Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Federico di Utrecht a cura di Ermes Dovico
incontro con i gesuiti

Da Budapest i nuovi anatemi papali contro la Messa antica

Ascolta la versione audio dell'articolo

A colloquio  con i confratelli in Ungheria, Francesco ha elargito ancora bastonate ai fedeli legati alla liturgia tradizionale: "malattia", "pericolo" e l'immancabile "indietristi". Misericordia non pervenuta.

Ecclesia 10_05_2023

Inutile girarci attorno. Al Papa la cosiddetta Messa in latino non piace. Peggio: la considera pericolosa. È lui stesso ad ammetterlo e a spiegarne i motivi. Lo ha fatto, significativamente, rispondendo alla domanda di un gesuita ungherese nel corso dell'ultimo viaggio apostolico, che non tirava in ballo direttamente la forma straordinaria del rito romano, ma si riferiva al rapporto tra Chiesa e modernità alla luce del Concilio Vaticano II.

Il pugno duro che si è visto in questi anni con sacerdoti e fedeli affezionati alla liturgia antica, dunque, si deve alla convinzione papale che in loro ci sia la mancata o comunque distorta applicazione degli insegnamenti del Vaticano II. Eh sì, quando Francesco punta l'indice ripetutamente contro quello che chiama "indietrismo" pensa proprio alle celebrazioni secondo il Messale del 1962 promulgato dal suo santo predecessore Giovanni XXIII. Anche qui, è lui stesso a confermarlo spiegando ai membri della Compagnia di Gesù dell'Ungheria che: «Il pericolo oggi è l’indietrismo, la reazione contro il moderno. È una malattia nostalgica. Questo è il motivo per cui ho deciso che ora è obbligatorio ottenere la concessione di celebrare secondo il Messale romano del 1962 per tutti i nuovi preti appena consacrati». 

Se non fosse bastata la lettera di presentazione ai vescovi, queste parole ribadiscono una volta per tutte la paternità del Motu Proprio Traditionis custodes. Nel colloquio coi gesuiti, Francesco in un certo senso fa chiarezza ammettendo l'esistenza di una discontinuità con la politica adottata dai suoi due predecessori nei confronti delle comunità cosiddette tradizionaliste: «l’ho deciso perché ho visto che quella misura pastorale ben fatta da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI veniva usata in modo ideologico, per tornare indietro». È vero che poi il Papa aggiunge che quello che chiama "indietrismo" non era nella "visione pastorale" di Wojtyla e Ratzinger, ma in realtà a definire qual era davvero questa visione ci pensano adeguatamente i documenti ufficiali di questi due pontificati.

Infatti, nella lettera che Benedetto XVI scrisse ai vescovi per presentare il Motu Proprio Summorum Pontificum non è equivocabile il passaggio sulle «molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia». Bergoglio rivendica la decisione di aver limitato fortemente la liberalizzazione voluta da Ratzinger, adducendo la causa all'uso ideologico che ne è stato fatto. Una stortura che Benedetto XVI, con la promulgazione del 2007, non poteva immaginare, almeno secondo quest'interpretazione. Eppure nella lettera ai vescovi già citata, il Papa tedesco si mostrò ben consapevole dell'esistenza di tendenze indietriste quando scrisse che «è vero che non mancano esagerazioni e qualche volta aspetti sociali indebitamente vincolati all’attitudine di fedeli legati all’antica tradizione liturgica latina». Nonostante ciò, proprio appellandosi al ruolo dei vescovi valorizzato nel nome del Traditionis custodes, ritenne ugualmente opportuno promulgare il Summorum Pontificum.

La sua abrogazione de facto con le motivazioni sostenute anche nel colloquio in Ungheria equivale a bollare il tentativo di Ratzinger come un fallimento. La crescente sensibilità per la liturgia antica e la grande partecipazione alle celebrazioni secondo il Messale del 1962 pur in presenza delle attuali restrizioni, però, smentiscono questa lettura. Nelle parole di Francesco a Budapest sembra di capire che l'obbligo per i nuovi presbiteri di chiedere l'autorizzazione prima celebrare con il Messale di Giovanni XXIII sia stata una sua idea poi tradotta in legge «dopo tutte le consultazioni necessarie», ovvero dopo la consultazione avviata con i vescovi nel 2020 di cui però non sono ancora pubblici i risultati.

Il rischio però è quello di vedere buttato via il bambino con l’acqua sporca perché quelle esagerazioni che aveva ben presente Ratzinger nel 2007 finiscono in questo modo per prendere il sopravvento sulla maggioranza di fedeli e sacerdoti amanti della cosiddetta Messa in latino che non solo accettano, ma applicano nella loro vita di fede i luminosi insegnamenti del Concilio Vaticano II. Persone che proprio per questa loro obbedienza hanno subìto e subiscono duri attacchi dai veri indietristi. Francesco non è indifferente o ostile a queste rivendicazioni e lo ha dimostrato nel febbraio del 2022 quando ha ricevuto in udienza privata due sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pietro al termine della quale ha firmato un decreto – che conosciamo grazie ad un comunicato della FSSP – che conferma il diritto dei religiosi della società ad utilizzare i libri liturgici del 1962.

Quando però si rapporta a questo mondo in termini generali e senza avere davanti in carne ed ossa chi lo rappresenta, tende a darne un giudizio arbitrario come quello manifestato in Ungheria. Bergoglio sarà ricordato come il Papa delle sorprese, dolci o amare che siano: sarà in grado di sorprendere anche sul terreno della liturgia antica e magari "tornare indietro" proprio alla reale "visione pastorale" dei suoi predecessori?