• IL DIBATTITO

Sinodo, storia vs tradizione: chi ha paura di uno scisma?

Il quadro teologico padre del Sinodo ha una visione di eresia e di scisma molto diversa da quella di chi denuncia le eresie e paventa lo scisma. La Chiesa possiede una dottrina ecclesiologica derivata dalla rivelazione che ci dice cosa bisogna fare per entrarvi e per rimanervi. A chi la pensa così lo scisma fa paura. A chi la pensa come la nuova teologia lo scisma non fa paura.

Sul sinodo dell’Amazzonia (leggi QUI il dossier della Bussola) che inizierà domenica prossima 6 ottobre sono giunte da diverse parti accuse di “eresia” e previsioni di uno “scisma” se dovesse accogliere e fissare le affermazioni in evidente contrasto con la dottrina della Chiesa contenute nell’Instrumentum laboris.

Qualche giorno fa è stato reso pubblico il documento del Gruppo di lavoro Coetus Internationalis Patrum che ha evidenziato quattro espressioni ritenute eretiche. In precedenza, il cardinale Burke e il vescovo Schneider, lanciando un appello per un periodo di digiuno e preghiera durante lo svolgimento dei lavori del sinodo perché non vengano approvati errori ed eresie, avevano elencato 6 punti teologicamente da rifiutarsi. Nei suoi numerosi interventi sul sinodo amazzonico, il cardinale Müller ha adoperato parole di grande preoccupazione. Il cardinale Sarah si è detto “scioccato e indignato per il fatto che il disagio spirituale dei poveri in Amazzonia venga usato come pretesto per sostenere progetti tipici del cristianesimo borghese e mondano”.

Tempo prima, il cardinale Brandmüller aveva parlato di “apostasia” ed “eresia”. Per l'arcivescovo José Luis Azcona, vescovo emerito della prelatura di Marajó, nella regione amazzonica brasiliana, con il sinodo si rischia lo scisma. Anche noi – nel nostro piccolo – appena uscito l’Instrumentum laboris avevamo chiesto ai futuri Padri sinodali di rigettare il documento e di riscriverlo.

Non so quanto queste denunce tengano conto che il quadro teologico padre del sinodo ha una visione di eresia e di scisma molto diversa da quella di chi denuncia le eresie e paventa lo scisma. La denuncia di eresia non tiene conto che nella mens di coloro che hanno scritto l’Instrumentum laboris (e di chi sta loro dietro) eresia e scisma vogliono dire altro. Prima dei contenuti eretici dell’Instrumentum laboris c’è una visione eretica dell’eresia che li alimenta.

L’eresia richiede una visione non processuale né dialettica della tradizione. Concezione dialettica della tradizione vuol dire che quanto viene insegnato come parte del depositum fidei in un certo momento può venire negato dalle nuove esigenze storiche nel frattempo sviluppatesi e il magistero dovrà farlo lievitare verso una nuova sintesi. Questo accade quando l’esistenza storica non viene intesa solo come il terreno di un messaggio assoluto e trascendente, ma come co-produttrice del messaggio stesso. Se è co-produttrice, allora il messaggio si evolve, perché la storia cambia, e la rivelazione non si è conclusa ma continua.

Le discontinuità negli insegnamenti circa il deposito della fede sono quindi ammesse, anzi sono viste come fisiologiche e salutari. Quando una posizione dottrinale viene messa in discussione dalla storia siamo davanti ad un fatto positivo dato che a ciò seguirà il raggiungimento di una fase più matura. Il deposito della fede non viene considerato prima di tutto nei suoi contenuti, ma nell’autocoscienza che la Chiesa ne ha: è lì, nell’autocoscienza sempre in evoluzione che avviene la rivelazione. Così deve intendersi l’eresia, non come la negazione di una verità cristiana assoluta, ma come il momento negativo di un processo, utile al processo stesso.

Non solo le eresie formalmente espresse, ma anche le provocazioni, le frasi avventate, ma utili per favorire la discussione, i balzi in avanti senza criterio, gli interventi disarmanti sono da considerarsi utili. Addirittura le sciocchezze che tanti uomini di Chiesa ormai dicono, e perfino le contraddizioni. Chi parte da questa visione dell’eresia considererà irricevibile e addirittura incomprensibile gli allarmi di cui ho parlato sopra. Naturalmente questa visione dell’eresia è fuori della dottrina cattolica. Possiamo dire che sia eretica perché sostiene l’impossibilità dell’eresia: l’errore dottrinale non esisterebbe se non per essere superato dialetticamente nella verità.

Un discorso simile si può fare per lo scisma. Questo concetto presuppone una unità di dottrina che nella visione evolutiva e dialettica ora vista viene meno. Presuppone anche dei “confini” e delle “condizioni” per potersi dire cattolico. Ma la nuova teologia, presente anche nell’Instrumentum laboris del sinodo, sostiene che la grazia di Dio è presente ovunque, in ogni situazione umana, perché Dio si rivela nell’uomo. Rahner diceva che della Chiesa fanno parte anche l’ateo, l’agnostico, il miscredente, il credente di altre religioni, l’animista o il panteista.

Oggi si dice che la Chiesa è la casa di tutti. Allora, se la Chiesa ha dei non-confini o ha dei confini tanto porosi da non distinguersi dal mondo, da essa si entra e si esce senza mai veramente uscirne e senza mai veramente entrarvi. La Chiesa ha come delle sliding-doors, delle porte girevoli, come quelle delle banche o delle hall degli alberghi. Chi è “realmente” dentro la Chiesa lo sa solo Dio. Ma la Chiesa possiede una dottrina ecclesiologica derivata dalla rivelazione che ci dice cosa bisogna fare per entrarvi e per rimanervi. A chi la pensa così lo scisma fa paura. A chi la pensa come la nuova teologia lo scisma non fa paura.