Chi fa il regime change a Teheran? Trump può giocare la carta curda
L'obiettivo della guerra in Iran è ancora oscuro. Non è solo la distruzione del programma nucleare, ma è ancora un intervento armato insufficiente per un cambio di regime. Quindi si punterebbe sulla rivolta interna. In particolare dei curdi.
Qual è l’obiettivo di Trump in Iran? Probabilmente non lo sa nemmeno il presidente americano stesso. L’intervento è più esteso rispetto a quello del giugno 2025, che mirava unicamente a distruggere il programma nucleare e missilistico iraniano. In questa guerra sono stati colpiti anche bersagli politici, compresa l’uccisione della Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei. Chi gli dovrebbe succedere?
Il modello Venezuela, cioè la decapitazione del regime e la preservazione della sua struttura (in versione ridotta e “commissariata” dagli Usa) per il mantenimento dell’ordine interno, in Iran parrebbe non funzionare. L’attuale “uomo macchina” iraniano, il segretario della Sicurezza Nazionale Ali Larijani , ha inviato messaggi tramite l'Oman per rilanciare i negoziati diplomatici con i funzionari statunitensi. Mentre Trump aveva precedentemente indicato di essere disponibile a parlare con esponenti del regime, possibilmente per raggiungere un accordo che potrebbe porre fine alla guerra, martedì il presidente sui social media ha dichiarato che era “troppo tardi” per un dialogo. Ed anche nella conferenza stampa seguita al suo incontro con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha ribadito lo stesso concetto: «La maggior parte delle persone a cui avevamo pensato sono morte», ha detto ai giornalisti alla Casa Bianca. «E ora che ne abbiamo un altro gruppo, potrebbero essere morti anche loro. Presto non conosceremo più nessuno».
Di Reza Pahlavi, il presidente americano dice: «Mi sembra una persona molto simpatica, ma penso che qualcuno che sia popolare sarebbe meglio». Per chi conosce Trump, questa frase è l’equivalente di dire: “You are fired”, sei licenziato. Il figlio dell’ultimo shah di Persia, a gennaio, si era proposto come candidato per guidare una transizione democratica. All’inizio del conflitto aveva confidato alla stampa di “avere un piano” e che l’esercito regolare lo avrebbe seguito. Lo scenario non si è realizzato e, sul terreno, mancano segnali in questo senso.
Tuttavia proseguono gli sforzi per indebolire il regime, anche colpendo il suo apparato di sicurezza interna. Gli attacchi aerei israeliani hanno preso di mira gli alti ufficiali della sicurezza interna, dai capi della milizia paramilitare dei Basij agli alti funzionari dei servizi segreti. Anche gli Stati Uniti hanno colpito alcune agenzie di sicurezza interna, tra cui il quartier generale di Teheran del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, i famigerati pasdaran e la loro agenzia di intelligence.
Tra gli obiettivi degli ultimi giorni c’era il quartier generale dei pasdaran a Tharallah, di importanza centrale nella macchina della repressione nel corso delle ultime proteste. Durante i periodi di disordini, Tharallah coordina l'intelligence, la polizia e la milizia Basij, oltre a condurre la guerra psicologica.
Gli aerei israeliani hanno anche colpito il quartier generale delle unità speciali del comando di polizia iraniano, noto come Faraja, responsabile del controllo delle rivolte e della repressione dei disordini civili. L'Iran ha successivamente riconosciuto la morte del capo dei servizi segreti di Faraja, Golamreza Rezaian.
Colpire questo tipo di bersaglio implica la volontà di spianare la strada a una rivoluzione interna. Ma chi combatterà questa rivoluzione? I curdi potrebbero essere una risposta, anche se localizzata al nordovest iraniano.
Le operazioni militari congiunte statunitensi-israeliane hanno, infatti, anche preso di mira le basi dei pasdaran nelle zone curde. A Sanandaj, attaccata lunedì, sono state colpite le stazioni di polizia e i centri di detenzione controllati dai servizi segreti e dalla Guardia Rivoluzionaria. Le forze di sicurezza iraniane sono state spesso dispiegate in gran numero nelle zone curde e hanno represso violentemente le proteste a Sanandaj nel mese di gennaio. Lunedì, i pasdaran hanno inviato messaggi agli utenti di telefoni cellulari della città chiedendo alla popolazione locale di segnalare qualsiasi movimento di armi o attività militare
Trump ha parlato domenica con i leader curdi, secondo fonti del Wall Street Journal. Alla vigilia del suo incontro con il cancelliere tedesco Merz, il presidente americano si è detto aperto a sostenere i gruppi in Iran disposti a imbracciare le armi per rovesciare il regime, mentre continua a valutare diverse opzioni, in pubblico e in privato, su chi dovrebbe succedere al defunto leader del Paese.
«Il presidente Trump ha parlato con molti partner regionali», ha affermato in una nota la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, senza confermare esplicitamente gli obiettivi di Trump. Le fonti del Wall Street Journal hanno però affermato che Trump non ha ancora preso una decisione definitiva sulla questione, nemmeno se fornirà armi, addestramento o supporto di intelligence ai gruppi anti-regime.
Secondo fonti della Cnn, la Cia starebbe già armando i curdi iraniani, in vista di un’insurrezione armata. Si aprirebbero, in questo caso, due problemi. Uno di natura militare: i curdi tendono a difendere il loro territorio e non uscirebbero dal nordovest iraniano. Non sarebbero in grado, dunque, di rovesciare il regime di Teheran. L’altro di natura politica: un forte indipendentismo curdo in Iran riaprirebbe automaticamente il dossier curdo anche in Siria (dove si è appena raggiunto un accordo per la cessazione delle ostilità con Damasco) e soprattutto allarmerebbe Erdogan, in Turchia, alleato chiave di Trump.

