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Aborto nemico della pace, dal Papa un appello senza equivoci

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Leone XIV cita il grido di Madre Teresa in difesa dei nascituri, e senza le ambiguità di Francesco che ai toni forti alternava le lodi all'abortista Bonino. Un monito che risuona nel silenzio assordante, rotto solo dalla campana di mons. Suetta, di cattolici e vescovi timorosi di infrangere il "tabù" della 194. 

Ecclesia 02_02_2026
Foto Vatican Media/LaPresse

24 ore prima della Giornata per la Vita, celebrata ieri, domenica 1° febbraio, il Papa ha parlato di aborto. Lo ha fatto incontrando i partecipanti al convegno One Humanity, One Planet. Ecco le sue parole: «Madre Teresa di Calcutta, santa degli ultimi e premio Nobel per la pace, affermava […] che “il più grande distruttore della pace è l’aborto” (cfr. Discorso al National Prayer Breakfast, 3 febbraio 1994). La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale».

Papa Francesco, lo ricordiamo, aveva usato più volte espressioni dure, perché vere, in merito all’aborto, qualificandolo come «omicidio» e qualificando i medici che lo praticano come «sicari». Sul piano politico, come spesso accadeva, era stato ambiguo. Da una parte aveva incensato il re del Belgio Baldovino, che non aveva firmato una legge abortista, e su altro fronte aveva incensato Emma Bonino, colei che per tutta una vita aveva promosso campagne per assoldare nuove mandanti all’aborto e nuovi sicari, additandola come «esempio di libertà e resistenza». Sì, resistenza alla verità e al bene.

Invece nessuna ambiguità per papa Leone, il quale già recentemente aveva trattato il tema aborto sotto il profilo politico (clicca qui e qui): se la politica deve essere al servizio dei cittadini, non c’è vera politica fintantoché questa promuove l’aborto legalizzandolo. Se la politica deve tutelare la pace sociale, quale pace ci potrebbe mai essere dichiarando guerra al più inerme tra gli esseri umani, ossia al nascituro? Il monito del Santo Padre, seppur conciso, è stato molto significativo: infatti, come annotavamo, è stato lanciato il giorno prima della Giornata per la Vita. Dunque implicitamente, ma nello stesso tempo chiaramente, il Papa richiama il governo italiano ai suoi doveri e tale richiamo è inevitabile che risuoni come una critica alla 194. È lo stile speriamo efficace di Leone XIV: mai attacchi diretti, espliciti, ma messaggi indiretti, impliciti e, potremmo dire, di sponda che però colpiscono il bersaglio.

Altrettanto implicito è il fatto che senza cambio culturale non ci potranno essere le condizioni per un cambio di passo della politica e dunque per mettere mano alla 194. Cambiando l’humus culturale avremo speranza, innanzitutto, che, venendo da tale humus, i futuri leader politici potranno essere pro-life e anche militanti pro-life. E, in secondo luogo, il politico potrà contare sul consenso dell’elettorato. Perché, se tu non sei disposto ad esporti pubblicamente per difendere la vita dei nascituri, come potrai mai chiedere che lo facciano i politici a posto tuo? E dunque le leggi come quella sull’aborto sono leggi-specchio, perché rispecchiano il sentito comune, la sensibilità collettiva di un popolo. Occorre quindi cambiare il cuore e la mente del Signor Rossi prima di poter cambiare il cuore e la mente della 194 (ciò ovviamente non esclude che in contemporanea si lotti politicamente per la sua abrogazione).

Negli States la Marcia per la Vita svoltasi lo scorso 23 gennaio aveva avuto come motto “Rendere l’aborto impensabile”; in Italia, di contro, è ormai impensabile che l’usuale messaggio dei Vescovi per la Giornata per la Vita possa contenere la parola “aborto”. Ora, se nemmeno i vescovi hanno il coraggio di pronunciare questa parola perché potrebbe turbare le coscienze (sporche) di alcuni o di molti, tra cui le  proprie (coraggio che invece ha avuto il Santo Padre), come potrebbero averlo i fedeli laici? Sono i cattolici che hanno timore e vergogna di parlare di aborto, quando invece dovrebbero morire di timore e vergogna quanti diffondono il verbo abortista.

I cattolici hanno reso l’aborto clandestino, non nella sua pratica, ma nella sua critica. Non solo il bambino nel seno della madre è il grande assente nel tema aborto, ma è lo stesso tema che è ormai assente nei media, nei social e dunque nella coscienza collettiva, anche per colpa di noi cattolici che in tal modo diventiamo complici di tale mattanza con la nostra comoda omertà. E quando un vescovo osa suonare a lutto una campana per i bambini mai nati, il silenzio che circonda questo crimine, per paradosso, permette di udire i suoi rintocchi in tutta Italia. Il suo suono sveglia le coscienze assopite, turba quelle che sono scese a compromesso con il male, sprona quelle virtuose che difendono la vita nascente.

Giovanni Paolo II fu chiarissimo: «oggi, nella coscienza di molti, la percezione della sua gravità è andata progressivamente oscurandosi. L'accettazione dell'aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita. Di fronte a una così grave situazione, occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno» (Evangelium vitae, 58, corsivo nel testo). E allora la prima azione per rianimare il corpo in stato d’incoscienza dei fedeli è usare il defibrillatore del realismo linguistico: tornare a chiamare le cose con il loro nome. Non solo ciò significa che dobbiamo tornare ad usare la parola aborto, ma anche che dobbiamo tornare a riconoscere ciò che esso è: «è l'uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita» (Ib.). È un assassinio.

Quindi forse il primo passo culturale per rompere il vincolo di assuefazione che ha legato per decenni il cattolico con il fenomeno aborto, ormai normalizzato nella testa di molti, è quello di un coraggioso realismo che grida che il Re è nudo, che i bambini non si ammazzano, nemmeno quelli che sono nell’utero delle madri. Sarebbe davvero un piccolo passo per l’uomo, ma un grande passo per l’umanità.



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