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Battaglia sul matrimonio negli USA: libertà religiosa a rischio

Fa discutere negli USA il Respect for Marriage Act, un disegno di legge di matrice Dem che codifica le “nozze gay” e apre le porte alla poligamia. Già approvato alla Camera, è atteso all’esame del Senato. Pressing di vescovi e gruppi pro famiglia sui Repubblicani, ma nel Gop c'è chi spinge per l’approvazione.

Una riunione del Senato USA

Lo hanno chiamato “Respect for Marriage Act” (Rma) ed è un disegno di legge che a dispetto del nome, com’è prassi per il politicamente (e linguisticamente) corretto, intende dare il colpo di grazia al matrimonio negli USA, mettendo al contempo in serio pericolo la libertà religiosa e di coscienza. Se approvato, l’Rma non solo codificherebbe, a livello di legge federale, la sentenza Obergefell vs Hodges (2015) con cui la Corte Suprema ha imposto il riconoscimento del “matrimonio omosessuale” in tutti gli Stati Uniti, ma aprirebbe le porte anche alla legalizzazione della poligamia. Il testo prevede infatti che qualunque Stato degli USA debba riconoscere il «matrimonio tra due individui» contratto negli altri Stati federati, senza distinzione di «sesso, razza, etnia od origine nazionale». Inoltre, a proposito della strada spianata alle unioni poligamiche, l’amministrazione federale sarebbe tenuta a riconoscere qualunque matrimonio (vero o presunto) se questo «è valido nello Stato [ai fini del testo si intendono tutti gli USA più Porto Rico, ndr] in cui il matrimonio è stato contratto».

Il disegno di legge non avrebbe di fatto speranze di passare se il Partito Repubblicano fosse compatto nel rigettarlo. Ma il problema sta proprio qui. L’H.R. 8404 è già stato approvato alla Camera il 19 luglio di quest’anno, con ben 47 Repubblicani (più di un quinto dei rappresentanti del Grand Old Party) che hanno sommato il loro voto a quello dei Democratici, i quali pure di loro avevano già la maggioranza necessaria per l’approvazione. I 47 si sono avvalsi del fatto che i propri colleghi di partito e leader alla Camera (Kevin McCarthy e Steve Scalise) hanno lasciato libertà di voto.

L’Rma deve ora passare l’esame del Senato, dove i due partiti sono oggi in sostanziale pareggio e i Dem hanno bisogno di raccattare dieci voti tra i Repubblicani per essere certi di raggiungere la soglia anti-ostruzionismo (60 su 100, ovvero la maggioranza dei tre quinti) prevista nella camera alta del Congresso. Ci riusciranno? È noto che almeno quattro senatori Repubblicani sostengano già, in modo esplicito o implicito, l’Rma: Susan Collins, Lisa Murkowski, Thom Tillis e Rob Portman. Un possibile quinto senatore, Ron Johnson, a seguito delle rimostranze di alcuni media conservatori e gruppi pro famiglia di fronte a quello che appariva come un suo evidente benestare all’Rma, ha poi precisato che non lo sosterrebbe «nel suo stato attuale».

Proprio la mobilitazione, pro o contro l’Rma, potrebbe rivelarsi decisiva per le sorti del disegno di legge. Negli ultimi giorni si sono segnalate due iniziative, di tenore opposto, rivolte ai senatori, in particolare del Gop. Più di 400 figure di spicco che si identificano come «Repubblicani e conservatori» - dal governatore del Massachusetts, Charlie Baker, alla figlia dell’ex presidente George Walker Bush, Barbara, dal candidato per il Senato in Pennsylvania, Mehmet Oz, a quello per il Colorado, Joe O’ Dea - hanno firmato una lettera chiedendo di approvare il Respect for Marriage Act e «riaffermare che il matrimonio per gay e lesbiche è giurisprudenza consolidata».

Ricordiamo che nell’opinione concordante scritta da Clarence Thomas in occasione della storica sentenza Dobbs (2022), il giudice della Corte Suprema ha manifestato la necessità di riconsiderare alcuni precedenti controversi, tra cui il caso Obergefell. La proposta di matrice Dem punta quindi a disinnescare il nuovo pericolo per il proprio fronte ideologico, e cioè che venga annullato - dopo il diritto costituzionale all’aborto inventato dalla Roe vs Wade - anche quello al cosiddetto “matrimonio gay”.

Ma l’Rma, come accennato, va addirittura oltre la sentenza del 2015 che spinse Obama a illuminare la Casa Bianca dell’arcobaleno Lgbt. Lo hanno denunciato circa duemila ministri di culto e leader religiosi di più denominazioni protestanti, che in una lettera ai senatori hanno fatto presente che la propria visione del matrimonio tra uomo e donna, aperto alla vita e derivante da una «verità eterna», «non dovrebbe essere cancellata o punita». I firmatari sottolineano che a differenza della stessa sentenza Obergefell, dove si conserva (quantomeno) il rispetto per chi difende l’unicità del matrimonio tra uomo e donna, il disegno di legge dei Dem «intende denigrare e considerare perseguibile» chi aderisce al principio del matrimonio proprio della morale naturale. In effetti, l’Rma prevede che sia il procuratore generale che le persone che si sentono danneggiate possano intentare una causa civile contro chi non riconosce un matrimonio «tra due individui», anche se si tratta appunto di un’unione omosessuale. Questo significa che organizzazioni che gestiscono, per esempio, servizi di affido e adozione, nonché altri servizi religiosi operanti nel sociale in collaborazione con lo Stato e perfino semplici aziende e imprenditori (si pensi alle molteplici persecuzioni giudiziarie degli ultimi anni, contro fiorai, fotografi, pasticcieri, ecc.) «affronteranno probabilmente un contenzioso semplicemente per aver praticato la propria fede». Il fisco potrebbe inoltre privare dell’esenzione fiscale le organizzazioni non profit di tipo religioso, sempre perché riconoscono solo il matrimonio tra uomo e donna.

E la Chiesa cattolica? Già a luglio la Conferenza episcopale statunitense - attraverso gli arcivescovi Salvatore Cordileone e William Lori - aveva scritto una lettera ai rappresentanti della Camera chiedendo loro di non approvare il disegno di legge sul matrimonio egualitario; e pochi giorni dopo sempre Cordileone aveva rinnovato l’esortazione dell’episcopato americano con una missiva al Senato. Deciso anche l’intervento di Joseph Strickland, vescovo di Tyler, che ha evidenziato la «parodia» dell’Rma, spiegando che si tratta di «una palese negazione del piano di Dio per l’umanità e ci pone in grande pericolo».

Difficile dire come finirà. La mobilitazione, comunque, sta avendo qualche effetto. Se prima il leader dei Dem al Senato, Chuck Schumer, aveva detto di voler portare il disegno di legge in aula già a settembre, poi è stato riferito che il voto sul testo slitterà a dopo le elezioni di metà mandato, a quanto pare per consentire ai Repubblicani più inclini a votare il testo di poter temporeggiare, senza sbilanciarsi, così da superare indenni lo scontento dei propri elettori. Giochi politici, dunque, che non rassicurano, dato anche il fatto che il leader dei Repubblicani al Senato, Mitch McConnell, non ha ancora espresso la posizione del suo partito.

Nel frattempo, i sostenitori bipartisan dell’Rma starebbero lavorando a degli emendamenti, volti a esplicitare che il testo non consente la poligamia né mina la libertà religiosa e di coscienza. Ma questo potrebbe non bastare, come ricorda Life Site News, di fronte all’attivismo di certi giudici. In ogni caso rimarrebbe la questione di fondo, ossia il riconoscimento - con una legge federale - di un “matrimonio” che tale non è. E che lungi da un’espansione neutra di “diritti”, comprimerebbe la libertà, fondata sulla verità.

 

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