• DIMESSA DALLA RIANIMAZIONE

Tafida migliora. E la cultura della vita vince con lei

Da ieri è ufficiale: Tafida Raqeeb non è più in terapia intensiva. La bimba è stata spostata al “Guscio dei bimbi”, preludio a una possibile assistenza domiciliare, anche se il Gaslini rimane prudente. Le previsioni dei medici inglesi erano «sbagliate», dice mamma Shelina. Un fatto che fa onore alla sanità italiana e può costituire un buon precedente contro la cultura della morte.

Ha potuto finalmente lasciare il reparto di rianimazione Tafida Raqeeb, il cui miglioramento è stato ufficializzato ieri mattina nel corso di una conferenza stampa all’Ospedale Gaslini di Genova, dove ha parlato tra gli altri Shelina Begum. «L’opinione espressa dai medici inglesi di fronte all’Alta Corte e la loro prognosi si sono dimostrate sbagliate e la prova è la stessa Tafida», ha detto la madre della bambina di 5 anni, che si trova in uno stato di minima coscienza dopo l’emorragia cerebrale subita il 9 febbraio 2019. Sono stati quindi confermati i miglioramenti che la famiglia aveva già annunciato il 23 dicembre con un breve post sulla pagina Facebook “Save Tafida”, comunicando il buon esito delle operazioni sulla bimba.

Tafida si trova adesso nel cosiddetto “Guscio dei bimbi”, l’hospice pediatrico del Gaslini, in pratica una tappa intermedia nel percorso di assistenza che prosegue ove possibile con le cure domiciliari, come il direttore generale Paolo Petralia aveva già spiegato in un’intervista con la Nuova Bussola. Ieri Shelina, che si è trasferita a Genova per stare accanto alla figlia malata, è tornata a ringraziare tutto il personale medico del Gaslini, mentre ha preferito non commentare rispetto allo stato di avanzamento della richiesta di cittadinanza italiana presentata per Tafida al Ministero dell’Interno.

La piccola era arrivata in Italia il 15 ottobre, in conseguenza del via libera dato dodici giorni prima dal giudice Alistair MacDonald, che aveva rigettato la richiesta del Royal London Hospital di staccarle il supporto vitale (la ventilazione assistita) e concesso il trasferimento in un’altra struttura e in particolare al Gaslini. Si ricorderà che l’ospedale pediatrico genovese ha avuto un ruolo di primo piano in tutta la vicenda, offrendosi di accogliere Tafida fin dall’inizio dell’estate scorsa e delineando un programma di proseguimento delle cure che per la sua parte ha influito positivamente sulla decisione di MacDonald, stando a quanto scritto dallo stesso giudice nelle 70 pagine della sua sentenza.

Tra i presenti alla conferenza stampa c’era il dottor Andrea Moscatelli, responsabile del reparto di Terapia intensiva, che aveva guidato l’équipe medica del Gaslini per il trasferimento di Tafida in aeroambulanza da Londra a Genova. «Siamo riusciti a mantenere il programma che avevamo stabilito ad agosto», ha detto Moscatelli parlando con il Secolo XIX a margine della conferenza di ieri, «e quindi siamo riusciti a stabilizzarla dal punto di vista neurologico, con un intervento neurochirurgico» che «ha significativamente migliorato la situazione respiratoria in maniera indiretta».

Inoltre, ha aggiunto Moscatelli, «abbiamo fatto una tracheotomia [un’apertura temporanea sulla trachea senza modifica del tratto tracheale, come invece avviene nella tracheostomia, ndr] per aiutarla a respirare in prospettiva senza il ventilatore, e questo obiettivo è parzialmente raggiunto. E poi è stata fatta una gastrostomia per facilitare la nutrizione. È stato poi rimosso il catetere vescicale». In buona sostanza, «abbiamo semplificato le cure, e le abbiamo rese più tollerabili, più confortevoli per la bambina, che adesso può passare ad un livello inferiore di intensità di cure, perché non ha più bisogno di supporti intensivi». La domanda sorge qui spontanea, e cioè perché la sanità britannica non potesse fare tutto questo e, comunque, perché è stato necessario arrivare fino in tribunale per lasciare libera la famiglia di proseguire le cure altrove. Come purtroppo non è successo per i piccoli Charlie, Isaiah e Alfie, visto il diverso e nefasto esito delle rispettive battaglie giudiziarie, frutto di una cultura della morte sempre più condizionante.

Adesso, l’obiettivo è quello di «consolidare le discrete condizioni cliniche raggiunte da Tafida», come ha detto sempre al Secolo XIX il dottor Luca Manfredini, direttore del “Guscio”, proseguendo con lo «svezzamento dalla respirazione assistita» e con la «nutrizione parenterale», cioè per via venosa. Prosegue anche la riabilitazione, già avviata nella fase in terapia intensiva. All’interno dell’hospice, che presenta un ambiente più familiare con tanto di piccola cucina annessa alla stanza ospedaliera, si lavora generalmente per insegnare alla famiglia a gestire le cure del proprio bambino, in vista appunto di una possibile domiciliazione. Il fine è chiaramente lo stesso per il caso di Tafida, anche se il suo quadro clinico non consente di sbilanciarsi al riguardo, come ha precisato prudentemente il direttore Petralia.

Ad ogni modo, l’esperienza di Tafida ci dice almeno un paio di cose importanti. Primo (come ricordato dalla madre), il servizio sanitario britannico si sbagliava nell’escludere che la piccola potesse migliorare. Il secondo aspetto è collegato al primo. Al di là del provare che la sanità italiana può essere ancora un’eccellenza quando c’è buona volontà e ci si mantiene fedeli alla vocazione di salvare vite, questo fatto è rilevante anche perché può costituire un buon precedente nell’eventualità in cui dovessero emergere altri casi di bambini ai quali si vogliono negare le cure di base: un buon precedente sia per le valutazioni di ordine medico sia per possibili valutazioni giudiziarie. Chissà, quindi, che non giovi sia oltremanica («Tafida scriverà la storia del Regno Unito», aveva detto Shelina a questo giornale prima della sentenza) sia al nostro Paese, dove l’eutanasia - ahinoi - è ormai entrata nell’ordinamento.

Infine, ci ricorda ciò che è in realtà la base di tutta la questione, ossia la dignità intrinseca di ogni vita umana e la preziosità di ogni istante. Che richiede, miglioramenti attesi o no, di prendersi cura del malato. Fino alla sua morte naturale.