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MEDIO ORIENTE

Il Libano teme un'invasione di jihadisti siriani

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In una situazione in cui gli accordi con Israele restano sulla carta, a Beirut sono già chiari i segnali di una infiltrazione di estremisti islamici provenienti dalla Siria per dare man forte nella lotta a Hezbollah.

Esteri 03_08_2026

da BEIRUT.
Torniamo dalla Siria in Libano seguendo lo stesso percorso dell'andata, attraverso il crossing point di Jdeidat Yabous - Masnaa lungo la catena montuosa dell'Antilibano che separa i due Paesi. Diversamente dal nostro ingresso in Siria, poche persone sono in coda agli sportelli, dove giovani funzionari dalla barbetta alla salafita - «la maggior parte sono bravi ragazzi, seguono il trend del momento: è normale che imitino lo stile del vincitore», chiosa un nostro contatto - sbrigano le formalità necessarie.

Negli ultimi mesi, a causa della guerra in Libano, i flussi migratori tra i due Paesi si sono in qualche modo invertiti. Secondo le stime durante gli anni della guerra in Siria, tra il 2011 e il 2024 un milione e mezzo di siriani ha trovato rifugio in Libano, di cui circa quattrocentomila sono tornati in madrepatria dopo la caduta di Bashar al Assad; a causa dell'aggressione israeliana al Paese dei Cedri del marzo 2026, ne sono rientrati in patria altri duecentomila, assieme a più di trentamila libanesi che a loro volta hanno cercato scampo in Siria. Il governo di al Shaara ha imposto un visto di cinquanta dollari ai cittadini libanesi per l'ingresso nel Paese, precedentemente gratuito. Allo stesso tempo, si stima che circa centomila alawiti e sciiti siano riparati in Libano a partire dall'inizio del 2025 a causa dei massacri e delle violenze compiuti ai danni delle loro comunità dal nuovo governo siriano.

Ma l'emigrazione che Beirut teme in questo momento non è quella delle minoranze religiose perseguitate dal nuovo regime di Ahmed al Shaara; se per anni il rimpatrio dei rifugiati siriani, ritenuti occupanti abusivi del suolo libanese e “ladri di lavoro” è stata la priorità delle istituazioni e il cavallo di battaglia di numerosi partiti politici, ora il timore dei Paese dei Cedri è un'invasione potenzialmente letale di combattenti salafiti nel territorio.
Diversi segnali portano in questa direzione: i ripetuti inviti di Trump ad al Sharaa affinché i suoi miliziani si uniscano ad Israele nella lotta a Hezbollah, inviti a cui l'autonominatosi Presidente della Siria è riuscito finora a sottrarsi, la ricomparsa tra Siria e Libano di jihadisti “in sonno” quali l'ex comandante di al Nusra abu Malik al Talli, le operazioni militari israeliane in territorio siriano che Damasco, a parte qualche lamentela di facciata, sembra considerare necessarie in vista di un “accordo” con Tel Aviv. 

Del resto in Libano l'infiltrazione di estremisti islamici provenienti dalla Siria è già realtà, e nel nord sunnita spuntano ovunque gigantografie di Ahmed al Sharaa. Senza andare troppo lontano, al piano alto del palazzo dove abitiamo - in un quartiere cristiano di Beirut – è arrivata da poco una famiglia da Raqqa; la signora, giovanissima a giudicare dal fisico, indossa l'abbaya nero completo di niqab – il velo che copre il volto lasciando solo una fessura per gli occhi - diffuso nella Siria che ci siamo appena lasciati alle spalle ma inedito nella tollerante Capitale del Libano.

Cosa cercheranno? Lavoro, condizioni di vita migliori, come tutti; è indubbio, però, che simili apparizioni rimandino pericolosamente alle contraddizioni della Siria attuale. Nell'appartamento accanto al nostro abita da un anno un giovane alawita di Tartous, sulla costa siriana, mentre nell'appartamento davanti a noi vive una famiglia curda fuggita da Afrin, nord-ovest della Siria, città controllata dal 2018 dalla confinante Turchia.

Un intervento di estremisti islamici dalla Siria segnerebbe la fine di un Paese già gravemente provato come il Libano; eppure la permeabilità dei confini, l'incapacità dell'esercito libanese di difendere il proprio territorio, le ambizioni jihadiste sulla regione rendono sinistramente plausibile un simile scenario, aggravando le angosce che i libanesi già vivono per l'aggressione isrealiana in corso. 

L'accordo del 26 giugno a Washington tra Libano e Israele è rimasto, com'era prevedibile, lettera morta; l'esercito israeliano continua le proprie operazioni militari nel Sud a caccia di uomini e mezzi di Hezbollah causando ogni giorno morte e distruzione, senza aver mai effettuato il ritiro, se non in minima parte, dalle “zone pilota”, dato per imminente ai negoziati di Roma del 14 e 15 luglio scorsi. 

Il 4 agosto inizieranno nuovi incontri diplomatici tra Beirut e Tel Aviv a Roma, mentre l'esercito israeliano (IDF) distrugge sistematicamente parte del Paese: le ultime “demolizioni controllate” nei pressi del Castello di Beaufort, sito Unesco del nono secolo, hanno provocato scosse pari a 3,8 gradi della scala Richter e sono state effettuate, secondo il Premier israeliano Netanyahu, in risposta alle “violazioni dell'accordo” da parte di Hezbollah.

Il 4 agosto è anche il sesto anniversario dell'esplosione al porto di Beirut che ha provocato più di 230 morti e settemila feriti e sventrato un'intera area della città. Se molte infrastrutture sono state ricostruite, la mancata giustizia per le vittime dell'incidente è una ferita che sanguina ancora. Il giudice Tarek Bitar ha recentemente chiuso l'inchiesta, rinviando a giudizio settanta persone - tra cui ministri ed ex ministri, esponenti politici di alto livello e funzionari di istituzioni civili e militari - e trasmettendo il fascicolo relativo al caso al procuratore generale Jamal Hajjar. È dubbio, però, che saranno comminate condanne effettive, data la nube di omertà e ostruzionismo che protegge la classe dirigente libanese.

Il Primo Ministro Nawaf Salam ha proclamato per il 4 agosto una giornata di lutto nazionale; mentre la ricorrenza si avvicina, nell'aria di Beirut è palpabile il ricordo di un evento che ha segnato il prima e il dopo della storia della città. La segretaria dello studio medico dove accompagniamo un'amica ad una visita porta appuntata sul petto una spilla con la foto di un giovane uomo: è suo figlio, Maroun (nome di fantasia), deceduto nell'esplosione «fortunatamente sul colpo», ci dice. «Il tempo sembra non essere passato - continua -, soprattutto perché senza una condanna netta dei responsabili è come se i nostri cari non potessero riposare in pace». 

L'afa di Beirut si fa opprimente: sembra voglia trasmetterci le innumerevoli stratificazioni di dolore che, lungo la sua storia, sono toccate in sorte al Paese. Su tutto, il rumore sordo del drone israeliano ci ricorda che una guerra orribile e ingiusta è ancora in corso e che – come qui molti credono – prima o poi riprenderà in tutta la sua violenza, peggio di prima.

 



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