Trump riprende la guerra commerciale contro il resto del mondo
Nuovi dazi per l'Europa, al 10%. E quasi tutti i paesi partner commerciali degli Usa devono subire tariffe del 12,5%, con il pretesto che non contrastano abbastanza il lavoro forzato. La guerra tariffaria è ricominciata.
La guerra dei dazi scatenata dagli Usa è ricominciata. Nelle ultime due settimane Donald Trump ha annunciato dazi del 25% sul Brasile , del 50% sul Canada e fino al 200% sui farmaci generici, e giovedì 23 luglio ha imposto dazi dal 10% al 12,5% su ben 60 economie (in più di 80 paesi) partner commerciali, fra cui l’Unione Europea.
Ma la Corte Suprema non aveva bocciato i dazi di Trump? Aveva bocciato il ricorso del presidente ad una specifica legge, l’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) del 1977, originariamente concepita per sanzionare Stati canaglia, poi applicata da questa amministrazione a quasi tutto il mondo. La Corte Suprema aveva stabilito che il Congresso, non il presidente, potesse stabilire tariffe doganali e che non vi erano le condizioni per imporre la Ieepa.
Ma fatta la sentenza, trovato l’inganno. Il presidente ricorre a leggi, anche sconosciute e con una storia secolare, che possano giustificare la sua imposizione arbitraria di dazi, ai paesi che vuole e per tutto il tempo necessario, senza mai passare dal Congresso. Ha applicato la Sezione 122 per imporre un dazio universale temporaneo del 10%, e le Sezioni 232 e 301 per stabilire dazi specifici per settore e paese.
La Sezione 122, che è scaduta ieri (venerdì 24 luglio) era volta a risolvere i problemi della bilancia dei pagamenti, una caratteristica del sistema di tassi di cambio fissi terminato da mezzo secolo. La Sezione 232 ha lo scopo di proteggere le industrie vitali per la sicurezza nazionale, che secondo Trump sono… tutte le industrie americane. La Sezione 301 è volta a contrastare le pratiche sleali che discriminano i prodotti statunitensi, come i sussidi statali alle industrie o l’abbassamento artificiale dei costi tramite l’uso del lavoro forzato.
Per imporre di nuovo sanzioni (di fatto) al Canada, Trump è ricorso alla Sezione 338, parte dell’antica legge Smoot-Hawley del 1930 (quella che avrebbe dovuto porre fine alla crisi del 1929, e invece…), che autorizza l'imposizione di dazi doganali contro i paesi che discriminano gli Stati Uniti. Questa settimana il presidente Trump ha dichiarato che lo avrebbe utilizzato per la prima volta nella sua esistenza quasi centenaria per imporre dazi del 50% al Canada.
Le nuove tariffe annunciate il 23 luglio dal Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti , Jamieson Greer , sono “giustificate” dalla lotta al lavoro forzato, dunque rientrano nella Sezione 301. Ai paesi che hanno leggi in vigore per combattere il lavoro forzato è stato imposto un dazio del 10%, mentre a quelli che non ne hanno è stato imposto uno del 12,5%. I Paesi che compiono progressi nella lotta contro il lavoro forzato, ad esempio approvando leggi che vietano l'importazione di merci prodotte con tale metodo, potrebbero ridurre la tariffa doganale dal 12,5% al 10%. L’Ue rientra nel gruppo dei “fortunati” perché approvato il Regolamento 2024/3015 che vieta la vendita sul suo mercato di prodotti realizzati con il lavoro forzato.
Trump dimostra ancora una volta di voler controllare la leva dei dazi, non solo perché vuole usarli come strumenti di pressione per ottenere concessioni commerciali (come nel caso del Canada, o della Cina), ma perché crede che facciano bene all’economia americana. Ritiene che aumentino le entrate dello Stato e che promuovano i produttori americani, proteggendoli dalla concorrenza. Visto che le fosche previsioni degli economisti (inflazione alle stelle e perdita di produttività e posti di lavoro) non si sono realizzate, il presidente è incoraggiato ulteriormente ad andare avanti.
Tuttavia esiste anche un costo occulto dei dazi che ricade direttamente sugli americani. Ad essere tassati, infatti, non sono gli esportatori stranieri, ma gli importatori statunitensi. Considerando che ben pochi produttori hanno una filiale al 100% in territorio Usa, l’aumento dei costi delle loro importazioni poi si riflette sul prezzo del prodotto finito. Di quanto? Ciò è ancora oggetto di dibattito.
La Tax Foundation calcola che nel 2025, i dazi di abbiano comportato un aumento medio di tasse di 1.000 dollari per famiglia statunitense. Nella sua analisi più recente stima che le nuove tariffe previste dalle Sezioni 122 e 232 aumenteranno le tasse per famiglia statunitense di ulteriori 700 dollari nel 2026.
Il Comitato Economico Congiunto di Minoranza del Congresso Usa stima che nell'ultimo anno la famiglia americana media abbia già pagato più di 1.700 dollari in più a causa dei costi tariffari, da febbraio 2025 a gennaio 2026, con costi in costante aumento dall'inizio del secondo mandato del presidente Trump.
