La campana pro-life di Suetta ci richiama al diritto naturale
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Ricordare i bambini cui l'aborto ha impedito di nascere è questione di ragione prima che di religione. Semmai ci si chieda perché solo il cattolicesimo difende il buon senso comune. Ecco perché i critici (e anche qualche difensore) del vescovo di San Remo vanno fuori strada.
Il vescovo di San Remo-Ventimiglia, mons. Antonio Suetta, fa suonare ogni giorno una campana per ricordare i bambini impediti a nascere dalla legge sull’aborto. Ovviamente ne è nata una polemica e, come era scontato, le donne del Partito Democratico hanno esecrato l’iniziativa considerata da loro “molto grave” perché lesiva del diritto delle donne. Tuttavia in questo articolo non ci occuperemo di queste stanche e stancanti contestazioni ideologiche, ma affronteremo alcune questioni che dovrebbero interessare i cattolici, sulle quali pochi o nessuno si è esercitato.
Prima di tutto va chiarito che il vescovo Suetta, con questa sua iniziativa, è intervenuto su un tema di diritto e di morale naturali. Ossia ha semplicemente difeso l’ordine delle cose, un principio di senso comune, una norma ragionevole: è moralmente vietato uccidere una persona innocente. Lo ha riassunto egli stesso con la frase «l’aborto non è un diritto ma un delitto» (QUI). Il vescovo ha stabilito il diritto come fonte di doveri e quindi i doveri come fonte dei diritti. Ha ricordato la giusta successione logica. Prima dei diritti soggettivi, c’è il diritto, vale a dire l’ordine oggettivo della giustizia, il quale pone alla ragione il dovere di rispettare i suoi articoli non scritti, sui quali – a questo punto sì … – si fondano i diritti soggettivi. Non tutti, quindi, ma solo quelli resi veri e legittimi proprio da questa dipendenza dal diritto e dalla giustizia. I diritti ingiusti non sono diritti.
Sarebbe un errore assegnare alla campana di Suetta un senso immediatamente solo religioso, saltando la sua dimensione di buon senso comune. Si leggono nella rete interventi di cattolici che sostengono l’iniziativa del Vescovo, ma tralasciano l’aspetto ora visto. Motivano la difesa della scelta di Suetta sottolineando che la laicità dello Stato non consiste nel combattere una religione, ma nel permettere a tutte di dire la loro: quindi anche Suetta ha questo diritto. Interventi di questo genere sbagliano il bersaglio, nel senso che attribuiscono un primario senso religioso ad una disposizione – quella di Suetta – il cui primo senso è invece di ragione naturale. Lo Stato deve difendere i principi della ragione naturale perché non facendolo andrebbe contro al bene comune, che è il suo fine costitutivo. Se invece il primo dovere dello Stato fosse di dare la parola a tutte le religioni, dovrebbe ipoteticamente farlo anche per religioni che prevedessero l’aborto come lecito.
Il suono di quella campana prima di tutto ricorda a tutti e non solo ai cattolici, che esiste questo ordine naturale, che la ragione umana è in grado di conoscerlo e che il potere politico ha il dovere di difenderlo.
Il discorso tuttavia non finisce qui. Suetta è un vescovo cattolico, ha sì difeso il diritto naturale e un principio della legge morale naturale, ma lo ha fatto, oltre che da uomo e da cittadino, anche da vescovo. Sarebbe riduttivo fermarsi solo al primo livello, posta la necessità di non trascurarlo. Ciò ha un grande significato: vuol dire che la religione cattolica illumina e protegge il diritto naturale, vuol dire che la Chiesa ha il compito di difenderlo, come del resto fa da sempre, a parte alcune diffuse incertezze dei nostri tempi. Non va dimenticato quanto insegnato da Paolo VI nella Humanae vitae (1968): «Nessun fedele potrà negare che al magistero della chiesa spetti di insegnare anche la legge morale naturale … infatti anche la legge naturale è espressione della volontà di Dio, l’adempimento fedele di essa è parimenti necessario alla salvezza eterna degli uomini». La campana di San Remo-Ventimiglia, ogni giorno, non ricorderà solamente che esiste una legge di natura, ma anche che la Chiesa cattolica la conferma, la difende e la purifica con la legge evangelica. E lo ricorderà a tutti, compresi quanti, nella stessa Chiesa, se ne sono dimenticai o addirittura lo negano.
C’è infine un altro sviluppo, per certi versi ancora più decisivo: quella campana vuol dire ancora di più di quanto appena visto. Non ci sono oggi altre religioni che facciano suonare le loro campane in difesa dell’ordine naturale, solo quella campana “cattolica” lo fa. Essendo l’unica a farlo, essa esprime e nello stesso tempo rivendica un primato di unicità agli occhi di un potere politico che intendesse difendere il diritto naturale (“se” intendesse difenderlo). Il vescovo Suetta ha come riaffermato questo primato di unicità. I cattolici che nella rete sostengono l’iniziativa Suetta dicendo allo Stato che la laicità consiste nel far parlare le religioni e su ciò difendono il diritto della campana di Suetta, non tengono conto di questo primato della religione cattolica. La campana di Suetta costringe lo Stato a tornare al suo dovere di perseguire il bene comune difendendo il diritto naturale, e spinge la Chiesa a rivendicare il suo ruolo primaziale nel conseguimento del medesimo scopo. Su questo punto la voce della Chiesa cattolica non è una opinione tra le tante, non è nemmeno solo una opinione.
Se queste nostre considerazioni hanno un senso, allora bisognerebbe che altri vescovi, che tutti i vescovi cattolici d’Italia facessero suonare la loro campana, ogni giorno, alla stessa ora.

