sentimentalmente e affettivamente a lei, ma s’inganna, perché non può instaurare una relazione senza creare un legame. Alla fine della storia, lasciata Angiolina, persa la sorella Amalia, rappresentante ancor più emblematica di un’esasperata incapacità di vivere, Emilio torna ad essere solo. La senilità di Brentani è una vecchiaia precoce, propria di chi pensa di saper già tutto della vita e dell’amore e che, perciò, la realtà non abbia più niente da insegnare. Dopo la vicenda amorosa con Angiolina, Brentani ritorna all’occhio lucido, intellettuale, cinico e triste che aveva prima.

Così leggiamo nell’ultima pagina: «Erano passati per la sua vita l’amore e il dolore […]. Il vuoto però finì coll’essere colmato. Rinacque in lui l’affetto alla tranquillità, alla sicurezza, e la cura di se stesso gli tolse ogni altro desiderio».

La riflessione sull’inettitudine approda ad una sua conclusione con il terzo romanzo, La coscienza di Zeno, che apre a nuove prospettive e a sorprendenti domande: solo il protagonista è un inetto o, forse, l’inettitudine è prerogativa delle persone più sensibili e riflessive o, terza possibilità, è malattia propria di tutta l’umanità che è approdata, con il progresso e la perdita della capacità di lottare per la sopravvivenza, a perdere la «selezione salutare»?

Il terzo romanzo si configura come un testo decisamente innovativo per il fatto che introduce la psicoanalisi all’interno della letteratura, rompe il patto narrativo (ovvero la fiducia che di solito si crea tra il lettore e il narratore, e in questo caso il lettore non si può fidare di nessuno dei due narratori, né del dottor S. che pubblica per vendetta le terapie scritte di Zeno infrangendo così la deontologia, né di Zeno stesso di cui il dottore ci ha invitato a diffidare in apertura dell’opera) e scardina l’impostazione cronologica del romanzo sostituendola con quella tematica (dal capitolo III al VII il protagonista scrive a partire da temi: «Il fumo», «La morte di mio padre», «La storia del mio matrimonio», «La moglie e l’amante», «Storia di un’associazione commerciale»).

Nell’ultimo capitolo si prefigura una profezia catastrofica finale. L’umanità è a rischio di autodistruzione, sembra dire Svevo, spaventato dai fantasmi del neomalthusianesimo (siamo in troppi), dall’evoluzionismo darwiniano e dal rapido incremento nella produzione di armi sempre più potenti e distruttive (e pensare che siamo ancora lontani dall’invenzione della bomba atomica):

Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile […]. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto dove il suo effetto potrà essere il massimo.

Il carattere profetico dell’opera sveviana non è presente solo in questa prefigurazione catastrofica finale, ma si ritrova anche nella pièce teatrale La rigenerazione ove il protagonista, ultrasettantenne, vorrebbe ringiovanire sottoponendosi ad un’operazione.

Zeno Cosini sembra non scegliere mai nella vita. Non sa scegliere l’università, non riesce a smettere di fumare, si sposa proprio con quella figlia del Malfenti che mai avrebbe voluto sposare perché brutta. Certo, nel corso delle sue memorie la sorte inizierà a cambiare, i suoi affari prenderanno a girare favorevolmente. Rimane, però, il fatto che sembrano sempre dominare una poca consapevolezza di sé e la scarsa libertà di azione, per cui anche il cambiamento nel protagonista non avviene per incontri o fatti accaduti di cui lui ha preso coscienza.

Senza questa consapevolezza rimane il sospetto che il personaggio non sia davvero cambiato. L’unica coscienza che sembra aver acquisito Zeno è che la malattia, più che carattere suo specifico, è attributo inscindibile della vita dell’uomo ed è sempre, per tutti, una malattia mortale, da cui non si può guarire. La malattia è, quindi, prerogativa stessa della vita, condizione inalienabile dell’uomo, che solo una catastrofe inaudita potrebbe eliminare, estinguendo, però, al contempo il genere umano. Rispetto agli altri inetti sveviani, Zeno, pur non raggiungendo alcuni obiettivi prefissati (si pensi ad Ada), ne ottiene altri.

Non si può dire, certo, che la sorte gli sia avversa, ma non si può neppure considerare un personaggio felice. Con toni d’ironia e di pacata amarezza Svevo rappresenta una condizione umana di inettitudine, non più tragica.

Se non c’è tragedia, non è certo perché siano individuate risposte al problema, bensì perché il senso di leggerezza dell’essere ha iniziato ad investire l’uomo, che si accontenta dei propri successi materiali ed evade totalmente la domanda sul destino.

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