Bachelet alla testa dell'Onu? L'Italia dica chiaramente No
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L'ex presidente cilena Michelle Bachelet, abortista e genderista convinta, è candidata al ruolo di Segretario Generale dell'Onu. Gli Usa potrebbero esercitare il loro diritto di veto. Anche l'Italia dovrebbe far tutto quel che può per opporsi.
Il pericolo è dietro all’angolo, l’Italia agisca (da sola o in compagnia) per impedire alla peggiore abortista e pro gender di sempre, Michelle Bachelet, di raggiungere lo scranno di Segretario generale delle Nazioni Unite. La procedura di valutazione delle candidature è stata di fatto avviata con la lettera dello scorso 26 maggio, nella quale il presidente di turno del Consiglio di Sicurezza informava la presidente della Assemblea generale, dell’avvio delle audizioni e valutazioni in Consiglio con i candidati alla carica di Segretario Generale dell’Onu.
Tali audizioni si terranno tra il «24 e il 30 luglio 2026, a seconda dei casi» e riguarderanno i candidati presentati ai Presidenti dell'Assemblea generale e del Consiglio di sicurezza da parte di uno Stato membro o di un gruppo di Stati membri. Dopodiché il Consiglio di Sicurezza (composto da 15 membri) vota a porte chiuse attraverso scrutini segreti un candidato che deve ottenere almeno 9 voti favorevoli e non ricevere alcun veto da parte di uno dei cinque membri permanenti. Infine il candidato ‘raccomandato’ viene presentato all'Assemblea Generale, che procede con una votazione per ratificare la nomina a maggioranza. Il nuovo Segretario Generale entrerà in carica il prossimo gennaio 2027.
Sono 5 i candidati alla carica: Michelle Bachelet Jeria dai governi di Cile (successivamente il Governo Kast ha ritirato il sostegno alla candidatura), Brasile e Messico; María Fernanda Espinosa Garcés (da Antigua e Barbuda); Rafael Mariano Grossi, attuale Direttore generale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (nominato il 26 novembre 2025 dal governo argentino); Rebeca Grynspan Mayufis (dal governo del Costa Rica); Macky Sall (nominato il 2 marzo 2026 dal Burundi). Lo scorso 21 e 22 aprile si sono tenuti dei dibattiti interattivi con i candidati designati, trasmessi in diretta su UN WebTV e più recentemente, lo scorso 9 giugno diversi candidati hanno partecipato ad un dibattito all’Onu di Ginevra, durante il quale i candidati hanno chiesto un rafforzamento dei diritti umani e del rispetto del diritto internazionale, nonché un potenziamento dell'organizzazione attraverso riforme, illustrando la propria visione per il ruolo di Segretario generale, in un momento in cui le Nazioni Unite si trovano ad affrontare una grave crisi finanziaria innescata dai tagli da parte dei principali donatori umanitari, in primis gli Usa di Donald Trump.
Tutti si sono impegnati a riportare il mondo alla pace, tuttavia tra i candidati spiccano le affermazioni di Michelle Bachelet, l'ex presidente cilena ed ex Alto Rappresentante Onu per i Diritti Umani, che ha sottolineato come i diritti siano al centro della sua visione, ribadendo di non temere il veto degli Usa nei suoi confronti alla prossime riunioni del Consiglio di Sicurezza per il suo impegno abortista e pro Lgbt. «I diritti umani sono essenziali, compresi i diritti sessuali e riproduttivi... Il Segretario Generale deve dare continuità agli accordi stipulati dalle Nazioni Unite», riaffermando con forza la sua totale devozione alla causa abortista e Lgbt e garantendo che «le decisioni del comitato Cedaw verrebbero attuate». Secondo alcuni osservatori, Bachelet sarebbe la candidata preferita dall'Unione Europea, in primis Francia e Spagna e da altri governi progressisti, tra i suoi sostenitori e finanziatori c’è il Brasile dell’attuale presidente comunista Lula da Silva e, recentemente, ha cercato il sostegno anche della Cina di Xi Jinping. Ma rischia seriamente di subire il veto della Russia e forse anche degli Stati Uniti.
Nei mesi scorsi una trentina di parlamentari americani avevano esortato gli Stati Uniti a «esercitare il proprio diritto di veto» per impedire che Michelle Bachelet venga eletta segretaria generale delle Nazioni Unite e «per riservare la carica a un candidato più qualificato», in quanto «nei suoi precedenti incarichi presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), come direttrice esecutiva di UN Women e come presidente del Cile, la dottoressa Bachelet ha ripetutamente dato priorità a un programma estremista in materia di aborto che per lei è saldamente radicato nel diritto internazionale dei diritti umani ed è al centro dell’autonomia delle donne e delle ragazze». Oltre a ciò, la “petizione globale” promossa dalla organizzazione CitizenGo che chiede ai paesi del Consiglio di Sicurezza Onu (Usa, Regno Unito e Francia) di porre il veto sulla candidatura Bachelet, ha raccolto in poche settimane ben 190mila firme. L’Italia è chiamata con urgenza a fare la sua parte, prendere una posizione chiara e netta per impedire l’elezione di Michelle Bachelet e dare un contributo fondamentale alla pace e alla ricostruzione della autorevolezza dell’Onu e del diritto internazionale.
Sia ben chiaro il messaggio alla Farnesina, la candidata alternativa, proposta dagli europei è Rebecca Grynspan, un'altra funzionaria delle Nazioni Unite che ha sfruttato il suo precedente ruolo per fare pressioni contro la legislazione anti-aborto in Nicaragua, una piccola copia della Bachelet. L’Italia faccia proprio pubblicamente il celebre discorso di Madre Teresa di Calcutta alla consegna del Nobel per la pace del 1979, prendendo sul serio il suo richiamo. Che la Farnesina scelga Madre Teresa invece di Michelle Bachelet è il minimo sindacale, o no?
