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ORA DI DOTTRINA / 88 – Il supplemento

Dall’eresia di Apollinare a quella monofisita

Secondo Apollinare di Laodicea, la Persona divina del Figlio avrebbe unito a sé il corpo umano e l’anima sensitiva, ma non l’anima razionale: un errore condannato da papa san Damaso. Ma la corrente più intransigente degli apollinaristi sfociò in una nuova eresia: il monofisismo.

Catechismo 29_10_2023

Il Concilio di Costantinopoli (381) mise sostanzialmente un punto alla crisi ariana, la quale, a ben vedere, perse le sue “soprannaturali” forze con la morte dell’imperatore Costanzo, che si era prestato ad essere, con i suoi scopi, il braccio secolare degli ariani prima e dei semi-ariani poi.

Il Concilio del 381 rafforzò il Simbolo niceno e ne determinò in modo definitivo l’interpretazione, condannando l’arianesimo, il macedonianesimo (o pneumatomachismo, vedi qui) e l’apollinarismo. Quest’ultima, come indica il nome, fu la “creatura” del vescovo di Laodicea, Apollinare (310-390). Amico di sant’Atanasio, fu, come lui, un grande difensore della fede: ma non fino alla fine. Apollinare difese il Concilio di Nicea, combatté gli ariani, si oppose ai manichei, si schierò contro le deviazioni di Marcello d’Ancira (vedi qui). Ma come quest’ultimo, anche Apollinare inciampò e cadde rovinosamente, a conferma di quanto l’autentico timore di Dio, così tanto raccomandato dai Padri, debba crescere con la carità, non diminuire.

L’eresia di Apollinare nacque proprio dalla sua ferma volontà di difendere la divinità di Cristo e di trarre dall’insegnamento di Nicea conseguenze anche per la cristologia. Di fronte a sé, Apollinare aveva la scuola antiochena, con due importanti rappresentanti: Diodoro di Tarso (+394 ca) e Teodoro di Mopsuestia (350 ca - 428). Secondo costoro, la Persona divina del Verbo sarebbe stata intimamente unita alla Persona umana di Gesù, tempio della divinità, ma, appunto, mantenendo la distinzione delle due persone. Secondo questa corrente, l’affermazione delle due persone sarebbe stata necessaria per mantenere la verità delle due nature di Cristo: se Gesù non fosse stato una vera persona umana, non sarebbe veramente uomo; analogamente per la natura divina. Le eresie nascono non di rado con finalità buone e brillante zelo.

Tuttavia l’affermazione di due persone non poteva non creare un problema: l’unione tra le due non poteva infatti essere realmente ipostatica, ma tutt’al più morale: un po’ come quella di un uomo dall’alto grado di santità e unione con Dio. La dualità delle persone implicava che ogni persona era soggetto delle proprie operazioni, che non potevano così essere veramente attribuite all’altra.

Questa impostazione che non distingueva tra natura, essenza, persona e ipostasi sarà il supporto dello strappo di Nestorio durante il Concilio di Efeso (431), che diede origine ad uno scisma che perdura tutt’oggi e che interessa la Chiesa siriaca orientale o Chiesa d’Oriente, e che oggi comprende tre denominazioni: la Chiesa cattolica caldea, la Chiesa assira d’Oriente e l’Antica chiesa d’Oriente. Per Nestorio era infatti impossibile credere che Maria fosse la Madre di Dio, in quanto le proprietà di Dio non potevano essere comunicate alla persona umana di Gesù, nato dalla Vergine Maria.

Torniamo ad Apollinare. Egli comprendeva che la soluzione antiochena non era in grado di preservare correttamente l’unità di Cristo, perché dopotutto rimanevano due persone, quella divina e quella umana. La sua soluzione fu però peggiore del problema che intendeva risolvere, esito non raro nella storia della Chiesa e degli uomini. Secondo Apollinare, la Persona divina del Figlio avrebbe unito a sé il corpo umano e l’anima sensitiva, ma non l’anima razionale, che sarebbe stata supplita proprio dalla divinità. Ma in questo modo non era veramente la natura umana ad essere assunta dal Verbo, ma una parte mutilata, tra l’altro della sua dimensione più nobile. Il Verbo non avrebbe dunque assunto la nostra anima razionale, ma l’avrebbe sostituita. Oltre al problema che nell’uomo vi è un’unica anima, che comprende le tre funzioni vegetativa, sensitiva e razionale.

Apollinare chiamava a suo sostegno le espressioni delle Scritture, per cui il Verbo si è fatto carne, non uomo, finendo così nello stesso errore “di metodo” di quelli che egli aveva combattuto: una sua interpretazione personale dei testi sacri, che lo portava lontano da quello che la Tradizione apostolica intendeva dire quando affermava che il Verbo si è fatto carne. Apollinare riuscì a stare sottocoperta per un po’, fino a quando papa Damaso (305 ca - 384), in un primo momento non correttamente informato sulla questione, condannò formalmente l’eresia di Apollinare. Diversi concili recepirono e rilanciarono la condanna dell’apollinarismo, fino appunto al costantinopolitano.

L’eresia di Apollinare non riuscì a diffondersi come quella ariana, se non altro perché l’imperatore, questa volta, era tutt’altro che a sostegno. Teodosio (347-395), infatti, provvide a mettere fuori legge la nuova corrente ereticale, soprattutto deponendo i loro vescovi. Una parte degli apollinaristi rientrarono nell’ortodossia cattolica, mentre la corrente più intransigente sfociò nel monofisismo.

Ancora una volta, l’opposizione all’errore portava alla diffusione di un altro errore. Eutiche (378 ca - 454), infatti, archimandrita di un monastero di Costantinopoli e considerato il padre del monofisisimo, decise di prendere posizione contro Nestorio, reo di sostenere una cristologia che affermava due persone distinte, anche se unite. In verità poco sappiamo della posizione di Eutiche, se non la sua negazione che Gesù Cristo sia consustanziale a noi uomini e l’affermazione che, con l’unione della natura divina a quella umana, sia rimasta una sola natura. I monofisiti tendevano a parlare poi di un “mescolamento” delle due nature; o ancora, tra i sinusiasti, ossia i prosecutori dell’apollinarismo, di integrazione delle due nature in un‘unica natura.

Interessante notare come, nella corrente monofisita, si collocasse anche la linea inaugurata da Severo di Antiochia (465 ca-538), che voleva prendere le distanze sia da Eutiche che da Nestorio; e di fatto sostenne una dottrina ortodossa, poggiandosi tra l’altro sugli scritti di san Cirillo d’Alessandria (370 ca - 444). Eppure Severo e i suoi discepoli furono ritenuti eretici. Per quale motivo? In sostanza, perché rifiutarono di accogliere le formulazioni del Concilio di Calcedonia (451) e accusarono, per la stessa ragione, di eresia nestoriana il papa san Leone Magno (390 ca - 461). Non vollero cioè accettare la formulazione delle due nature (φύσις) unite nell’unica persona (ὑπόστασις), ma insistevano sul fatto che si doveva preferire parlare dell’unica natura del Verbo incarnato, nella quale si uniscono le due nature umana e divina, senza mescolanza né confusione.

Questa posizione miafisita (μία- φύσις, una natura) era, secondo il loro punto di vista, l’unico modo per evitare di cadere nel nestorianesimo, ossia di non avere una vera unione nella persona di Cristo. L’unione ipostatica sarebbe dunque quella di due nature in un’unica natura, intesa quest’ultima come un unico essere sussistente. Insomma, una dottrina corretta, ma dentro una terminologia problematica, e, soprattutto, portando avanti la pretesa di condannare un Concilio ecumenico e un Papa, mentre intendono definire una verità di fede.

Fatto sta che questa insubordinazione diede origine ad un secondo scisma storico, che, attraversando i secoli, giunge fino ai nostri giorni, ossia quello delle Chiese precalcedonesi, dette anche Chiese ortodosse orientali (da non confondere con le Chiese ortodosse): la Chiesa apostolica armena, la Chiesa ortodossa siriaca e quella malankarese, la Chiesa ortodossa etiope, quella eritrea e quella copta, per un totale di oltre 80 milioni di fedeli.



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