• INTERVISTA / DON GAGLIARDINI

«Seppellire i bimbi non nati è un atto di pietà»

Nuovi attacchi da sinistra contro le proposte di garantire il diritto alla sepoltura per i bambini abortiti, anche in assenza di una richiesta della famiglia. Ma oltre alla pietà verso i non nati, insegnata dalla Chiesa, la sepoltura è importante «per l’elaborazione del lutto» da parte dei genitori. Il Ddl di FdI colmerebbe «carenze nella normativa attuale». La Bussola intervista don Gagliardini (Associazione Difendere la Vita con Maria), che da oltre vent’anni seppellisce i non nati grazie a convenzioni con le Asl.

In questi giorni di settembre è riemerso un argomento che periodicamente assurge agli onori delle cronache: la sepoltura dei bambini non nati. Anche stavolta quello che dovrebbe essere un punto pacifico - l’umana pietà verso i più piccoli dei nostri fratelli - è stato oggetto di polemiche, che non si spiegano solo con il clima da campagna elettorale (ricorrono infatti anche in assenza di elezioni imminenti), ma vanno più in profondità, fino a svelare i pensieri dei cuori.

Prima c’è stato l’annuncio del senatore veneto Luca De Carlo (Fratelli d’Italia), che ha detto di voler ripresentare alla prossima legislatura il disegno di legge di cui è primo firmatario e che mira a colmare alcune lacune della normativa italiana, prevedendo per i non nati il diritto alla sepoltura (la novità del Ddl, nello specifico, riguarda quelli tra le 28 settimane e almeno 90 giorni) anche in assenza di una richiesta dei genitori. Furiose le proteste, accompagnate dalle solite accuse di oscurantismo, da parte di gruppi femministi ed esponenti di sinistra. Accuse che non danno una spiegazione logica del perché il bambino - dopo essere stato privato, con la Legge 194, del diritto alla vita - debba essere privato anche della pietas che da sempre si riserva ai defunti.

Qualche giorno più tardi è emerso un caso di cronaca locale, che pur nella sua particolarità (all’origine non c’è un aborto volontario ma spontaneo) è stato usato per attaccare la legge regionale del Veneto che stabilisce la sepoltura dei non nati anche laddove i genitori non la richiedano.

Riguardo allordinamento nazionale, esso già prevede la possibilità di seppellire i resti dei bimbi abortiti, anche di presunta età inferiore alle 20 settimane di gestazione, assegnando ai genitori un diritto prioritario a richiedere il seppellimento. Ma se i genitori non avanzano alcuna richiesta entro le 24 ore, sono le Asl a poter disporre legalmente (per il quadro giuridico, che non include solo il Dpr 285/1990, si veda l’analisi del professor Luciano Eusebi) o lo smaltimento - purtroppo - dei bimbi abortiti attraverso i «rifiuti speciali» oppure provvedere a dare loro una degna sepoltura (senza riferimenti all’identità dei genitori): a quest’ultimo scopo le Asl stesse possono stipulare convenzioni con associazioni di volontariato.

Tra queste vi è l’Associazione Difendere la Vita con Maria, fondata da don Maurizio Gagliardini e che da oltre vent’anni si cura di seppellire i resti di bambini abortiti. Inoltre, a giugno di quest’anno ADVM ha concluso il primo corso per formare operatori di pastorale per la vita nascente, trasmettendo loro competenze bioetiche, giuridiche, teologiche. E per il prossimo anno accademico, ci spiega don Gagliardini, «abbiamo in cantiere di affrontare, con esperti del settore, la realtà della medicina prenatale, perciò la possibilità di curare molti bambini già nel grembo materno». La Bussola ha intervistato il sacerdote.

Don Gagliardini, secondo lei perché ci sono queste reazioni ogni volta che si propone di seppellire degnamente i bambini non nati?
La domanda è complessa. C’è un mondo, non pro life, che sostiene che l’emancipazione della donna avvenga anche e soprattutto attraverso la gestione del suo corpo, ritenendo che il figlio faccia parte del corpo della donna stessa. Ma il concepito, in cui Dio infonde l’anima fin dal primo istante, è un’entità totalmente altra dalla madre, per quanto abbia ovviamente bisogno delle sue cure: il nascituro è una persona, con una sua dignità autonoma. A ricordare questa verità ha contribuito moltissimo il documento Dignitas Personae (2008), che a sua volta porta a compimento, dal punto di vista morale e ontologico, la riflessione dell’istruzione Donum Vitae (1987) in cui tra l’altro si afferma: «I cadaveri di embrioni o feti umani, volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani» (DV, I, 4).

Questa umana pietà nella sepoltura dei bambini abortiti contribuisce a consolare e far ritrovare la pace agli stessi genitori?
Assolutamente sì. La nostra équipe medico-scientifica, pastorale e psicologica ha acquisito negli anni, nel rispetto della privacy, una tale raccolta di dati che è stato possibile fare uno studio a più livelli, condotto dal professor Tonino Cantelmi. Lo studio riguarda il disagio del lutto non elaborato, che può avere dei risvolti di carattere psicologico, ma alle volte anche fisico e comportamentale. Inoltre, ci sono genitori che vivono sensi di colpa e ciò non avviene solo per chi ha deciso volontariamente di abortire il proprio figlio, ma anche per gli aborti spontanei. Tutto questo richiede un percorso di guarigione, che può iniziare a partire da una lettura, da un dialogo con un sacerdote o uno psicologo, a seconda dei casi. Da sette anni abbiamo avviato un numero verde (800 969 878) attraverso il quale cerchiamo di seguire e aiutare queste persone, anche indirizzandole ai consultori familiari di ispirazione cristiana presenti nelle varie diocesi italiane. In più operiamo come associazione attraverso i nostri rappresentanti sul territorio.

Che presenza avete sul territorio nazionale?
Siamo presenti in 19 regioni, con 2700 iscritti. Abbiamo convenzioni con la Sanità del territorio (Asl, aziende ospedaliere, ecc.) e firmiamo anche accordi - per il trasporto e il seppellimento - con i Comuni dove sorgono gli ospedali. Dal 1999 ad oggi, tenendo conto che i calcoli sono complessi e che all’inizio non avevamo statistiche precise, abbiamo sepolto circa 620.000 bambini.

Si tratta sia di bimbi abortiti volontariamente sia in modo spontaneo, giusto?
Esatto, ma di volta in volta noi non possiamo sapere se sono aborti procurati o spontanei. Attraverso i nostri volontari ci interfacciamo con un ospedale o con l’Asl, dal momento in cui possiamo raccogliere i resti, e ci viene consegnato un foglio con i numeri dei “prodotti del concepimento”, come vengono chiamati. Riponiamo i resti dei bimbi in un cofanetto dignitoso per il trasporto con le onoranze funebri. Laddove interveniamo come associazione, tutte le spese sono a carico della nostra opera di volontariato (contenitori biodegradabili, trasporti, sistemazione delle aree cimiteriali, assicurazioni per i volontari, franchigie comunali), a volte tramite virtuose collaborazioni. Tutto si svolge nella massima riservatezza, non ci nascondiamo certo, ma nemmeno facciamo manifestazioni… Al cimitero celebriamo quindi un piccolo rito esequiale.

Cosa si legge sulle tombe?
Nella nostra prassi, sulle tombe rigorosamente anonime c’è una lapide con la data del seppellimento, attraverso cui ogni famiglia potrà individuare il luogo di sepoltura del proprio bambino, fatto rilevante per l’elaborazione del lutto, con i profondi risvolti psicologici e affettivi che ciò comporta.

Che ne pensa del Ddl già predisposto l’anno scorso da tre senatori di FdI e che De Carlo ha annunciato di voler ripresentare?
Il disegno di legge andrebbe eventualmente a coprire delle carenze nella normativa attuale: per la nostra esperienza possiamo dire che, non esistendo una prassi univoca in ambito sanitario volta alla gestione di questi resti, ogni Asl procede secondo un proprio codice, che varia a seconda delle situazioni. Il passaggio del Ddl in cui si prevede che la famiglia abbia a disposizione 15 giorni per provvedere o richiedere la sepoltura, mi sembra utile, perché dà ai genitori più tempo per gestire un momento così delicato e si mantiene fermo il principio che siano loro i primi referenti per la sepoltura. In mancanza di una loro richiesta, tuttavia, occorre procedere con la sepoltura degli embrioni allo stesso modo in cui l’istituzione si regolerebbe in presenza di un cadavere di cui nessuno vanti la parentela. Ma a monte c’è un altro aspetto cruciale.

Quale?
L’informazione. È importantissimo che gli operatori sanitari all’interno degli ospedali informino i familiari del loro diritto a richiedere i resti per seppellirli. Noi, per esempio, abbiamo degli appositi moduli che inviamo a chi ce ne fa richiesta, nonché del materiale informativo che diamo anche alle parrocchie, cosicché le persone possano sapere che c’è questa possibilità di sepoltura.

 

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