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INTERVISTA/STEFANO ESPOSITO

«No Tav, nelle prossime settimane ci saranno nuove devastazioni»

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La costruzione della Torino-Lione è diventata il pretesto per una guerra allo Stato e forze politiche come AVS e 5Stelle offrono una sponda politica. La distinzione tra movimento di protesta pacifico e frange violente non esiste più. Il duro atto d'accusa dell'ex senatore del PD Stefano Esposito.

Politica 03_08_2026
Chiomonte dopo la devastazione NO Tav - LaPresse

«Dopo di me, nessun politico è più intervenuto sulla vicenda Tav. Dopo la mia esperienza, hanno imparato la lezione: mai più un parlamentare si è intestato questa battaglia. Un motivo ci sarà». A parlare è l'ex senatore del Pd Stefano Esposito, torinese. Le "manifestazioni" dei No Tav di sabato 25 luglio, che hanno causato più di un milione di euro di danni oltre i 130 poliziotti feriti in una violenza senza precedenti, sono già sparite dalla cronaca quotidiana. Eppure Esposito — strenuo sostenitore della linea Torino-Lione, improvvisamente coinvolto in una vicenda giudiziaria durata sette anni, dalla quale è stato poi prosciolto, ma che lo ha di fatto estromesso dalla politica — non ha dubbi: «Le dico di più: nei prossimi fine settimana ci saranno nuove devastazioni».

Quanto accaduto sabato è stato l'ennesimo spettacolo di devastazione e violenza contro le forze dell'ordine, è una storia lunga 20 anni. Askatasuna continua a svolgere un ruolo di primo piano nel coordinamento di quella galassia anarchica che opera tra Italia ed Europa, o è ormai relegata a un ruolo marginale?
Dentro la mobilitazione dell'area antagonista torinese, Askatasuna — nonostante il centro sociale sia stato chiuso dopo le violenze dello scorso gennaio — continua a svolgere, come fa da anni, un importante ruolo politico e organizzativo. Torino, la piazza anarchica e Askatasuna restano la porta d'accesso e il punto di riferimento nel coordinamento tra Italia ed Europa. Quella è stata, e resta, la palestra della guerriglia contro la fantomatica "invasione del treno".

Con il corollario dei costi per vigilare sull’immobile di corso Regina Margherita (5,5 milioni in sei mesi) per evitare che venga di nuovo occupato. Perché tanta violenza contro un treno? E come fa ad essere travestita da causa ambientalista?
È una contraddizione politica evidente. In tutto il mondo gli ambientalisti si battono per sostituire la gomma con il ferro; in Italia, invece, la battaglia più ostinata e violenta è condotta proprio contro l'infrastruttura ferroviaria. Solo qui abbiamo gli ambientalisti al contrario. La verità è che il treno è solo un pretesto, una scusa per distruggere: la loro è una battaglia contro lo Stato e basta. Si sentono coccolati da una parte della sinistra e dal M5S, che continuano a condannare un'opera strategica, mentre l'Italia si è ormai abituata alla violenza. 

Il lessico usato dai No Tav — il cantiere diventato "fortino", le forze dell'ordine "truppe d'occupazione", i dispositivi di sicurezza "raggirati e superati", i cantieri "conquistati" — rivela la trasformazione della manifestazione in operazione militare. Eppure pochi giorni dopo le violenze del 25 luglio, in consiglio comunale a Torino, i 5 Stelle hanno esposto lo striscione "No Tav".
Una parte della sinistra, pur condannando formalmente le violenze, continua a mostrare un rapporto politicamente ambiguo con un movimento che non ha mai reciso il legame con le sue frange violente. Certi comunicati stampa pelosi lasciano il tempo che trovano. L'obiettivo non sembra tanto fermare un'infrastruttura, quanto alimentare un conflitto continuo contro lo Stato, in cui ogni cantiere, ogni presidio delle forze dell'ordine e ogni occasione pubblica diventano terreno di scontro ideologico. La miglior testimonianza della connivenza con alcune forze politiche sta proprio in quanto accaduto in consiglio comunale a Torino, dove AVS non ha ritenuto di condannare e il M5S ha portato lo striscione. È evidente che i comunicati ipocriti si scontrano con la vera natura di queste forze politiche che sono una cinghia di trasmissione con l’espressione violenta del movimento ‘No Tav’ offrendo loro una solida copertura politica.  

«Quello dei No Tav è terrorismo. Ma la magistratura si è mostrata troppo debole e ideologica»: così, in una recente intervista a Il Foglio, il pm Padalino, il primo ad avanzare a carico dei violenti No Tav l'ipotesi di terrorismo, poi non condivisa dalla Cassazione. Padalino sostiene che questo avrebbe innalzato il livello normativo, preventivo e sanzionatorio, con un importante effetto dissuasivo. Che cosa ne pensa?
La verità è che c'è un nodo da sciogliere: da un lato la sinistra si dichiara contraria all'opera, dall'altro, a destra, c'è un'estrema freddezza nei suoi confronti e la Torino-Lione viene utilizzata come strumento di propaganda contro l’avversario. Tutto questo finisce per giovare al movimento antagonista. Non dimentichiamo che i ripensamenti e le lunghe verifiche imposte dai governi giallo-verde e giallo-rosso hanno contribuito a rallentare il percorso dell’opera di almeno 4 anni. La verità è un’altra.

Quale?
Basterebbe che Torino applicasse lo schema dei colleghi romani. Dopo l’assalto alla CGIL venne contestato il reato di devastazione. Se quella era devastazione, e secondo me lo era, a maggior ragione si deve contestare quanto meno la devastazione di Chiomonte. Ma mi daranno del fascista per questa dichiarazione. 

Da noi il cantiere è militarizzato, a spese di tutti. In Francia ci sono un paio di semplici reti verdi e qualche vigilante. Questo accade perché in Francia i violenti non godono dell'appoggio politico che hanno in Italia. Se in Italia le cose stanno così, è perché esiste una rete diffusa di solidarietà e protezione?
Certamente. Già paragonare chi assalta un cantiere e aggredisce le forze dell'ordine ai partigiani è, a mio giudizio, un vero e proprio cortocircuito. Eppure, in questi vent'anni, ci sono stati intellettuali, scrittori e artisti che hanno solidarizzato con la battaglia No Tav e che non sempre hanno saputo, o voluto, tracciare una linea netta circa i metodi violenti. Spesso, per la verità, senza avere capito fino in fondo con che cosa e con chi stessero solidarizzando. O forse sì. C'è una «zona grigia», come dice il procuratore generale Musti, colta e borghese, che guarda con una certa indulgenza a questi antagonisti. Ed è anche vero che certe cose in Francia non sarebbero proprio tollerate dalle forze dell’ordine: c’è un’altra cultura. In Francia quel genere di guerriglia non se la sognano neanche, da noi, invece, riescono pure a realizzarla. Non è un caso che i black-bloc francesi vengono a sfogarsi a Chiomonte, ma stanno ben lontani da Saint-Jean-de-Maurienne.

La sua con No Tav e Askatasuna è una lunga relazione.
Sono stato da sempre un sostenitore della Tav, e l'ho sostenuta politicamente. Al mio partito, il Pd, non è mai piaciuta questa battaglia, così come non è mai piaciuta la richiesta dello sgombero di Askatasuna — né è mai piaciuta alle figure in tutti i palazzi che contano a Torino. E a un certo punto sono scoppiate le mie vicende giudiziarie. Tutto casuale? Non credo!

Lei poi è stato prosciolto da tutto, ma dopo sette anni di gogna.
Hanno provato a zittire la mia battaglia a favore della Torino-Lione. Il centro sociale può permettersi — o riceve pro bono da avvocati compiacenti, chi lo sa — la protezione di un legal team di tutto riguardo. Da loro ho ricevuto oltre 70 querele, tutte finite nel nulla. Tranne una. Ho fatto nome e cognome dei capi di Askatasuna e sono stato condannato per averli indicati come i capi. Sono stato condannato, salvo poi constatare che le persone da me citate sono finite, poi, in tutte le carte giudiziarie che riguardano il centro sociale con condanne in via definitiva e galera. Torino è una città un po’ strana.

Quando fu l’inizio della gogna?
Nel 2011, da parlamentare, con un esposto segnalai quello che secondo me erano le connivenze tra concessionarie autostrade e una parte del movimento No Tav. Quell’esposto finì in un cassetto e ad essere indagato fui io. Provarono ad associarmi alla ‘ndrangheta: ogni accusa è decaduta. Ora è in corso un processo circa le imprese che lavorano con concessionarie autostrade e la ‘ndrangheta. Vedremo come andrà a finire. 

Nicoletta Dosio (80 anni, storica No Tav, un passato di lotte e condanne) ha dichiarato: «Non c'è da prendere nessuna distanza: c'eravamo tutti e tutti rivendichiamo di esserci stati. La devastazione l'abbiamo subita noi». Alla luce di dichiarazioni simili, e dell'annuncio di nuove guerriglie e scontri, come giudica la situazione? 
Non mi stupiscono le dichiarazioni della Dosio, così come non mi stupiscono quelle di altri storici esponenti. Ed è per questo che il peloso e furbesco tentativo di provare a separare il movimento pacifico dai violenti non funziona più. Chi organizza certe manifestazioni sa perfettamente che sono uno strumento dei violenti. Ormai, io ho una condizione radicata: chi va a quelle manifestazioni, anche se non tira pietre, tifa per chi le lancia per davvero. 

Come si spiega che il Comune di Torino conceda a canone politico i locali a Radio Blackout, metta a disposizione spazi comunali al centro sociale Murazzi per i concerti estivi e tolleri l'occupazione abusiva dell'ex Cinema Neruda — sede anche dell’associazione femminsita Non Una Di Meno? Fanno tutti parte della galassia di reti antagoniste in Valsusa.
Questa è una bellissima domanda. Sono cose che ho sempre denunciato anch'io, ma nulla cambia. Ormai non so più cosa rispondere. Sarebbe bello che gli amministratori di Torino degli ultimi vent'anni ci dessero una risposta in merito.



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