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patata bollente

Rupnik, il caso è chiuso: tutti contenti tranne le vittime

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La recente Lettera agli Amici del Centro Aletti ripropone la narrazione per cui le accuse all'ex-gesuita non sono altro che calunnie. Dimesso dall'ordine lui sarà libero di incardinarsi dove vuole, ma anche Santa Sede e Gesuiti hanno evitato di dover aprire un vaso di Pandora.
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Editoriali 23_06_2023 English

Padre Marko Rupnik, dopo la notizia della sua dimissione dalla Compagnia di Gesù, batte un colpo. E lo fa mettendo avanti il Centro Aletti e la sua direttrice, Maria Campatelli.

Nella Lettera agli Amici del Centro Aletti del 17 giugno 2023, si ripropone la solita strategia difensiva: le accuse contro Rupnik non sono altro che diffamazione. I vertici dei Gesuiti, secondo la Campatelli, avrebbero «dato ripetuta prova di favorire una campagna mediatica basata su accuse diffamanti e non provate (che hanno esposto a forme di linciaggio la persona di p. Rupnik e tutto il Centro Aletti), rispetto al fornire agli organi di stampa la corretta informazione fondata su atti e documenti, in proprio possesso, dimostrativi di una verità diversa da quanto veniva pubblicato».

È la linea abbracciata anche da altre persone che, in questi mesi, hanno contattato La Nuova Bussola Quotidiana, per insinuare che il caso Rupnik sarebbe stato montato ad arte da parte dei Gesuiti per far fuori il confratello. L’insinuazione si scontra però con la totale mancanza di adduzione di prove della presunta faida interna, e di elementi di confutazione di accuse plurime, precise e concordanti a carico di Rupnik. Se l’ex-gesuita fosse vittima di diffamanti calunnie, perché non ha esposto querela? Perché non ha voluto esibire, magari proprio tramite il Centro Aletti, comunicati nei quali smontasse le accuse punto per punto?

I sostenitori della diffamazione contro Rupnik omettono tra l’altro di ricordare che, a carico dell’ex-gesuita, un processo canonico c’è stato, ha riconosciuto il diritto dell’imputato di difendersi e si è concluso con la scomunica latae sententiae, in quanto l’accusa di assoluzione per il complice de sexto è stata ritenuta fondata.

Noi abbiamo provato a contattare il Centro Aletti, per dare loro la possibilità di offrire «la corretta informazione fondata su atti e documenti», senza però ricevere alcuna risposta. E anche per chiedere alcuni chiarimenti sulla Lettera, che presenta alcune informazioni interessanti, insieme a discutibili affermazioni.

Anzitutto, secondo la Campatelli, Rupnik sarebbe stato dimesso dall’Ordine per un’unica ragione: «Il decreto di dimissione è motivato dal rifiuto di p. Rupnik di osservare il voto di obbedienza riguardo ad una nuova missione che l’Ordine, con nota del 9 marzo 2023, gli aveva affidato con trasferimento ad una comunità gesuitica della Lombardia». Abbiamo già avuto modo di far notare quanto sia imbarazzante il fatto che, nelle ragioni presentate pubblicamente per la dimissione di Rupnik, non compaiano affatto i numerosi abusi, che, come minimo, rappresentano un comportamento reiterato contro il voto di castità. Vi è poi la questione della povertà, dal momento che risulta proprietario del 90% delle quote della srl Rossoroblu, a insaputa dei suoi superiori. Anche questa non è stata presa in considerazione.

Resta però che p. Verschueren aveva parlato di «rifiuto ostinato di osservare il voto di obbedienza», e non era un mistero che Rupnik non si facesse troppi scrupoli di infischiarsene delle restrizioni che gli erano state ingiunte. La Campatelli sta in sostanza sostenendo che Rupnik sia stato buttato fuori dall’Ordine solamente per il rifiuto di accettare un trasferimento. E tutto il resto? Se può provare che Rupnik abbia sempre obbedito alle restrizioni, lo faccia: così andremo a chiedere conto a P. Verschueren.

La Lettera rivela inoltre che sarebbe stato lo stesso Rupnik a presentare alla Compagnia di Gesù, il 21 gennaio di quest’anno, la domanda per uscire dall’Ordine, «osservando tutte le condizioni canoniche richieste», in quanto era ormai venuta meno «la fiducia verso i propri superiori». Ed aggiunge: «In tale contesto, incentrato sulla pregressa richiesta inderogabile di uscita dall’Ordine di p. Rupnik, appare intuibile l’illogicità della nuova missio con trasferimento affidatagli il 9 marzo, salvo a volerne cogliere il fine puramente strumentale di precostituire (come difatti avvenuto) il presupposto per una disubbidienza su cui poi fondare il Decreto di dimissione».

Anzitutto, non si capisce che cosa significhi «richiesta inderogabile»: chi è che non potrebbe derogare? L’indulto per lasciare il proprio istituto da parte di un professo di voti perpetui è regolato dai canoni 691-693 del CIC. Il primo canone, al §1, ordina che la domanda debba essere presentata «al Moderatore supremo dell'istituto», il quale, per gli istituti di diritto pontificio (§ 2), la deve inoltrare «alla Sede Apostolica», cui spetta di pronunciarsi. E’ una domanda: non sta scritto da nessuna parte che la risposta debba essere affermativa. In ogni caso, fino a quando l’indulto non è stato ottenuto, il religioso è ancora soggetto ai propri superiori, che dunque possono domandargli lecitamente un trasferimento in altra comunità, che in questo caso sarebbe stato giustificato da ragioni prudenziali (l’avessero fatto prima!). Dunque per quanto «illogico», secondo l’opinione della Campatelli, Rupnik doveva obbedire, in attesa della concessione dell’indulto.

Un altro dato curioso: il can. 693 prevede che «se il religioso è chierico l'indulto non viene concesso finché egli non abbia trovato un Vescovo che lo incardini nella diocesi o almeno lo riceva in prova». Se dunque fin da gennaio Rupnik ha chiesto questo indulto «osservando tutte le condizioni canoniche richieste», significa che già esiste un vescovo pronto ad accogliere lui e probabilmente gli altri gesuiti del Centro Aletti, i quali, come rivelato nella Lettera, «hanno fatto domanda di indulto per uscire dalla Compagnia e sono in attesa che si concluda il relativo procedimento, per poter continuare l’esercizio del loro ministero sacerdotale». E forse questo vescovo ha a che fare con il suo recente viaggio in Bosnia e in Croazia.

Il finale della lettera è quasi ironico: «È presumibile, pertanto, che padre Rupnik resterà fermo nella sua già manifestata volontà di uscire dall’Ordine, continuando a vivere questo momento nel discernimento e nella comunione ecclesiale». Soprassedendo sul discernimento e la comunione ecclesiale, è chiaro che Rupnik avrà stappato una bottiglia di spumante quando ha ricevuto la notifica della dimissione: per l’indulto rischiava di dover attendere, così invece è finalmente libero di fare quel che gli pare. Conviene che anche gli altri gesuiti del Centro Aletti mettano in fila un paio di solenni disobbedienze, per raggiungere in fretta il confratello.

E così amici e nemici sono tutti contenti: Rupnik, scampata la sanzione della dimissione dallo stato clericale, rimane un prete abusatore a piede libero; i Gesuiti si sono tolti dai piedi la patata bollente, che il Papa gli aveva scaricato; il Papa se ne esce con le mani pulite e i vertici dei Gesuiti pure, visto che il pericoloso processo che avrebbe potuto sollevare il vaso di pandora non si terrà mai. “Cornuti e mazziati” restano le vittime e la giustizia.

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