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sentenza

Ue contro Ungheria: niente limiti alla propaganda arcobaleno

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In nome del divieto di discriminazione la Corte di giustizia boccia la legge ungherese che impone restrizioni ai contenuti Lgbt accessibili ai minori. La legge naturale in Europa è sgradita e l'unica scelta per chi va controcorrente è: o ti adegui o paghi.

Attualità 28_04_2026
LaPresse (AP Photo/Rudolf Karancsi)

Nel 2021 l’Ungheria aveva approvato una legge in cui si vietava o si limitava l’accesso a contenuti pubblici che avrebbero potuto essere visti o letti da minori. Tra questi anche la propaganda delle tematiche, delle idee e comportamenti afferenti al mondo LGBT. Grazie a questa legge, il governo intervenne nel 2025 per vietare i Pride, ma, nonostante questo, proprio in quell’anno l’Ungheria ebbe comunque il suo Pride.

A fronte della legge del 2021 la Commissione europea presentò allora un ricorso alla Corte di giustizia europea perché l’Ungheria sarebbe venuta meno ai propri obblighi derivanti dal diritto dell’Unione. Lo scorso 21 aprile la Corte ha accettato il ricorso (cfr. sentenza  C‑769/22 Commissione contro Ungheria). A tal proposito un comunicato stampa della Corte, dal titolo eloquente Valori dell'Unione: adottando una legge che stigmatizza ed emargina le persone LGBTI+, l’Ungheria ha violato il diritto dell’Unione, ha sottolineato che «le modifiche [normative votate dal Parlamento ungherese] limitano la possibilità per i fornitori di servizi di media o altri prestatori di sviluppare e diffondere contenuti che abbiano, essenzialmente, come elemento determinante la rappresentazione o la promozione della divergenza rispetto all’identità personale corrispondente al sesso alla nascita, del cambiamento di sesso o dell’omosessualità. Tali modifiche comportano quindi restrizioni a tale libertà».
Poi la Corte ricorda sì che ci possono essere restrizioni a tale libertà se motivate dalla tutela degli interessi dei minori, però la restrizione deve rispettare il «divieto di discriminazione fondata sul sesso e sull'orientamento sessuale» così come previsto dall’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea.

In breve si considerano l’omosessualità e la transessualità come condizioni moralmente accettabili e quindi non si comprende il motivo di porre censure alla loro promozione per tutelare i bambini. Dunque ne consegue che la legge di Orbán deve essere bocciata perché «un simile approccio rivela una preferenza per determinate identità e orientamenti sessuali a scapito di altri, che vengono di conseguenza stigmatizzati, il che è incompatibile con le prescrizioni scaturenti, in una società fondata sul pluralismo, dal divieto di discriminazione basata sul sesso e sull’orientamento sessuale. […] In particolare, la normativa ungherese in questione stigmatizza ed emargina le persone non cisgender [non eterosessuali e non transessuali], ivi comprese le persone transgender, o non eterosessuali, come dannose per lo sviluppo fisico, mentale e morale dei minori per il solo motivo della loro identità sessuale o del loro orientamento sessuale».

I giudici poi rincarano la dose: «La Corte constata altresì che l’Ungheria ha violato nel caso di specie il diritto al rispetto della dignità umana. Ciò deriva dal fatto che gli aspetti della legge di modifica contestati dalla Commissione trattano un gruppo di persone […] come una minaccia per la società meritevole di un trattamento giuridico particolare, per il solo motivo della loro identità sessuale o del loro orientamento sessuale».
Inoltre i giudici affermano, ed è la prima volta che accade, che la legge ungherese incriminata non rispetta l’art. 2 del Trattato dell’Unione europea il quale così recita: «L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze». Da qui la conclusione quasi scontata: «tale legge è contraria all’identità stessa dell’Unione in quanto ordinamento giuridico comune in una società caratterizzata dal pluralismo. L’Ungheria non può validamente invocare la propria identità nazionale per giustificare l’adozione di una legge che viola i valori sopra menzionati».
Ora l’Ungheria, che nel frattempo ha cambiato governo abbracciando un approccio più liberale in tema di principi non negoziabili, «dovrà conformarsi alla sentenza senza indugio», altrimenti scatteranno sanzioni pecuniarie.

Un paio di riflessioni in calce al riassunto di questa sentenza. L’Unione Europea ha un approccio di matrice rivoluzionaria in merito alla morale naturale: è nemica della vita, della famiglia, della libertà educativa, della religione cristiana, dell’identità antropologica dell’uomo. È un dato di fatto ormai da decenni acclarato. Chi si oppone deve essere annientato. Quelle stesse norme che vengono sventolate per permettere ogni scempio alla legge naturale – la libertà di espressione, la tutela della vita privata, della salute, la sovranità nazionale, etc. – vengono poi usate per vietare qualsiasi difesa dell’ovvio.

Seconda riflessione. In Ungheria dovrebbe essere vietata la promozione dell’agenda LGBT non tanto in virtù della sovranità nazionale e quindi della libera scelta di ogni Paese di dotarsi delle normative che vuole. Facoltà, questa, che è in sé moralmente lecita. Se questa fosse l’unica motivazione per legittimare le norme che tutelano i bambini dai Pride et similia, allora saremmo costretti a giudicare positivamente anche quelle norme di segno opposto e di altri Stati che permettono la diffusione di contenuti contrari alla legge naturale. Scadremmo in definitiva nel positivismo giuridico: ogni legge è legittima se giuridicamente valida, al di là del suo contenuto. No, la legge di Orbán è doverosa perché è questo che esige la lex naturalis, è questo che esige la tutela della dignità delle persone, bambini e adulti che siano. La sovranità nazionale e quindi il diritto che ogni Stato possiede di dotarsi di leggi sono aspetti politicamente legittimi solo se al servizio della legge naturale, altrimenti perdono di valore.
Dunque la Commissione europea e la Corte di giustizia sono caduti in errore non tanto perché hanno comandato ad uno Stato sovrano come comportarsi, ma in quanto perché hanno approvato ciò che moralmente non deve essere mai approvato.



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