• STRATEGIE DI SOPRAVVIVENZA

Giustizia e semestre bianco, i 5 Stelle si giocano tutto

La riforma della giustizia, se approvata, manderebbe in soffitta quella Bonafede, perciò Conte è pronto a ostacolarne il cammino in Parlamento. Una strada rischiosa, ma che sembra l’unica capace di garantire un futuro ai 5 Stelle. A ciò si lega la partita per il Quirinale e l’inizio, dal 3 agosto, del semestre bianco. I grillini potrebbero allora pensare di far cadere il Governo.

Non è un mistero che Giuseppe Conte non abbia mai digerito la sua cacciata da Palazzo Chigi. La sua fame di vendetta lo ha spinto a rimangiarsi gli impegni presi con gli italiani quando disse che al termine della sua esperienza come premier sarebbe tornato alla sua attività accademica e non sarebbe rimasto in politica. Ora ha tutta l’intenzione di tentare il cursus honorum partendo dalla guida del Movimento Cinque Stelle per poi provare la scalata alla presidenza del Consiglio, nella prossima legislatura. Dunque, esattamente come Matteo Renzi, anche Conte aveva promesso che sarebbe uscito di scena ma non lo farà. Giuseppi non lascia, anzi raddoppia.

Le faide interne ai Cinque Stelle lo stanno però logorando non poco. Ieri l’annuncio a sorpresa del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, vero capo dei 5 Stelle, dell’intesa raggiunta tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte per quanto riguarda lo statuto del Movimento. Ma al di là del Vietnam in corso nel mondo pentastellato, con una crisi di identità sempre più evidente e irreversibile, ciò che conta sono i riflessi di questo terremoto grillino sulla vita del Governo, sull’elezione del presidente della Repubblica e sulla fine della legislatura.

La riforma della giustizia, approvata nei giorni scorsi dal Governo, manda in soffitta quella Bonafede, targata 5 Stelle, che era uno degli elementi identitari dei grillini nel precedente esecutivo. L’idea di giustizia dell’ex guardasigilli era un’idea manettara che portava a compimento il processo di subordinazione della politica al volere dei giudici. Col blocco della prescrizione i processi si sarebbero allungati all’infinito, trasformando in un calvario la vita dei rinviati a giudizio e allontanando dall’Italia gli investimenti delle aziende straniere, alquanto spaventate dalle lungaggini dei tribunali e dalla zavorra della burocrazia.

Marta Cartabia, che ha preso il posto di Bonafede, ha per fortuna una visione più garantista e l’ha trasfusa in un testo di legge che prova a rendere il sistema giudiziario italiano più efficiente, così come ci chiede l’Europa. L’erogazione dei fondi del Pnrr, infatti, è subordinata alla rapida approvazione delle riforme necessarie per svecchiare il sistema Italia e renderlo più competitivo sul fronte economico e produttivo.

Tuttavia, se tutto dovesse andare liscio, ciò che resta del mondo grillino subirebbe una definitiva liquefazione. Per quali oscure ragioni chi ha votato 5 Stelle dovrebbe farlo al prossimo giro dopo che i suoi rappresentanti hanno rinnegato tutte le battaglie sbandierate in campagna elettorale e ora accettano di buon grado di accantonare anche la loro idea di giustizia, nonostante siano in Parlamento maggioranza relativa sia al Senato che alla Camera?

Se lo chiede Conte, che infatti è pronto a rendere difficile il cammino della riforma in Parlamento, approfittando delle divisioni nei gruppi parlamentari pentastellati e dell’avvicinarsi del semestre bianco.

Dal 3 agosto le Camere non potranno più essere sciolte fino all’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Dunque, far cadere l’attuale Governo non comporterebbe rischi di repentino ritorno a casa per gli attuali deputati e senatori. Dovrebbe per forza nascere un nuovo esecutivo. Far fuori Draghi potrebbe quindi essere vantaggioso per alimentare lo spirito di rivincita dell’“Avvocato del popolo”, che in questo modo si dimostrerebbe paladino dei valori identitari del Movimento e diventerebbe l’idolo della base grillina, che ora guarda ad Alessandro Di Battista come all’ultimo paladino di quei valori e di quelle battaglie.

Un’operazione del genere, per quanto rischiosa per Conte e i suoi, sarebbe l’unica in grado di garantire loro un futuro politico. Diventerebbero i salvatori della “purezza perduta”, che i simpatizzanti del Movimento rimpiangono non poco. Non è un caso che nei sondaggi i consensi ai 5 Stelle si siano più che dimezzati dal 2018 a oggi, nonostante Di Maio e soci siano tuttora ai vertici delle istituzioni e abbiano gestito il potere per oltre tre anni. “Che ci stiamo a fare in questo Governo? Perché non stacchiamo la spina a Draghi, servo dei poteri forti?”, è il ritornello più in voga nella base grillina, che spera in un colpo di scena ad agosto quando l’arma dello scioglimento anticipato delle Camere, sin qui usata per dissuadere i franchi tiratori, risulterà un’arma spuntata.

Le sorti del Governo si intrecciano peraltro con le manovre, già a buon punto, per l’elezione del presidente della Repubblica. Un mondo grillino diviso farebbe il gioco del centrodestra, che avrebbe i numeri per eleggersi un suo candidato al Colle, magari contando sui renziani, già determinanti nell’elezione di Sergio Mattarella, sei anni e mezzo fa. Giuseppe Conte ed Enrico Letta non possono permettersi di rimanere ai margini della partita per la successione al Quirinale, visto che poi chi viene eletto resta lì sette anni.

Ecco, quindi, che la partita sulla giustizia ne nasconde altre, che sibillinamente vengono evocate, ma con pudore, da tutti gli attori politici e che preparano la strada ad accordi trasversali e trame sotterranee in perfetto stile Prima Repubblica.

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