Israele e Usa fanno i conti con le scorte delle munizioni
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Nessuno sa con precisione quanti missili a disposizione abbia l'Iran, ma crescono i dubbi sulla possibilità di Israele, Stati Uniti e alleati del Golfo di poter sostenere un conflitto prolungato con una disponibilità di munizioni e sistemi di difesa anti-missile limitata dagli ingenti trasferimenti all'Ucraina. E Trump ieri ha spinto le aziende ad aumentare la produzione di armi.
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In un conflitto che si preannuncia prolungato, con Teheran che avverte di essersi preparata per tempo a resistere a lungo all’aggressione di Stati Uniti e Israele, potrebbero essere le scorte di munizioni più della veemenza degli attacchi dei primi giorni al territorio iraniano, a decidere le sorti della campagna militare avviata da Washington e Tel Aviv il 28 febbraio.
Non sarebbe certo la prima volta che la disponibilità di munizioni influenza l’andamento dei conflitti dei nostri giorni in cui vengono impiegati in gran numero complessi e costosi ordigni offensivi e difensivi.
Nel 2011 le forze aeree europee della NATO impiegarono sei mesi ad avere ragione delle deboli forze armate libiche a causa della carenza di bombe d’aereo, che indusse molte aeronautiche a chiedere aiuto agli Stati Uniti per farsi rifornire di ordigni di precisione.
Richiesta che sollevò stupore e sarcasmo a Washington ma anche negli Stati Uniti diverse fonti militari hanno riferito negli ultimi quattro anni ai media americani che le riserve di missili da difesa aerea, inclusi quelli per i sofisticati sistemi Patriot, Standard e Thaad si erano drammaticamente assottigliate a causa delle ingenti forniture statunitensi a Ucraina e Israele. I tempi di produzione e consegna alle forze armate di questi missili - il cui costo può superare i 3 milioni di dollari a esemplare - sono compresi tra i 12 e i 18 mesi: troppi se si considera che per intercettare un missile balistico possono venire lanciati anche due o tre missili anti-missile.
Secondo diversi analisti lo scorso anno gli Stati Uniti dovettero accordarsi con le milizie yemenite Houthi dopo aver quasi esaurito le scorte di missili Standard imbarcati sulle navi in azione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden per intercettare missili balistici, da crociera e un gran numero di droni lanciati dalle milizie filo-Teheran. I cui ordigni peraltro, come quelli iraniani, vengono prodotti in gran numero e a costi decisamente bassi.
Anche l’Ucraina si è trovata spesso a corto di missili per la difesa aerea, soprattutto dei Patriot statunitensi considerati gli unici in grado di intercettare i missili balistici russi Iskander, peraltro in percentuali inferiori al 10 per cento dopo l’aggiornamento delle armi russe oggi in grado di manovrare prima di raggiungere il bersaglio proprio per evadere le difese aeree.
Anche Israele, dopo dieci giorni dall’aver scatenato la guerra contro l’Iran nel giugno 2025, aveva quasi esaurito le armi antimissile quali i missili Arrow e quelli dei sistemi Fionda di David e Cupola di Ferro mentre l’Iran aveva ancora almeno 2.000 missili balistici e molte migliaia di droni nei suoi arsenali.
I raid dei bombardieri americani B-2 sui siti nucleari iraniani posero fine a quel conflitto salvando la faccia a Benjamin Netanyahu mentre oggi le nuove stime di Mossad e CIA riferiscono di un arsenale iraniano composto forse da 2.500 missili balistici con una produzione di circa 100 esemplari al mese gestita direttamente dai Guardiani della Rivoluzione.
Un arsenale con cui, insieme ai droni, l’Iran può tentare di saturare i radar e i sistemi di difesa aerea con lanci simultanei a ondate; qualche risultato è già stato raggiunto colpendo importanti installazioni radar nelle basi americane nel Golfo e in Israele, probabilmente anche grazie al supporto dei dati satellitari forniti da russi e cinesi.
Difficile dire però quanto possano durare le scorte di missili iraniani, i cui depositi sotterranei sono obiettivo prioritario per i raid aerei israelo-americani: certo, se il conflitto dovesse durare varie settimane la vittoria potrebbe andare a chi non avrà ancora esaurito le sue armi.
Nell’attuale conflitto, stando a esperti sentiti dal Financial Times, anziché ondate molto nutrite, gli iraniani tendono a lanciare un numero maggiore di ondate, ciascuna però con pochi missili e dando la precedenza ai tipi meno sofisticati, in modo da far consumare le difese avversarie contro obiettivi meno paganti e risparmiare per i prossimi giorni i missili più prestanti.
Teheran modula il ritmo giornaliero dei lanci per cercare di conservare più a lungo i suoi missili ma i bombardamenti sulle fabbriche possono condizionarne la produzione e manutenzione.
Sembra però siano soprattutto israeliani e statunitensi a rischiare di restare a corto di missili, specie quelli per la difesa aerea. Un rischio circa il quale avevano lanciato avvertimenti diverse fonti e opinionisti militari negli Stati Uniti. Secondo fonti citate dall’emittente televisiva statunitense CNN, il capo dello Stato maggiore congiunto delle forze Usa, generale Dan Caine, e altri funzionari del Pentagono avevano messo in guardia nelle scorse settimane in merito ai possibili effetti di un’operazione protratta contro l’Iran sulle truppe e sugli assetti dispiegati in Medio Oriente, nonché sull’impatto di una campagna prolungata sulle scorte di armamenti, in particolare quelle destinate al sostegno di Israele e Ucraina.
Secondo il Wall Street Journal, Trump è stato avvertito dai generali che le scorte di costosi missili antimissile che costituiscono le munizioni dei sistemi Thaad, Patriot e Standard sono limitate dopo le forniture a Ucraina e Israele e le campagne militari contro Houthi e Iran dello scorso anno, anche se il loro numero resta ovviamente segreto.
Sarebbe limitato anche il numero di missili da crociera impiegabili da aerei e navi per colpire gli obiettivi sul territorio iraniano col rischio che per alimentare la guerra all’Iran vengano privati di munizioni reparti aerei e navi in altri scacchieri.
Ieri inoltre Trump ha ricevuto i dirigenti delle aziende appaltatrici del Pentagono per discutere dell'aumento della produzione di armi e munizioni, secondo quanto riferito da un funzionario della Casa Bianca alla CNN. Il presidente aveva dichiarato a Politico che le aziende stanno operando in emergenza per accelerare la produzione, segno inequivocabile che il problema della carenza di munizioni è presente ed è critico.
Anche perché in questo contesto molti alleati degli Stati Uniti che impiegano sistemi da difesa aerea “Made in USA” rischiano di non poter ricevere altri missili in tempi ragionevoli. Specie nel Golfo dove Emirati Arabi, Arabia Saudita, Oman, Kuwait e Qatar sembrano aver ridotto in modo sostanziale le proprie scorte di missili americani dopo appena 4 giorni di contrasto a droni e missili iraniani. Anche se Emirati Arabi Uniti e Qatar hanno smentito le indiscrezioni dell'agenzia di stampa Bloomberg.
Anche in Europa, dove si è aperto il dibattito teso a inviare sistemi di difesa aerea a protezione di Cipro e dei regni arabi del Golfo, gli stati maggiori sono impegnati a spiegare ai governi che le armi disponibili sono pochissime dopo che l’Ucraina ha di fatto assorbito quasi interamente le scorte di missili antiaerei e antimissile della NATO.
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